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Home - Rubriche - Giochi di potere - C’è la legge elettorale, ma Meloni ha mille ragioni per restare fino alla fine a palazzo Chigi

C’è la legge elettorale, ma Meloni ha mille ragioni per restare fino alla fine a palazzo Chigi

di Alberto Gentili
27 Febbraio 2026
in Giochi di potere
Meloni, l’underdog dal consenso inossidabile ottenuto rinnegando sé stessa

GIORGIA MELONI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Il tormentone è ricominciato. Appena il centrodestra, giovedì 26 febbraio, ha sfornato la proposta di riforma della legge elettorale, il Parlamento è stato scosso da un brivido. E da una inquietante domanda: “Giorgia Meloni accelera per andare a elezioni anticipate dopo il referendum? Oppure è un segnale di appeasement, visto che per il varo della riforma ci vorranno almeno sette mesi?”.

A precisa richiesta, da palazzo Chigi e dal quartier generale di Fratelli d’Italia di via della Scrofa, la risposta è univoca: “Ma quali elezioni anticipate!? Meloni vuole restare alla guida del governo fino al termine della legislatura”. Vale a dire, fino alla primavera del prossimo anno. E per una volta c’è da credere alla smentita. Perché è vero che, in caso di vittoria o di sconfitta al referendum, la premier potrebbe essere tentata di andare al voto anticipato per sfruttare l’abbrivio del successo, o per scongiurare il lento logoramento innescato dalla batosta. Ed è altrettanto vero che precipitare verso le urne rendere difficile la vita a Elly Schlein e al generale Roberto Vannacci: la prima si troverebbe con l’acqua alla gola nella costruzione del fantomatico Campo largo, il generale nostalgico del Ventennio non avrebbe tempo per strutturare sul territorio il suo nuovo partito. Ma le controindicazioni sono più numerose dei benefici.

La prima riporta all’ego di Meloni. Fin da quando ha espugnato palazzo Chigi, Giorgia ha detto di puntare al record di durata di un governo. E mai un esecutivo è rimasto in vita 5 anni. Tantomeno guidato da una donna. Insomma, l’underdog della Garbatella vuole stracciare tutti i predecessori, Silvio Berlusconi incluso, e scolpire sulla pietra della storia patria la “stabilità” e la “governabilità” in rosa.

Un’altra controindicazione, tenuta in massimo conto dal potente sottosegretario Giovanbattista Fazzolari e dagli esponenti del Cerchio magico meloniano, sarebbe il rischio di vedersi scippato palazzo Chigi, senza poter andare al voto anticipato. “Credere alla favoletta che Meloni avrebbe la strada spianata verso le urne, significa non conoscere Mattarella”, osserva un esponente di FdI parlando con il Diario del Lavoro, “sono pronto a scommettere un milione di euro che se Giorgia salisse al Quirinale per dimettersi, il capo dello Stato accoglierebbe le dimissioni e darebbe un mandato esplorativo a un tecnico. Se Draghi o uno come Cottarelli, poco importa. E se è certo che questo governo non otterrebbe mai la fiducia, è altrettanto sicuro che sarà questo esecutivo tecnico a portare il Paese al voto a scadenza naturale della legislatura. E Giorgia potrà pure avere qualche difetto, ma di sicuro non ha manie suicide…”.

Ad allontanare lo spettro delle elezioni anticipate c’è, poi, anche altro. C’è la voglia di deputati e senatori di tenersi lo stipendio fino alla fine. C’è il desiderio dei parlamentari di maturare quella che viene chiamata “pensione”: il requisito è restare in carica almeno 4 anni e sei mesi di legislatura, dunque fino al marzo del prossimo anno. E ci sarebbe il problema di dover andare a votare in settembre, alla vigilia della sessione di bilancio: prima, con le opposizioni sulle barricate, sarà impossibile approvare la nuova legge elettorale che la presidente del Consiglio vuole assolutamente incassare per scongiurare il rischio di essere battuta dal centrosinistra nei collegi uninominali.

A togliere a Meloni ogni tentazione elettorale è, poi, soprattutto la partita economica. Finora, in quasi tre anni e mezzo di governo, la premier non ha mantenuto gran parte delle sue promesse elettorali sul fronte delle tasse, della sanità, delle pensioni, del sostegno alle famiglie con figli. Ebbene, dopo aver varato a dicembre una legge di bilancio micragnosa da appena 22 miliardi di euro per poter uscire già quest’anno dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo, a palazzo Chigi e al ministero dell’Economia stanno già studiando le misure “acchiappavoti” da inserire nella prossima Finanziaria. Quella, appunto, ultra-elettorale da battezzare a dicembre in prossimità delle elezioni. Si va da una “visibile” e “corposa” sforbiciata delle tasse, a un aumento dell’assegno unico universale; dal varo del tanto atteso quoziente familiare per spingere la natalità, a un grosso gruzzolo da destinare alla Sanità; da qualche soluzione creativa sulle pensioni, a un bonus di renziana memoria. “E con la possibilità di dare agli italiani tutto questo ben di Dio”, osserva il colonnello meloniano, “Giorgia sarebbe una pazza a voler votare nel 2026. E lei pazza non è”.

Alberto Gentili

Alberto Gentili

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Giornalista

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