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Home - Approfondimenti - La nota - Spettacolo, il “non settore” che naviga tra discontinuità e frammentazione. Una riflessione su lavoro, welfare e previdenza

Spettacolo, il “non settore” che naviga tra discontinuità e frammentazione. Una riflessione su lavoro, welfare e previdenza

di Elettra Raffaela Melucci
6 Febbraio 2026
in La nota
Spettacolo, Landini: indennità di discontinuità è una misura insufficiente e restrittiva

LAVORATORE LAVORATORE DELLO SPETTACOLO E DELLA CULTURA

Secondo una definizione Istat, quello dello spettacolo è un “non settore”, segnato dalla difficoltà di censire i lavoratori per la loro eterogeneità e dalla particolare frammentazione contrattuale che polverizza le posizioni occupazionali. Per il 2023 l’Istituto di statistica stima 141.471 addetti, mentre per lo stesso anno l’Osservatorio dell’ex Enpals rileva 327.542 presenze, includendo chi ha maturato anche una sola contribuzione annuale nel settore. Dati diversi e solo apparentemente contraddittori, che restituiscono però un quadro convergente: discontinuità del lavoro, bassi livelli salariali, fragilità previdenziale, assenza di tutele effettive nei periodi di non lavoro e persistenza di ampie zone grigie e nere. Un’ambiguità che certifica l’esistenza di un problema strutturale, su cui il sindacato interviene da anni, spesso in assenza di un reale ascolto da parte degli interlocutori istituzionali. Emblematico, in questo senso, il progressivo disimpegno pubblico: gli investimenti statali nel settore, tra risorse del Fondo Unico per lo Spettacolo e finanziamenti specifici per il cinema, sono scesi dallo 0,08 per cento del 1995 allo 0,025 per cento nel 2023.

Dando seguito a un impegno tutt’altro che semplice, la Slc Cgil ha avviato un percorso di riflessione e confronto con una giornata di approfondimento dedicata ai temi del lavoro, del welfare e della previdenza nel mondo dello spettacolo. Ricercatori, operatori nazionali dell’Inca, giuristi, sindacalisti e lavoratrici e lavoratori del settore si sono incontrati a Roma, al Centro Congressi Frentani, per analizzare dati e dinamiche occupazionali e mettere a fuoco le criticità di un sistema di welfare che continua a faticare nel garantire risposte realmente universali. L’iniziativa è stata anche l’occasione per rilanciare la necessità di un contratto unico di filiera, capace di dare coerenza, riconoscibilità e diritti a un settore vasto ma ancora largamente invisibile. Un obiettivo che può essere perseguito solo con una visione sistemica. «Occorre ragionare in termini di sistema per raggiungere questo obiettivo», ha sottolineato Sabina Di Marco, segretaria nazionale della Slc Cgil e responsabile della Produzione culturale, indicando la necessità di costruire una visione compiuta da portare al tavolo negoziale non solo con il Ministero della Cultura, ma anche con il Ministero del Lavoro e con l’INPS.

Il punto di partenza, come si diceva, sono i dati. Nel suo intervento Eliana Como, ricercatrice della Fondazione Di Vittorio, ha presentato i risultati della prima parte della ricerca Scena e Schermo, promossa insieme alla Slc Cgil. L’indagine si basa su un questionario somministrato a 2.500 lavoratrici e lavoratori dello spettacolo dal vivo e del cine-audiovisivo e restituisce un quadro che conferma criticità ormai strutturali: contratti discontinui, difficoltà di programmazione degli impegni futuri, necessità di cumulare più lavori e forte incertezza di reddito e tutele nei periodi di non lavoro. La retribuzione media annua si attesta intorno agli 11 mila euro, con un divario di genere significativo: per le donne il reddito si riduce di circa il 21 per cento. A pesare sono anche la molteplicità dei committenti, la presenza di lavoro sommerso e una forte dispersione contrattuale. «Ed è già un fatto politico», ha osservato Como, «perché se ti presenti in ordine sparso, rischi di non essere rappresentato politicamente».

Le conseguenze di questa condizione si riflettono direttamente sulle prospettive previdenziali. Il 79 per cento delle persone intervistate dichiara di temere “tantissimo” di non avere una pensione adeguata, il 10 per cento è “molto” preoccupato e un ulteriore 6 per cento “abbastanza”. Il dato sale all’83 per cento tra le donne. La fascia più esposta è quella tra i 40 e i 50 anni, dove la preoccupazione raggiunge l’85,2 per cento, ma il timore è già elevato anche tra i più giovani: riguarda infatti il 71,5 per cento dei ventenni.

