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Home - Approfondimenti - Interviste - Sateriale, la nuova frontiera del sindacato e’ il territorio

Sateriale, la nuova frontiera del sindacato e’ il territorio

di Massimo Mascini
7 Giugno 2016
in Interviste
Sateriale, la nuova frontiera del sindacato e’ il territorio

Il torpore che caratterizza il sindacato è in buona parte solo apparente, perché se si guarda oltre l’apparenza, per difficile che sia, è possibile avvertire il fermento che invece anima le categorie e, soprattutto, i territori. C’è un mondo, tutto da scoprire che interessa il sindacato nella sua globalità, i lavoratori e, più in generale, i cittadini. In particolare, è importante e lo diventerà sempre di più la contrattazione territoriale, quella che si fa con gli enti locali, comuni, province, regioni per migliorare i servizi di welfare e più in generale per andare incontro ai bisogni della gente, divenuti sempre più acuti in questi anni di crisi.

Di questa contrattazione, di come deve crescere, di come è possibile farla ne abbiamo parlato con Gaetano Sateriale, responsabile del Piano del lavoro della Cgil, che per le edizioni di Liberetà ha scritto in questi giorni una Guida per aiutare chi vuole far crescere questo segmento di attività sindacale.

Ed è emerso così come questa contrattazione territoriale, mettendo in moto una serie di meccanismi economici, sia in grado di dare un impulso notevole alla domanda interna, aggredendo così uno dei maggiori fattori della stagnazione che ci attanaglia.

 

Sateriale, sta nascendo un nuovo sindacato?
Diciamo che ci sono molte esperienze innovative.

Di che genere?
Vedo tante forme di contrattazione innovativa. Tra queste quella territoriale, la più interessante. E la meno studiata.

Che caratteristiche ha?
Si svolge nel confronto con i comuni, in genere con gli enti di governo territoriale. Punta a rispondere a bisogni sociali, quelli più avvertiti in quel dato territorio, soprattutto in un periodo di crisi. Tanto è vero che per lo più si tratta di contrattazione difensiva, nel senso che tende a mantenere servizi di welfare e a difendere dagli aumenti fiscali gli strati più deboli della società.

Detto così sembra poca cosa.
No, è una realtà importante anche nella dimensione quantitativa. Ogni anno si concludono tra i mille e i duemila accordi del genere. Il che significa che i sindacati, unitariamente, hanno spostato qualche cifra in duemila bilanci degli enti di governo. Una realtà del tutto in controtendenza rispetto al tentativo di cancellare i corpi intermedi della società.

In una fase storica in cui non c’è più la concertazione non è cosa da poco.
Questa che si fa in giro per l’Italia è concertazione, al di là di come la si voglia chiamare. E non è un residuo del passato, sono ammortizzatori sociali utilissimi in un periodo di crisi. Utili anche per gli anti locali che hanno meno risorse e devono spendere provocando il massimo di coesione sociale possibile.

Che è sempre importante.
Sì, dal punto di vista economico e come tenuta politica democratica. La classe politica ha tutto l’interesse a prevenire reazioni sociali scomposte quando, a causa della crisi, è obbligata a tagliare qualcosa.

Chi fa questa contrattazione territoriale?
La si fa per l’80% nel Centro Nord e per il 90%, sempre unitariamente, le rappresentanze dei pensionati. In altri casi sono le strutture confederali che si muovono, per lo più al livello regionale. Ma tutto il sindacato è coinvolto nelle sue strutture orizzontali.

Questa contrattazione è anche un atto di politica economica?
Sì, perché parte dai bisogni e obbliga le risorse pubbliche a rispondere a questi bisogni in termini di nuovi servizi o riorganizzando quelli che già esistono. Più in generale con questa azione è possibile, proprio rivedendo l’allocazione delle risorse pubbliche, che la crisi ha ridotto ma non esaurito, a dare nuovo alimento alla domanda interna. E dato che è proprio la debolezza della domanda interna il nostro principale problema economico, questa azione assume dimensioni di politica economica.

Ma voi volete cambiare ancora questa contrattazione?
Vogliamo che queste sue caratteristiche diventino sempre più evidenti e l’azione sempre più efficace. Vogliamo generalizzare queste esperienze su un terreno ancora più innovativo, sempre agendo sui bisogni espressi dalle persone e dai territori. Il patto per il lavoro che il sindacato unitariamente ha stretto con la l’Emilia Romagna è un esempio preciso di cosa si deve fare.

Questa azione può combinarsi con la politica del governo?
Il governo sembra molto attento alla crescita delle esportazioni, aiutando per quanto possibile le imprese che sono in grado di competere sul mercato globale. Un’azione importante, ma, come dicono tanti osservatori, non sufficiente a far crescere in modo stabile. E’ la domanda interna che va sollecitata, a questa occorre dare una spinta e questa azione nei territori può costituire il catalizzatore di una nuova realtà, una nuova politica.

Quindi voi volete espandere questa realtà, moltiplicare quei mille o duemila accordi che già si fanno.
Non è facile, ma questo è l’obiettivo che ci siamo dati e per il quale stiamo facendo tanta formazione. L’obiettivo è realistico, venti accordi regionali e 100 accordi con altrettante grandi e medie città. Con l’obiettivo di creare così nuove occasioni di lavoro.

La guida che lei ha scritto per Liberetà serve proprio a questo fine.
Sì, serva a preparare questa nuova stagione di contrattazione territoriale.

Da dove si parte?
La Guida indica un classico percorso negoziale. Importante è che il sindacato parta dall’individuazione dei bisogni esistenti in un dato territorio, ma l’individuazione di questi bisogni deve essere fatta coinvolgendo altri soggetti che operano lì, soprattutto le università. Il sindacato non può muoversi da solo, non fosse che per controparte, anche se sui generis, ha chi rappresenta i cittadini

Il sindacato è in grado di attuare la trasformazione che questa nuova azione richiede?
Se resta chiuso nelle sue sedi o nei luoghi di lavoro no, non ne sarebbe capace.  Se invece si confronta con le realtà sociali della propria comunità e impara a farsene carico, allora sì, può riuscirci. Ma la trasformazione deve essere profonda. C’è chi parla di sindacato di quartiere e di delegato sociale. Questa è la via da seguire.

Quarant’anni fa c’erano i consigli di zona che facevano queste cose.
Un precedente importante. Quello forse è stato il punto di massima forza dei sindacati operai.

Ma il sindacato di questi anni riuscirà davvero a uscire dal suo bozzolo?
Non posso che rispondere di sì. Perché è obbligato a farlo. Il mondo del lavoro si è frantumato, i problemi del lavoro e quelli sociali si sono mischiati nella crisi: anche volessi tutelare solo i miei rappresentati non potrei non occuparmi di trasporti, assistenza sociale, imposizione fiscale locale e così via. Per questo è un passo obbligato, che deve vedere protagonista la cultura confederale e quella delle categorie. Ma una cosa deve capire il sindacato, prima ancora di muoversi, che non può solo chiedere, deve anche dare delle risposte, indicare delle soluzioni. Altrimenti non parte nulla. 

Massimo Mascini

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