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Home - Approfondimenti - La nota - E’ possibile una siderurgia “pulita”?

E’ possibile una siderurgia “pulita”?

16 Dicembre 2015
in La nota

Globale e locale, locale e globale. Il rapporto fra globalizzazione e vicende industriali è un elemento percepibile ormai da tempo in molti settori industriali. Ma se c’è un settore in cui questo rapporto è così stretto da risultare immediato è quello dell’acciaio. Se ne è avuta una prova ieri a Roma, nel corso di un convegno organizzato dalla Fiom-Cgil e intitolato “Per una siderurgia pulita”. Sottotitolo, forse ottimistico, “Dal declino allo sviluppo”.

Cominciamo dal locale. Tre anni fa, nel 2012, la Fiom organizzò a Orzinuovi, nei pressi di Brescia, un altro convegno sulla siderurgia, in cui si confrontarono alcuni degli stessi interlocutori che hanno animato il dibattito odierno: dal Presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, al segretario generale della stessa Fiom, Maurizio Landini. Ma in un lasso di tempo pur relativamente breve, ed entro un orizzonte comunque segnato dalla crisi, il panorama della siderurgia italiana ha subito forti mutamenti in più d’uno dei suoi principali insediamenti.

Partiamo dal Nord, e cioè da Trieste. Tre anni fa la Ferriera di Servola, che era stata in passato uno dei punti forti del gruppo Lucchini, era considerata come un’ammalata grave. E questo sia perché subiva le difficoltà sofferte dal successore di Lucchini, il gruppo russo Severstal, sia a causa di problemi locali, connessi al suo insediamento a ridosso del porto di Trieste, e dunque di un’area tipicamente urbanizzata. Tre anni dopo, come ha spiegato Andrea Svic, delegato Fiom dell’acciaieria, la Ferriera è tornata produttiva e i suoi 450 addetti sono tornati ad avere fiducia nel futuro. Perché? In primo luogo, perché la Ferriera è entrata a far parte del gruppo Arvedi, ovvero dell’impresa siderurgica italiana che ha forse fatto di più, in questi faticosi anni di crisi, in termini di ricerca e quindi di innovazione. Cosicché la ghisa sfornata a Trieste viene poi trasferita a Cremona, nello stabilimento principale del gruppo, dove serve per alimentare la produzione di coils di alta qualità. In secondo luogo, perché la nuova proprietà ha accettato la sfida di fare siderurgia a ciclo integrale sì, ma anche “pulita”, grazie all’impiego di tecnologie che, pur essendo ancora in fase sperimentale, stanno dando risultati interessanti. Insomma, un esempio positivo.

Andiamo adesso più a Sud, facendo un salto dalle coste della Venezia Giulia a quelle della Toscana meridionale, dove incontriamo l’acciaieria di Piombino, ovvero il pezzo principale dell’ex gruppo Lucchini. Tre anni fa, nessuno sapeva che fine avrebbe fatto. Oggi lo stabilimento è proprietà di Aferpi, ovvero delle Acciaierie e Ferriere di Piombino, cioè di una nuova società posseduta, a sua volta, dall’algerina Cevital. I problemi sono tanti, compresa una certa ostilità di alcune imprese siderurgiche del nostro Nord-Est, che non vedono di buon occhio l’insediarsi nell’Italia centrale di un concorrente nel campo delle produzioni da forno elettrico. Ma almeno una prospettiva possibile è stata riaperta.

E spostiamoci adesso nell’interno, passando alla verde Umbria. Qui c’è la AsT, ovvero la Acciai speciali Terni, un tempo gioiello fra le imprese a partecipazione statale, ed entrata poi nel gruppo tedesco ThyssenKrupp. Nel 2014, una vertenza durissima, con la proprietà che voleva portar via la produzione di acciaio inossidabile e i sindacati che la difendevano strenuamente. Era uno stabilimento in perdita, ricorda l’amministratore delegato Lucia Morselli, che porta con sé una fama di negoziatrice implacabile. Ma adesso “siamo tornati all’utile”, aggiunge. E ciò è frutto anche del confronto/scontro dell’anno scorso, in cui due parti, ognuna delle quali convinta delle proprie ragioni, si è trovata costretta, nella dinamica negoziale, a vedere che cosa c’era di buono nelle ragioni dell’altra parte.

Tutto troppo bello? No. Perché? Innanzitutto perché, in fondo alla penisola c’è Taranto. E qui, rispetto a tre anni fa, i dolori non solo non sono stati leniti, ma si sono aggravati.

Sono anni che lo stabilimento Ilva costituisce, assieme, il primo stabilimento siderurgico a ciclo integrale del nostro Paese, tra i primissimi in Europa, e l’epicentro della crisi del rapporto fra produzione di acciaio e territorio circostante. Oltre a essere il caso più acuito della crisi del rapporto fra un’imprenditoria non all’altezza dei propri compiti, e il settore base dell’industria manifatturiera.

