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Home - Rubriche - Giochi di potere - Dopo l’autocelebrazione, Meloni fa i conti con la realtà: sarà un autunno caldo per Giorgia

Dopo l’autocelebrazione, Meloni fa i conti con la realtà: sarà un autunno caldo per Giorgia

di Alberto Gentili
7 Settembre 2026
in Giochi di potere
Meloni, l’underdog dal consenso inossidabile ottenuto rinnegando sé stessa

GIORGIA MELONI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Lasciata alle spalle l’autocelebrazione di Bari, Giorgia Meloni è obbligata a un bagno di realtà. Consegnato agli archivi storici il record di durata del suo governo, ottenuto con zero riforme e ricorrendo all’immobilismo per non esacerbare le fratture della sua sbrindellata maggioranza, la premier si trova a fare i conti con quello che si annuncia un vero e proprio autunno caldo. E non solo per i dati raccapriccianti che arrivano dal fronte economico, con il Pil pressoché fermo e l’inflazione schizzata al 3,3%.

Il primo nodo da sciogliere è la legge elettorale. Ballottaggio sì, ballottaggio no. Preferenze sì, preferenze no. Con Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani divisi pressoché su ogni punto. E con Roberto Vannacci che se la gode, sorpreso dall’assoluta centralità che gli è stata regalata: “Faccio paura, si fa una legge elettorale contro di me”. E il generale non ha torto.

Come finirà lo psicodramma sul sistema elettorale si scoprirà presto, nel frattempo Meloni e il suo governo dovranno fare i salti mortali per convertire in meno di un mese quattro decreti varati prima dell’estate. Il tempo è poco, visto che i provvedimenti d’urgenza hanno 60 giorni di durata, poi decadono. Scade il 21 settembre il decreto sul crollo del tribunale di Bolzano, il 25 settembre quello sul prezzo del diesel. E il 6 ottobre ne scadono altri due: il decreto sugli imballaggi compostabili e la riforma della pubblica amministrazione, enti territoriali e protezione civile. Non esattamente una passeggiata di salute, per una maggioranza da tempo sfilacciata e in campagna elettorale permanente.

Settembre è anche il mese in cui si comincia a tracciare il profilo della nuova legge di bilancio. Si tratta dell’ultima prima delle elezioni, e Meloni raschierà il fondo del barile pur di realizzare almeno qualche promessa fatta nel 2022 per vincere le elezioni. Finora il niente, o quasi. Il problema è che i soldi sono pochi, pochissimi. Salvini, per cercare qualche spicciolo con cui sganciare mance e mancette elettorali, sta cercando di convincere gli alleati a tassare gli extra profitti delle banche e delle compagnie energetiche. E, nel frattempo, sta facendo di tutto per impedire che Meloni usi tutti e 15 i miliardi del Safe, il fondo europeo per il riarmo. Operazione nella quale, per una volta, è d’accordo con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Alla ricerca, anche lui, di risorse con cui scrivere una manovra economica se non generosa, per lo meno accattivante.

Altra grana, bella grossa, è il sostegno all’Ucraina. Con quella che Carlo Calenda chiama “tattica del sorcio”, Meloni dovrà dare (causa pressioni internazionali) altre armi a Kiev. Però non lo dice. Anzi, lo nasconde. La sua propaganda, amplificata a reti unificate dalla Rai e da Mediaset, ha martellato e martellerà sull’invio di altri generatori elettrici alla popolazione ucraina. E l’Italia ha già provveduto ad altre quattro spedizioni. Nessuna notizia invece sulla fornitura dei missili anti-missile Samp-T e di altri sistemi di difesa. La ragione: la gente è stufa della guerra, è stanca di vedere il governo spendere fondi per le armi a favore di Zelensky e così meglio passare per una…elettricista. E avanti con i gruppi elettrogeni. Tanto più che anche nel centrosinistra nessuno più, a parte rare eccezioni, si batte e si batterà per difendere l’Ucraina da Vladimir Putin. Non va più di moda. Segretamente, però, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha già preparato il tredicesimo “pacchetto” dove ci sono i sistemi di difesa promessi a Kiev. Si fa, insomma, ma non si dice.  E la premier deve ringraziare la procedura che su questo dossier non richiede un voto parlamentare, altrimenti sarebbero dolori. Per tutti.

Poi, con ancora nelle orecchie le bordate di fischi incassate a Taranto, Meloni dovrà affrontare la situazione sempre più complessa dell’ex Ilva. Sull’acciaieria pende un decreto di chiusura della corte d’Appello di Milano. La cordata italiana che avrebbe dovuto farla rinascere arranca. Il governo cercherà di salvare il salvabile con un tavolo a palazzo Chigi. Impresa tutt’altro che semplice.

Non è semplice, per Giorgia, neppure il dossier sul fine vita. C’è un disegno di legge sul suicidio assistito, chiesto dalla Corte costituzionale, che giace da anni in Parlamento. E ora Marina Berlusconi, che pretende un’accelerazione sul fronte dei diritti civili, ha chiesto a Forza Italia di mostrare i muscoli (?) per arrivare all’approvazione di un testo condiviso.  Ma Fratelli d’Italia e la Lega frenano. Stesso schema, ma con ruoli opposti, sulla riforma della caccia. Qui a frenare sono i forzisti, che puntano a rappresentare gli interessi degli animalisti, mentre i Fratelli e i leghisti già annusano i voti dei cacciatori se riusciranno ad allargare le maglie della legge a favore dell’esercito delle carabine e delle doppiette.

Sempre a settembre, governo e maggioranza dovranno affrontare il nodo del ritorno al nucleare, condiviso da tutto il centrodestra, e la riforma dei porti. Su cui non mancano i problemi. Salvini la invoca, la ritiene “essenziale”, ma è decisamente sgradita agli alleati. Tant’è che Fratelli d’Italia ha presentato 121 emendamenti. Molti scommettono che anche questa trovata del leghista seguirà le orme del Ponte sullo Stretto. Finirà nel solito pantano, con decide di miliardi pubblici buttati al vento; mentre sanità, scuola, sostegno dei più poveri, boccheggiano da anni senza fondi.

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Giornalista

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