La piattaforma unitaria per il rinnovo dei contratti del Terziario, della Distribuzione moderna organizzata e della Distribuzione cooperativa chiede 220 euro di aumento, più tutele sul part-time e sul lavoro domenicale e nuove regole sull’uso delle tecnologie. Ma soprattutto, viene presentata alle controparti con ampio anticipo sulla scadenza, per evitare ritardi e ulteriori perdite di salario. Ne parla al Diario del Lavoro Gabriele Fiorino, segretario nazionale UILTuCS: per il sindacalista, l’obiettivo è recuperare potere d’acquisto, arrivare al rinnovo entro la scadenza e porre un limite alla flessibilità.
Segretario, avete presentato la piattaforma con largo anticipo rispetto alla scadenza del 31 marzo 2027. Per quale motivo e che cosa non ha funzionato nei precedenti rinnovi?
In passato non hanno funzionato innanzitutto i tempi. Per responsabilità delle associazioni datoriali sono trascorsi anche tre o quattro anni tra la scadenza dei contratti e il loro rinnovo. Se in quell’arco di tempo non ci sono incrementi retributivi, e per di più ci si trova in una fase di inflazione elevata, è evidente che i salari arretrano. Da qui la scelta di elaborare e presentare per tempo le piattaforme. I contratti scadono a marzo e noi chiediamo di iniziare fin da subito il confronto. L’obiettivo, prima di tutto, è rinnovarli in tempo ed evitare di ripetere quello che è accaduto nelle precedenti tornate.
Il punto di partenza della piattaforma è il salario. Avete scelto di chiedere 220 euro di aumento: quanto pesa, in questa cifra, il recupero del potere d’acquisto?
Questa richiesta ha due obiettivi. Da una parte c’è il recupero del potere d’acquisto, dall’altra la volontà di incrementarlo. Con i numeri di oggi significa andare oltre il semplice recupero dell’inflazione, ed è una scelta precisa. Negli ultimi anni i salari dei nostri settori hanno perso terreno in termini reali: nominalmente sono cresciuti, ma meno dell’inflazione. L’impennata dei prezzi e i ritardi nei rinnovi hanno determinato un arretramento che il contratto rinnovato nel 2024 ha compensato soltanto in parte. Nei 220 euro, quindi, c’è il recupero dell’inflazione, ma c’è anche qualcosa in più: il tentativo di restituire davvero potere d’acquisto ai salari.
Uno dei fenomeni che proponete di contrastare è il part-time involontario, insieme al cosiddetto part-time povero.
Sì, il problema riguarda innanzitutto quei contratti con poche ore settimanali, mensili o annuali, che alla fine significano poco reddito disponibile. Poi c’è il part-time involontario, cioè persone che vorrebbero lavorare a tempo pieno, o comunque avere più ore, ma trovano sul mercato soltanto occupazioni a orario ridotto. Nel terziario, così come nel turismo, questo fenomeno ha un peso molto rilevante e riguarda soprattutto i giovani e le donne.
E sul part-time, quali aggiustamenti chiedete?
Chiediamo di portare a 24 ore l’orario minimo settimanale e di introdurre meccanismi che consentano di consolidare le ore supplementari svolte con continuità e, quando ci sono le condizioni, di passare dal part-time al full-time. C’è poi la questione delle clausole elastiche, che permettono al datore di lavoro di modificare la collocazione o la durata dell’orario. La nostra richiesta è che non vengano sottoscritte nel momento stesso dell’assunzione. In quella fase il lavoratore è solo davanti all’impresa, sta cercando un’occupazione e si trova inevitabilmente in una posizione più debole.
Nella piattaforma chiedete anche maggiorazioni più alte per il lavoro domenicale, festivo e notturno, limiti alle domeniche lavorate e maggiori garanzie sulla volontarietà. Quanto è diventato centrale il tema dell’organizzazione degli orari?
La cartina tornasole, in questi anni, è stata anche la fuga dei lavoratori da questi settori e il peggioramento della qualità delle condizioni di lavoro che ci viene segnalato da chi vi opera. Molte persone, quando ne hanno l’occasione, lasciano e cercano un altro impiego, dove magari possono avere un reddito migliore ma anche, e questo conta molto, maggiori certezze nella programmazione dei propri tempi di vita e di lavoro.
Soprattutto tra le generazioni più giovani, le imprese fanno più fatica rispetto al passato a trovare persone disponibili ad accettare contratti nei quali la domenica è già compresa e gli orari sono incerti o possono cambiare continuamente. Probabilmente la misura è diventata colma. C’è una consapevolezza maggiore dei limiti di queste condizioni di lavoro.
Quali sono le cause di questo peggioramento e come si può intervenire?
Su questi settori si è scaricata negli anni una quantità enorme di flessibilità: penso alle liberalizzazioni degli orari commerciali, ma anche agli interventi sul part-time e sui contratti a termine. Una flessibilità che è stata lasciata in larga parte direttamente nelle mani delle imprese. Noi diciamo invece che va limitata e soprattutto governata attraverso la contrattazione.
Lo stesso discorso vale per il lavoro domenicale. Aumentare le maggiorazioni non potrà mai eliminare il disagio di lavorare la domenica, ma almeno significa riconoscerlo e remunerarlo di più. Oggi, nella distribuzione, moltissime persone vengono assunte con la domenica già prevista nel contratto individuale. Chi non ce l’ha, molto spesso, è chi è stato assunto prima delle liberalizzazioni.
Digitalizzazione, algoritmi e intelligenza artificiale stanno entrando sempre di più anche nel commercio e nella distribuzione. Quale ruolo deve avere il contratto nazionale?
Dobbiamo evitare che l’introduzione delle nuove tecnologie finisca per avere ricadute negative sulle condizioni di lavoro. Oggi algoritmi e sistemi digitali vengono utilizzati anche per rilevare i livelli di produttività, monitorare i flussi e i comportamenti dei clienti e, sulla base di questi dati, calibrare quante persone e quante ore di lavoro servono all’interno di un negozio. Quando ci sediamo ai tavoli di trattativa ci vengono presentati continuamente obiettivi di produttività costruiti su un controllo giorno per giorno dei flussi e degli acquisti. Il rischio è che questi strumenti aumentino ulteriormente la pressione sui carichi di lavoro oppure introducano nuove forme di controllo sull’attività dei lavoratori.
Quindi cosa chiedete?
Chiediamo informazione preventiva e contrattazione sugli effetti delle tecnologie, a partire dall’impatto sull’organizzazione del lavoro e dall’eventuale sostituzione di manodopera. E se attraverso le nuove tecnologie nascono professionalità diverse, bisogna prevedere percorsi di formazione e riqualificazione, riconoscere le nuove competenze, valorizzarle e retribuirle adeguatamente.
Tra i temi della piattaforma ci sono anche appalti, esternalizzazioni e franchising. Perché sono diventati così importanti?
Perché negli ultimi anni sono cresciuti i casi in cui alcune attività vengono conferite a terzi e, nel commercio, è aumentata anche la gestione dei negozi in franchising. Questo pone un problema molto serio di tutela delle condizioni di lavoro. Bisogna innanzitutto guardare ai contratti collettivi che vengono applicati: devono essere pertinenti rispetto all’attività effettivamente svolta e riconducibili alle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative. E dove ancora mancano, bisogna introdurre clausole sociali che tutelino l’occupazione in caso di cambio di appalto.
Emanuele Ghiani

























