Le proteste degli autotrasportatori nel Mezzogiorno rischiano di estendersi al resto del Paese se il governo non interverrà rapidamente. A sostenerlo è Paolo Uggè, presidente di Unatras, il coordinamento unitario delle associazioni nazionali dell’autotrasporto merci, e della FAI, Federazione Autotrasportatori Italiani. Intervistato da Il Diario del Lavoro, Uggè richiama il governo al rispetto degli accordi raggiunti a Palazzo Chigi lo scorso 22 maggio e sottolinea la necessità di garantire liquidità alle imprese, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni. Tra le richieste, un’anticipazione del 40% delle risorse già stanziate e la convocazione di un incontro prima del 27 ottobre, data fissata dal ministero dei Trasporti. In assenza di risposte, anche le associazioni nazionali potrebbero arrivare a proclamare un fermo dell’autotrasporto.
Uggè, partiamo dalle proteste che stanno interessando il Mezzogiorno, dalla Puglia alla Calabria e alla Sicilia. Quanto è grave la situazione e c’è il rischio che la mobilitazione si estenda al resto del Paese?
La situazione è a rischio se il governo non interviene, come chiediamo da tempo. Abbiamo inviato lettere per chiedere che il comportamento del ministero fosse coerente con le intese di Palazzo Chigi del 22 maggio. Purtroppo il confronto non c’è stato e siamo andati avanti a chiacchiere. La gente si trova in difficoltà, soprattutto le piccole e medie imprese del Sud, in Puglia, Calabria, Sicilia e Basilicata. Il rischio è che il fenomeno si estenda. Noi abbiamo detto al governo che bisogna incontrarci subito e trovare le soluzioni per dare alle imprese le risorse necessarie. Il governo non ha rispettato i patti sottoscritti a Palazzo Chigi, quindi dobbiamo ripartire da lì. Da allora non c’è stato più un confronto. Se lo avessimo avuto, come previsto, non saremmo arrivati a questa condizione. La protesta è esplosa perché la gente non ha più i soldi, ha problemi di liquidità e non riesce a comprare il gasolio. Quelli che non ce la fanno e vedono altri che viaggiano hanno organizzato spontaneamente i blocchi. Questo è quello che è successo e rischia di estendersi se non si interviene rapidamente.
Si tratta di proteste spontanee, non proclamate dalle associazioni di categoria. Il presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo, ha parlato di una situazione preoccupante proprio perché nasce dalla disperazione degli imprenditori. Condivide questa valutazione? E quanto è difficile oggi rappresentare questo malcontento?
Queste forme spontanee a volte sono anche favorite da situazioni locali, oppure addirittura hanno uno sfondo politico. Mi risulta che un ex presidente del Consiglio, che non aveva mai avuto molto a cuore il problema dell’autotrasporto, sia andato a parlare con i trasportatori. Un altro presidente di Regione è andato a distribuire i panini. Bene, benissimo. Però come la mettiamo con il fatto che questi partiti poi sostengono le misure che hanno messo in crisi l’autotrasporto? Ci sono anche decisioni di natura europea che incidono sul settore e poi vediamo che quegli stessi partiti le sostengono.
Al centro delle proteste c’è infatti l’aumento del prezzo del gasolio, con rincari che hanno raggiunto anche i 50 centesimi al litro. Quanto pesano questi aumenti sulle imprese e perché le risorse stanziate dal governo non sono ancora arrivate?
Attenzione, il governo ha stanziato le risorse. Il problema vero è che non arrivano nella disponibilità degli autotrasportatori, perché per ottenerle bisogna seguire una procedura. Le imprese devono presentare le domande, avere determinate caratteristiche, produrre la documentazione e poi ci sono le verifiche. Ma la gente non riesce più a comprare il gasolio. Allora noi abbiamo detto: facciamo un’anticipazione del 40%, poi si faranno le verifiche, ma nel frattempo aiutiamo la gente. Bisogna intervenire anche per consentire una riduzione del prezzo del gasolio.
Vorrei approfondire proprio la proposta di anticipare il 40% delle risorse. Come dovrebbe funzionare concretamente?
Come abbiamo fatto ai tempi del Covid, con un bonus, un bonifico dall’Agenzia delle Entrate. Le imprese dovevano poi documentare, chiaramente, ma nel frattempo avevano ricevuto le risorse.
Lei ha richiamato più volte gli accordi di Palazzo Chigi del 22 maggio. Che cosa non è stato rispettato e quanto ha pesato l’assenza di un confronto con il governo?
Purtroppo adesso paghiamo le conseguenze del fatto che quanto convenuto a Palazzo Chigi non è stato attuato. Le faccio un esempio semplice. Una delle intese che doveva essere realizzata nel giro di una settimana o due era la costituzione della Consulta del trasporto e della logistica presso il ministero dei Trasporti, con la presenza di un rappresentante della Presidenza del Consiglio. Serviva un decreto ministeriale, ma il decreto è stato fatto dieci giorni fa. Avremmo avuto il tempo di confrontarci, perché lì ci sono i vari ministeri, la committenza, Confindustria, il mondo delle spedizioni. Avremmo potuto gestire questa questione e intervenire prima che si arrivasse a queste condizioni. Questa è gente, ripeto, che non ce la fa più, non ha liquidità.
Il ministero dei Trasporti ha convocato le associazioni per il 27 ottobre, ma voi avevate chiesto un incontro immediato. È una data che arriva troppo tardi? Che cosa vi aspettate dal governo?
Noi l’incontro immediato lo abbiamo chiesto da tempo. Abbiamo sollecitato più volte il confronto, proprio per evitare che si arrivasse a una situazione che poi sfugge di controllo. Le associazioni rappresentative a livello nazionale non hanno dichiarato queste iniziative, però avevano chiesto ripetutamente di intervenire. Adesso bisogna trovare le soluzioni per ridare liquidità in tempi brevi alle imprese, soprattutto alle piccole e medie, che sono quelle che stanno protestando.
Avete prospettato anche la possibilità di un fermo nazionale dell’autotrasporto. È un’ipotesi concreta?
Se non ci sarà una convocazione in tempi rapidi e non si troveranno le soluzioni, anche noi evidentemente estenderemo il fermo. Perché poi, pian piano, questo fenomeno rischia di estendersi anche al Centro e poi al Nord, dove adesso non ci sono situazioni problematiche. Bisogna anticipare il 27 ottobre. Lo abbiamo chiesto proprio per poter dire alla gente: questa è l’intesa, le risorse arriveranno in tempi brevissimi. Poi potremo affrontare tutto il resto in modo più organico, più razionale.
Al di là dell’emergenza carburanti, quali sono i problemi strutturali che mettono in difficoltà le imprese? E quali conseguenze potrebbe avere questa crisi sull’occupazione?
Se le imprese che hanno dipendenti non riescono a stare in piedi, poi il problema si riversa anche sui lavoratori, non c’è dubbio. C’è anche questo rischio. Però lo vedrei un po’ più lontano, non è una situazione così evidente e imminente. Noi adesso dobbiamo fronteggiare l’emergenza che si è creata per il mancato coinvolgimento e per la mancata ricerca di soluzioni comuni. Si potevano trovare. Non sono state trovate. Perché? Non lo so. I problemi strutturali non si risolvono con un blocco proclamato e attuato da alcune realtà territoriali. Si risolvono con una visione complessiva. Ecco perché la Consulta era lo strumento attraverso il quale si poteva costruire questo percorso. Non è stato fatto e chi ha questa responsabilità se la deve assumere.
Emanuele Ghiani



























