Giorgia Meloni non è una che si perde d’animo. Del resto, se l’underdog della Garbatella avesse un carattere fragile, non avrebbe rotto il “tetto di cristallo” ed espugnato palazzo Chigi, prima donna e primo leader di destra destra nella storia repubblicana a riuscire nell’impresa. Così, la premier, si è rialzata anche dopo lo scontro con Donald Trump che, in un primo momento, l’aveva mandata al tappeto.
Eppure, la batosta era stata dura. Per due anni, da quando l’energumeno di Washington ha ripreso possesso della Casa Bianca, Meloni ha narrato agli italiani e al mondo intero di avere un ruolo privilegiato. Quasi salvifico, per il Vecchio Continente diventato bersaglio dell’alleato storico. Era l’unica, a suo dire, a poter fare da “ponte tra l’America e l’Europa” e a impedire che Trump, da amico, diventasse apertamente un nemico. Invece, come si è visto, prima il tycoon l’ha insultata, derisa, messa alla berlina: “Mi ha pregato per fare una foto con me, è in calo di popolarità”. “Di lei non mi fido più, non è credibile”. Eccetera eccetera: quando The Donald rompe gli argini, difficilmente si arresta. E poi, nei giorni scorsi, ha del tutto rotto con l’Unione europea, stringendo il “patto del diesel” con il nemico degli europei Vladimir Putin e ha sfiduciando platealmente il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sostenuto dall’Ue: “Vuole la guerra, all’Ucraina serve un altro presidente”.
Ebbene, di fronte al ribaltamento del quadro in una situazione rischiosamente pre-bellica, Meloni è stata costretta a virare verso l’Unione europea. E ha dovuto prendere platealmente le distanze da Trump: epilogo che avrebbe voluto evitare, anche per non incorrere in nuovi attacchi dell’autocrate di Mar-a-lago. L’ha fatto la settimana scorsa in Parlamento, alla vigilia del Consiglio europeo, consapevole che il solito atteggiamento tartufesco e furbesco, non sarebbe stato apprezzato né dai suoi elettori, né dai partner europei: “Il patto del diesel è rischioso, legittima Mosca. Bisogna sostenere Zelensky senza se e senza ma”, ha messo a verbale nelle aule parlamentari. In più, ha invocato (proprio lei) l’unità dell’Unione europea, ha indicato la necessità di fare fronte comune per fronteggiare la crisi energetica “innescata da Trump con la guerra in Iran” e per provare a fermare l’inflazione, ormai partita al galoppo e difficile da fermare.
Attenzione, però, quello di Meloni è un europeismo di convenienza. Che le serve, essenzialmente, per non restare isolata. E per provare a portare a casa qualcosa, come l’accordo su una maggiore flessibilità contro il caro-prezzi e contro l’impennata sulle bollette. Più la revisione dell’Ets, il sistema di tassazione delle industrie inquinanti. Ma, da buona sovranista e nazionalista, Giorgia è contro l’abolizione del diritto di veto che paralizza l’Unione (posizione solitaria, dopo la defenestrazione dell’ungherese Victor Orban), è gelida rispetto al progetto di difesa comune (per lei va inquadrata nella Nato, senza una propria autonomia strategica) e già si prepara a dare battaglia contro Bruxelles su molti altri fronti.
Insomma, da una parte la presidente del Consiglio tratta, dall’altra insulta i propri interlocutori. Schema vecchio, già adottato in passato da Matteo Salvini (quando contava qualcosa e faceva il vicepremier con Giuseppe Conte nel ruolo di capo).
Sarà proprio questo il copione che Meloni metterà in scena da qui alle elezioni previste nella tarda primavera. La premier è infatti convinta che per fare un altro giro di giostra a palazzo Chigi e frenare l’avanzata di Roberto Vannacci (che, per fortuna, sembra cominciare a sgonfiarsi), sia indispensabile scagliarsi contro l’Europa.
Agli elettori di destra, infatti, l’unità del Vecchio continente non piace. Così Meloni, pur trattando con Ursula von der Leyen e le cancellerie europee, sta preparando le parole d’ordine elettorali. Non nuove, per la verità. E in tutto simili a quelle scandite all’ultima assemblea di Confindustria, nel maggio scorso: “L’Europa è un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato la competitività e la crescita sull’altare degli approcci ideologici e tecnocratici”. Amen. Con un quesito: ma senza l’Ue, quale sarebbe il destino dell’Italia? E cosa ne sarebbe del sogno che ha permesso a due generazioni di giovani di sentirsi più europei che italiani?
Alberto Gentili



























