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Home - Approfondimenti - Interviste - Referendum giustizia, Christian Ferrari (Cgil): “in campo per difendere la Costituzione”. Intervista col vicepresidente del Comitato società civile per il No. Una campagna ”porta a porta” per il voto di marzo

Referendum giustizia, Christian Ferrari (Cgil): “in campo per difendere la Costituzione”. Intervista col vicepresidente del Comitato società civile per il No. Una campagna ”porta a porta” per il voto di marzo

di Nunzia Penelope
23 Febbraio 2026
in Interviste
Dal referendum qualche insegnamento per il sindacato e per il centro sinistra

Christian Ferrari, segretario confederale della Cgil e vicepresidente del comitato della società civile per il No al fianco del presidente Giovanni Bachelet: è la seconda volta che scendete in campo contro un referendum costituzionale. La prima fu nel 2016, contro la riforma di Matteo Renzi. Questa volta avete addirittura promosso un Comitato. Non è inusuale per un sindacato questo tipo di mobilitazione?

Quando la Costituzione è in gioco, la Cgil, che ha contribuito a scriverla, non può non essere in campo a difenderla. E anche oggi in gioco c’è la nostra Costituzione: che non è proprietà di una parte politica, ma di tutti. Per questo abbiamo deciso di dare vita al comitato per il No della società civile, che abbiamo presentato il 20 dicembre scorso. Ed è da allora che è partita la nostra campagna. Il nostro obiettivo è ottenere la massima partecipazione possibile, mobilitare tutti coloro che hanno a cuore la Costituzione, che si sono sempre mobilitati in difesa della Costituzione, e che alla fine si sono sempre rivelati maggioranza.

L’iniziativa referendaria della Cgil, però, per ora si è vista poco. Cosa avete fatto dal 20 dicembre fin qui?
La nostra è una campagna dal basso, tra la gente: al di la dei media, i social, i convegni, noi consideriamo decisiva la dimensione territoriale, e fondamentale il rapporto diretto con le persone. In questi due mesi abbiamo radicato il comitato in tutta Italia, abbiamo creato centinaia e centinaia di comitati, in quasi tutti gli ottomila comuni italiani. Personalmente, sono reduce da una settimana di tour referendario no stop, da Verona a Messina. Ripeto: quello che per noi conta è il rapporto diretto, parlare con le persone, fare il porta a porta, mettere i banchetti nelle stazioni, nelle metropolitane, nei mercati, i volantini nei luoghi di lavoro. Adesso si avvicina alla fase più calda: sabato 7 marzo ci sarà una giornata di mobilitazione nazionale del comitato, con eventi in tutta Italia, assieme ai comitati per il No. Abbiamo un programma lunghissimo di iniziative, fino all’ultimo minuto possibile dell’ultima settimana. E ci saranno poi, ovunque, gli eventi di chiusura.

Cosa spiegate l’importanza del No alle persone che incontrate? La riforma della giustizia è un tema ostico, da addetti ai lavori.
 Noi spieghiamo invece proprio il contrario: che questa riforma non è affatto materia da addetti ai lavori, ma è qualcosa che riguarda tutti, perché riguarda la democrazia. Spieghiamo che non si intende affatto migliorare le condizioni della giustizia, renderla più efficiente, accelerare i processi, come i cittadini vorrebbero: questa riforma è solo un regolamento di conti del potere politico nei confronti di un altro potere dello stato. E per questo va fermata.

E che risposta avete, da parte dei cittadini?
 Registriamo un interesse in aumento, e del resto lo stanno registrando anche i sondaggi. Più passa il tempo, più le persone cercano di informarsi. E vediamo anche che più aumenta l’interesse, più, in parallelo, aumenta l’orientamento per il No. Sta montando un clima positivo. C’è poi ovviamente un aspetto tecnico, sui vari punti della riforma, ma noi cerchiamo di far emergere il lato diciamo cosi più politico.

 In che modo?
Da questa che per noi è una “controriforma” emerge chiaramente il tentativo di modificare la Costituzione a colpi di maggioranza. Non si era mai vista una riforma costituzionale approvata come un decreto legge, senza che il parlamento abbia potuto cambiare una virgola. Un atteggiamo al limite dell’arroganza istituzionale, da parte di un governo che, dall’alto del 26% dei consensi elettorali, vuole imporre la sua riforma. Si sta mettendo in discussione il fatto che la Costituzione sia un patrimonio di tutti, e già questo è un primo punto. Ma la riforma Nordio è solo un tassello di un disegno più complessivo di smantellamento della Carta. È un intero un pacchetto di controriforme che punta a una verticalizzazione del potere: che parte dalla giustizia, per poi passare al premierato e all’autonomia differenziata, non a caso riesumata dal Governo in questi ultimi giorni. Infine, più nello specifico e immediato, c’è l’attacco a un pilastro fondamentale della Costituzione e della democrazia, e cioè l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario rispetto agli altri poteri. Non si tratta di difendere i privilegi di una “Casta dei giudici”, ma di proteggere la garanzia che siamo tutti uguali di fronte alla legge, evitando che la riforma ci consegni una giustizia a due velocità: conciliante con i forti, repressiva con i deboli.

