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Home - Rubriche - Giochi di potere - Torino, l’esemplare azione di comunicazione di Meloni & Co

Torino, l’esemplare azione di comunicazione di Meloni & Co

di Alberto Gentili
9 Febbraio 2026
in Giochi di potere
Torino, l’esemplare azione di comunicazione di Meloni & Co

Dopo i fatti di Torino, dopo la raccapricciante, indegna, aggressione all’agente Alessandro Calista a colpi di martello, i fan del complottismo sono corsi a sfornare una sarabanda di “verità”. La più gettonata: era tutto organizzato, il povero poliziotto quel sabato 31 gennaio è stato lasciato volutamente solo in mano alle squadracce di antagonisti, per poi poter montare il caso ad arte. Difficile crederlo. E la voglia di farlo non c’è: il complottismo, con le sue lenti distorte e psicotiche, è uno dei frutti marci del Nuovo Mondo targato Donald Trump. Però è innegabile che Giorgia Meloni e l’intero centrodestra abbiano trasformato il pestaggio dell’agente in un’occasione ghiotta. Irripetibile. E l’hanno sfruttata al meglio.

La premier e il governo, come non mai lucidi e organizzati, dopo il crimine di Torino hanno ideato e martellato il Paese con una campagna di comunicazione estremamente efficace, efficiente, convincente. Con tre target. Il primo: pompare i muscoli del fronte del “sì” in vista del referendum sulla giustizia, delegittimando la magistratura. Il secondo: sfornare l’ennesimo decreto sicurezza per dimostrare al proprio elettorato di essere fedeli al motto “legge e ordine”. Il terzo obiettivo: creare un clima di scontro lacerante, rispolverando perfino veleni e sospetti degli Anni di Piombo. Il tutto, con improbabili appelli all’unità lanciati da Meloni, in modo da far passare le opposizioni come forze nemiche e sabotatrici della “Nazione”.

È la cronaca dei fatti, nuda e cruda, senza interpretazioni, a dimostrare la cura e la capacità con la quale Meloni ha sfruttato e cavalcato l’aggressione di Torino. Un vero e proprio salto di qualità nella abilità e potenza di fuoco comunicativa del centrodestra, che merita di essere analizzato.

Già la sera del pestaggio, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, parla di “squadristi rossi”, di “terrorismo” e Matteo Salvini (anche se nessuna voce a sinistra si è levata a difesa dei black bloc) inquadra nel mirino le opposizioni: “Peggio dei delinquenti di Askatasuna c’è solo chi li difende, coccola, giustifica, protegge”. Meloni preferisce, invece, prendersela con i giudici e serve l’antipasto: “Ora anche la magistratura faccia fino in fondo la sua parte e non annulli provvedimenti sacrosanti contri chi devasta le nostre città”. Il teorema è chiaro: Pd, Avs, 5Stelle conniventi e complici degli antagonisti e giudici sabotatori.

Il video con il pestaggio, impressionante, comincia a girare vorticosamente sui social. Colpisce ed emoziona soprattutto l’immagine dell’agente Lorenzo Virgulti che abbraccia il collega ferito e lo protegge con il suo scudo. Fratelli d’Italia e la Lega corrono a farne una bandiera. Gli slogan più gettonati (alcuni diventeranno perfino manifesti stradali): “FdI e governo al vostro fianco”. “Non siete soli”, “Dalla vostra parte”, “L’Italia vi abbraccia”.

Meloni scende personalmente in campo. Domenica, di primo mattino, vola a Torino per visitare l’agente all’ospedale Molinette. E sui social, postando le foto assieme a Calista, invita i magistrati a incriminare “senza esitazioni” gli aggressori per “tentato omicidio”. Una forzatura, è evidente: il criminale che ha colpito, come dimostrano i video, ha scagliato il martello sulle gambe e sul fianco, non sulla testa dell’agente. Ma la premier se ne infischia, vuole andare alla guerra contro i giudici, continuare la sua opera di delegittimazione per spingere gli elettori a votare “sì” alla sua riforma della magistratura. Nel frattempo i capigruppo di FdI in Parlamento, Lucio Malan e Galeazzo Bignami parlano di “atteggiamenti ambigui” a sinistra e tra i magistrati. Elly Schlein, allarmata, alza il telefono e compone il numero di Giorgia: “Abbiamo condannato senza se e senza ma l’aggressione. Le forze dell’ordine sono un patrimonio dello Stato, non una questione di parte. Ti prego di non strumentalizzare”, dice la segretaria dem alla premier. Parole al vento.

Lunedì 2 febbraio viene celebrato il vertice di governo sul nuovo decreto sicurezza. Nel paniere c’è lo scudo penale per gli agenti, il fermo preventivo di 12 ore e altri ingredienti di quella che il senatore dem Francesco Boccia chiama “scorciatoia autoritaria”. E cosa ti fa Meloni? Invita le opposizioni a “una condanna unanime” e a “una stretta collaborazione istituzionale”, votando una “risoluzione unitaria in tema di sicurezza”. Insomma, la premier chiede a Schlein & Co. di mettere il cappello sull’ennesima stretta securitaria. Un po’ come chiedere al cappone di tuffarsi nel pentolone di acqua bollente il giorno di Natale. “E’ una strumentalizzazione, cercano di dividerci”, teorizza Elly, “l’appello di Meloni all’unità è un bluff”. E Schlein, una volta tanto, non sbaglia.

La prova del bluff arriva poche ore dopo. Piantedosi, che di indole non è un pasdaran, martedì viene spedito in Parlamento a dispensare veleno a piene mani. Denuncia “ambiguità”, “silenzi”, “ipocrisie” a sinistra. Sostiene che “in piazza a Torino tanti manifestanti hanno fatto scudo fisico, anche con gli ombrelli, per impedire che potessero essere visti gli autori delle violenze”. Non solo, il ministro, parla di “coperture politiche” a “dinamiche terroristiche”. Nel frattempo, i magistrati di Torino liberano i tre arrestati per gli scontri: uno ai domiciliari e due con obbligo di firma, decidendo di procedere non per “tentato omicidio”, come aveva intimato Meloni, ma per “devastazione” e “resistenza a pubblico ufficiale”.

Il web, come da copione, si infiamma. Da tutti i social di FdI, Lega e Forza Italia e dai giornali di destra vengono lanciare accuse contro i giudici: “Sì per fermare questo scempio”, “Giudici complici dei terroristi”, “Magistrati doppiopesisti”, “Loro votano no” … Insomma, l’aggressione contro l’agente e le decisioni dei magistrati diventano un’arma potentissima di persuasione di massa. Nel frattempo il governo vara il nuovo decreto sicurezza. L’ennesimo. Sergio Mattarella ha lavorato notte e giorno per renderlo il più digeribile possibile. Il Guardasigilli Carlo Nordio, forse innervosito dalla lunga trattativa con il Quirinale, corre a parlare di “rischio-ritorno” delle Brigate rosse, di “compagni che sbagliano”.

Del resto, proprio in quelle ore, per Meloni è esplosa una grana: Roberto Vannacci ha lasciato la Lega. E il generale è una scheggia impazzita, un primo vero nemico a destra. Dunque, fare la faccia feroce, tintinnare le manette e roteare il manganello, diventano esercizi utili anche per provare a frenare il nuovo, potenziale, competitor. Benedetta Torino.

Alberto Gentili

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Giornalista

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