Ma adesso, dopo tre anni di commissariamento, le cose vanno anche peggio. Infatti, il 9 dicembre scorso il Governo ha presentato alla Camera dei Deputati un disegno di legge intitolato: “Conversione in legge del decreto-legge 4 dicembre 2015, n. 191, recante disposizioni urgenti per la cessione a terzi dei complessi aziendali del Gruppo Ilva”. Disegno con cui “si prevede il completamento delle procedure di trasferimento a terzi dei complessi aziendali riconducibili alle imprese del gruppo Ilva in amministrazione straordinaria entro il 30 giugno 2016”. Ora, che il proposito del Governo fosse quello di trovare un compratore per l’Ilva era cosa già nota. Ma la Fiom ha dato un giudizio nettamente negativo sull’accelerazione del processo attivata da questo disegno di legge. Nel ragionamento Fiom, infatti, una cosa è prima procedere a un complesso risanamento sia ambientale che finanziario e produttivo e poi, al termine del processo, porre l’Ilva sul mercato. Altra cosa è accelerare all’improvviso il processo, rischiando di portare l’impresa al collasso. Con tutte le conseguenze non solo occupazionali e territoriali che ne deriverebbero, ma con danni inestimabili per l’intero sistema industriale del nostro paese.

Qui giova infatti osservare che nel corso del convegno, pur animato da voci diverse e talvolta contrastanti, c’è stato un punto di consenso generale. L’acciaio è la base dell’industria manifatturiera. Senza acciaio non c’è manifattura. D’altra parte, come ha rilevato Emanuele Morandi, Ad di Siderweb, il problema di oggi è immaginare l’acciaio del futuro, ovvero le tipologie di acciaio che saranno richieste per realizzare i prodotti, necessariamente sempre più ecocompatibili, che saranno richiesti fra dieci o venti anni. E sarebbe dunque bene che in Italia si facesse qualcosa per alzare le cifre investite in Ricerca e Sviluppo. Cifre che, in percentuale sul Pil, sono inferiori, per quel che riguarda il nostro paese, non solo a Giappone e Stati Uniti, ma anche alla media Ocse.

E veniamo al globale. Qui la prima cosa da notare è che, nel corso del dibattito, la Commissione dell’Unione Europea è stata citata più spesso del Governo della Repubblica Italiana. E questo ci dice che, per gli addetti ai lavori, è impensabile anche solo tentare di governare un settore complesso e globalizzato come quello dell’acciaio da una prospettiva meramente nazionale. Solo che, come si è capito dall’intervento dell’ultimo presidente della Ceca, Enrico Gibellieri, in Europa le cose non stanno molto meglio che il Italia. Dopo la chiusura della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, una struttura che aveva assicurato, per alcuni decenni, una solida e utile cornice alle politiche nazionali di settore, il piano che porta il nome del penultimo Commissario all’Industria dell’Unione, l’italiano Tajani, aveva tentato di delineare, almeno, gli indirizzi fondamentali delle scelte da compiere per l’acciaio a livello continentale. Ma oggi, il problema non è solo che le tracce del piano Tajani, a quanto pare, si sono perse. Il fatto è che il minimo che si può dire della nuova Commissaria alla Concorrenza, la danese Margrethe Vertagen, è che non sta aiutando il Governo italiano nella sua opera di risanamento dell’Ilva. Del resto la stella polare, per non dire l’ossessione, delle politiche industriali perseguite dall’Unione europea, da parecchi anni a questa parte, è quella di evitare qualsiasi cosa che possa essere, anche solo vagamente, apparentato alla dizione “aiuti di Stato”. Evitati i quali, se uno stabilimento chiude, o un settore va in malora, nessuno – a Bruxelles – sembra intenzionato a stracciarsi le vesti.

Sempre restando alla dimensione globale dei problemi del settore, c’è un altro punto su cui, nel corso del convegno, è stato espresso un convinto e convergente consenso sia da parte imprenditoriale, che da parte sindacale. È quello costituito dalla questione cinese. Presso la Wto (World Trade Organization) è aperto il dibattito che potrebbe portare alla concessione alla Cina Popolare della qualifica di paese a economia di mercato. Se ciò accadesse, sarebbe difficile elevare barriere per frenare la penetrazione dei suoi prodotti all’estero. Cosa che potrebbe avere conseguenze disastrose per la produzione europea di acciaio. Come hanno fatto notare sia Gozzi che Morselli, la Cina non rispetta né l’ambiente, né i lavoratori. La stessa Cina è quindi in grado di imporre in Europa i suoi prodotti che hanno sì una qualità minore, ma anche prezzi imbattibili. E il fatto è che oggi, fra i paesi membri dell’Unione europea, non c’è accordo non solo su come fronteggiare questa minaccia, ma neppure sul fatto che la concorrenza cinese costituisca una minaccia.

Morale della favola. O l’Unione Europea si dota di una visione, appunto, unitaria dei problemi economici e, specificamente, industriali; oppure c’è il rischio che l’acciaio cinese, prodotto senza rispettare il Pianeta da un punto di vista ambientale, danneggi insieme l’ecosistema planetario e l’industria europea. Con tanti saluti per la siderurgia pulita per realizzare la quale, secondo la Fiom, bisognerebbe impegnarsi da subito; nonché per l’acciaio del futuro al quale, secondo Morandi, dovremmo cominciare almeno a pensare.

@Fernando_Liuzzi

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