Ma non sono temi comunque distanti dagli interessi specifici del mondo del lavoro e di chi lo rappresenta?
C’è molto, nel tema giustizia, che ci riguarda anche come rappresentanza del mondo lavoro: gli investimenti del Pnrr che rischiano di essere vanificati, le assunzioni per rendere funzionali i tribunali e accorciare i tempi dei processi, i precari della giustizia, e sono ben 12 mila, che non sanno quale sarà il loro destino. Ma di tutto questo la riforma Nordio non si occupa affatto.  Inoltre, abbiamo anche le nostre proposte: una procura ad hoc per gli incidenti e le morti sul lavoro, il gratuito patrocinio per le vittime e le famiglie. Ma sottolineo anche l’importanza di avere giudici autonomi non solo dalla politica, ma anche dai poteri economici: certe indagini nei confronti di colossi dell’economia -per citare l’ultima: quella della procura di Milano su Glovo- possono essere sostenute solo da magistrati davvero indipendenti e garantiti nella loro indipendenza.

La battaglia referendaria in corso è pesantissima, e si teme andrà sempre peggio, via via che ci si avvicina al voto. Che effetti hanno queste violente polemiche sulle persone che incontrate nel paese reale?
La campagna becera che sta facendo il governo contro i magistrati, e che non c’entra niente con la riforma, è la prova ulteriore di un tentativo di dare una spallata. Ma nella realtà del paese, questo clima di scontro non c’è, non lo registriamo. Molti lamentano la lentezza dei processi, l’inefficienza del sistema giustizia, ma nessuno lamenta che ci siano ‘’magistrati politicizzati’’. E, per inciso, nessuno si straccia le vesti sul funzionamento del Csm.

E tuttavia non passa giorno senza che da esponenti della maggioranza e del governo parta un attacco nei confronti dei giudici. Questo non rischia di delegittimare agli occhi dei cittadini la stessa istituzione della magistratura? Voi, nei vostri incontri, che sensazione avete?
È un’altra responsabilità del governo: una campagna cosi aggressiva rischia certamente di demolire la fiducia dei cittadini non solo nella magistratura, ma verso le istituzioni nel loro complesso, e questo non fa bene alla democrazia. Ma devo dire che al momento non stiamo riscontrando un particolare aumento della sfiducia nei confronti dei giudici: ovunque andiamo il valore di una magistratura indipendente dalla politica è molto sentito. Ma certamente una campagna cosi violenta rischia di lasciare ferite. Il dopo voto andrà gestito, comunque vada il referendum.

Tra le tante polemiche, c’è stata anche quella sulle donazioni al Comitato del No, partita dal ministero della Giustizia con la richiesta di avere gli elenchi dei finanziatori. Cosa ne pensa? E a proposito, il vostro comitato come si finanzia?
Quella surreale iniziativa della capo di gabinetto del ministro dimostra soprattutto scarsa lucidità. Per quanto riguarda la Cgil, su questa campagna abbiamo certamente fatto uno sforzo di finanziamento. Non abbiamo i capitali della Famiglia Berlusconi, e nemmeno, come il governo, possiamo contare su media amichevoli. Abbiamo però il capitale umano, le migliaia e migliaia di attivisti che si sono mobilitati e stanno lavorando con noi. E facciamo molto autofinanziamento, per esempio organizzando cene per il No in tutta Italia.

Sui referendum del lavoro avete portato a votare 14 milioni di persone, tra cui, incredibilmente, 5 milioni di under trenta. Pensate di riuscire a mobilitare altrettante persone? A dicembre Giovanni Bachelet disse: ‘’se riusciremo a portare alle urne tutti quelli che si erano mobilitati per i quesiti Cgil, vinciamo a mani basse’’. È cosi?
Noi puntiamo a portare al voto come minimo le stesse persone che votarono ai referendum sul lavoro del 2025. Il nostro primo obiettivo è allargare il più possibile la partecipazione. È anche un contributo a rivitalizzare la democrazia, in un paese dove si va a votare sempre meno. A prescindere da cosa voteranno, vogliamo far capire che il voto di ciascuno conta. Ma questa volta, a differenza del nostro referendum, che aveva il quorum, vince chi saprà portare più persone al voto. Tanto che lo stesso ministro Crosetto, recentemente, ha affermato che questo referendum ‘’è un terno al Lotto’’. E io mi chiedo: davvero possiamo giocarci la Costituzione come al gioco d’azzardo?

Gli analisti, però, sostengono che più gente andrà a votare, tanto più avrà chance di vittoria il Si. Non rischiate un boomerang aumentando la partecipazione?
 Non c’è nulla di scientifico in questa analisi, è solo una proiezione algoritmica. Noi pensiamo il contrario: che più gente parteciperà al voto, più c’è la possibilità che il No vinca. Magari il 22 marzo fosse una grande festa della democrazia, con milioni e milioni di persone che vanno alle urne…

Se vincesse il No il governo cadrebbe?
Certamente una forte vittoria del no sarebbe una forte sconfitta per il governo. E questo può riaprire la partita politica, sconfiggere una idea regressiva verso la “democratura” modello Trump, e allo stesso tempo aprire una prospettiva complessiva di cambiamento nel paese. Ma in ogni caso, se vinceranno i No, cadrà l’intero disegno di chi vuole smantellare la Costituzione del 1948.

Nunzia Penelope

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