Il tema degli ammortizzatori sociali assume un rilievo centrale. Nel suo intervento Giuseppe Colletti, responsabile Sicurezza sociale di Inca Cgil, ha analizzato le principali prestazioni di sostegno al reddito destinate alle lavoratrici e ai lavoratori del settore – la NASpI e l’IDIS (Indennità di discontinuità per i lavoratori dello spettacolo) – evidenziandone l’inadeguatezza nel rispondere alla reale discontinuità che caratterizza queste carriere.

Nel caso della NASpI, misura pensata per il lavoro dipendente standard, la criticità principale riguarda la difficoltà di raggiungere il requisito delle 13 settimane di contribuzione nei quattro anni precedenti la domanda, necessario per l’accesso alla prestazione. L’IDIS, pur essendo uno strumento specifico per il settore – riservato agli iscritti al Fondo pensione lavoratori dello spettacolo – e nonostante le modifiche introdotte con la legge di bilancio 2026, continua a presentare limiti rilevanti: l’accesso è circoscritto a categorie ristrette e i requisiti risultano particolarmente stringenti. Secondo Di Marco la misura è «sbagliata»: lo dimostra anche il bilancio in attivo dell’ex Enpals, che conferma il numero esiguo di domande presentate ogni anno.

Il modello di riferimento, piuttosto, dovrebbe essere quello dell’intermittence du spectacle francese, che riconosce la discontinuità come caratteristica strutturale del settore e garantisce un sostegno al reddito tra un ingaggio e l’altro. In questo sistema, lo Stato e le parti sociali scelgono di non scaricare il costo dei periodi di non lavoro sui singoli lavoratori, ma di socializzarlo attraverso un meccanismo assicurativo capace di stabilizzare i redditi e tutelare le carriere di artiste, artisti e tecnici intermittenti.

Il presupposto, dunque, è smettere di pensare alla previdenza come a una questione che riguarda solo la fase finale della vita lavorativa e affrontarla invece fin dall’inizio del percorso professionale: perché buona occupazione significa, inevitabilmente, buona previdenza. In questa prospettiva si colloca l’intervento di Maria Rita Gilardi, funzionaria del Dipartimento Previdenza di Inca Cgil, che ha illustrato le principali caratteristiche e le specificità del Fondo Pensione Lavoratori dello Spettacolo (FPLS).

Nato nel 1947 come Enpals, il Fondo è stato soppresso e, dal 1° gennaio 2012, le sue funzioni sono confluite nell’Inps, assumendo la denominazione di Fondo Pensione Lavoratori dello Spettacolo (FPLS) e Fondo Pensione Lavoratori Sportivi (FPSP). Gilardi ha ricostruito l’evoluzione normativa che, invece di ricomporre l’eterogeneità delle condizioni lavorative del settore, ha prodotto una crescente complessità nel calcolo delle annualità contributive, suddividendo i lavoratori in gruppi distinti. Ne è derivato un sistema farraginoso, che non tiene conto della reale mobilità professionale del lavoro nello spettacolo: lavoratrici e lavoratori cambiano frequentemente qualifica e, passando da un gruppo all’altro, si trovano a dover fare i conti con calcoli contributivi incoerenti, contributi difficili da ricostruire e, in alcuni casi, annualità che di fatto si dissolvono.

Su questa scia si colloca l’intervento di Amos Andreoni, avvocato e componente del collegio legale di Inca Cgil, che mette in luce il ruolo decisivo del contenzioso previdenziale nel riconoscimento dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori dello spettacolo. Attraverso una rassegna di pronunce giudiziarie, Andreoni richiama l’importanza della tutela legale nel correggere errori di Inps e datori di lavoro, sia in materia di totalizzazione dei periodi lavorativi maturati in ambito europeo sia nel riconoscimento dell’attività effettiva dello spettacolo ai fini della pensione anticipata, anche superando ostacoli quali l’omissione contributiva e la prescrizione.

Al tempo stesso, l’intervento segnala i rischi di un contenzioso avviato senza un’adeguata valutazione tecnica e strategica, che può produrre effetti negativi non solo per il singolo caso, ma per l’intero sistema di tutele, come dimostrano recenti decisioni della Cassazione sul rapporto tra annualità contributiva e anno solare. Da qui l’auspicio che venga preservato e rafforzato il ruolo centrale del patronato, quale presidio collettivo di competenza e responsabilità, capace di selezionare le vertenze realmente meritevoli di tutela e con concrete possibilità di esito positivo.

In questo senso, per Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil nazionale, la vertenzialità rappresenta un elemento qualificante del sindacato, che va valutato con attenzione per non privare il settore dello spettacolo di garanzie essenziali, date le sue specificità oggettive e le ricadute sul piano previdenziale. Il tema, sottolinea Cigna nel suo intervento di presentazione dell’analisi “I numeri INPS dei Lavoratori dello Spettacolo”, non riguarda soltanto l’accesso alla pensione, ma – soprattutto in un sistema contributivo maturo e a oltre trent’anni dalla riforma Dini – anche l’entità della prestazione. La discontinuità lavorativa, le carriere frammentate, il part-time e i periodi di non lavoro involontario comprimono il montante contributivo, rendendo concreto il rischio di pensioni insufficienti e costringendo molti a fare affidamento sull’assegno sociale.

Da qui l’esigenza di una riforma che parta dalla realtà concreta delle carriere: una pensione contributiva di garanzia legata al lavoro effettivamente svolto, il riconoscimento previdenziale della discontinuità, maggiore flessibilità in uscita, strumenti di riequilibrio di genere e una visione universale che, partendo dallo spettacolo, guardi all’intero mercato del lavoro. È su questo terreno che il settore dello spettacolo pone una questione generale, chiamando in causa la sostenibilità sociale complessiva del sistema previdenziale.

Tuttavia, tra i lavoratori intervenuti durante i lavori, il grande “imputato” rimane l’INPS, al pari delle accuse di ostruzionismo ideologico mosse ai diversi governi che si sono succeduti nel tempo. Una situazione evidentemente «esplosiva», chiosa Di Marco, che «finora è stata gestita prestando attenzione alle singole, individualissime esigenze e percorsi professionali di ogni lavoratore e lavoratrice», a volte con conseguenze pesanti e «forti penalizzazioni». Testimonianze raccolte durante l’incontro raccontano di versamenti pensionistici richiesti indietro dall’INPS, giovani maestranze costrette ad accettare offerte al ribasso pur di lavorare e a trattare sui propri versamenti previdenziali, o addirittura di tecnici inseriti in reparti con contratti metalmeccanici anziché del settore spettacolo.

Accanto a ciò, il tema salariale e dei rinnovi contrattuali assume un rilievo particolare. «L’investimento pubblico riesce sempre meno a sostenere i rinnovi contrattuali», sottolinea la segretaria nazionale della Slc davanti a una platea che ha visto anche la partecipazione di rappresentanti del Ministero della Cultura. A conferma, le difficoltà nel rinnovare il contratto nazionale delle Fondazioni liriche, quello dei Teatri e degli scritturati, e l’annoso contratto nazionale delle troupes cinematografiche, fermo al 1999. A questi problemi si aggiungono i ritardi nella regolazione del tax credit, che hanno paralizzato il settore per due anni e si prevedono possibili cali occupazionali fino al 40% nei prossimi mesi.

Di Marco insiste quindi sulla necessità di ridurre il numero dei testi per arrivare a contratti di filiera capaci di garantire le specificità delle professioni, ma anche di individuare chiaramente i settori dello spettacolo, la loro capacità occupazionale e l’innovatività contrattuale. Solo così il settore può rafforzarsi e acquisire riconoscibilità. L’esempio da seguire è quello di altri settori produttivi, come l’edilizia, con l’istituzione di bilateralità, fondi sanitari e diritti di base. Ma anche una rappresentanza sindacale solida che renda effettivamente esigibili i contratti. «L’estrema specificità delle ricadute su ogni singola professione non deve portare a una deriva corporativa, in cui ciascuno tutela solo i lavoratori del proprio mestiere. Questo approccio ‘clientelare’ non favorisce il lavoro collettivo, che invece dovrebbe consentire la realizzazione di norme valide per tutti e garantire equità nelle pur necessarie differenze».

Per Di Marco, la strada è chiara: individuare livelli base comuni su cui costruire, cogliere l’occasione per un grande cambiamento e favorire la collaborazione di tutte e tutti, con una vera partecipazione dal basso.

Elettra Raffaela Melucci

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Giornalista de Il diario del lavoro

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