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Home - Approfondimenti - Analisi - Per la crescita serve di più

Per la crescita serve di più

di Flavio Pellis
20 Marzo 2014
in Analisi

I contenuti del “Jobs Act” del governo Renzi, al di là dei giudizi critici o di condivisione, rappresentano un insieme di indicazioni di strumenti e regole, nonostante fosse evidenziata nella premessa della prima bozza renziana, la necessità di avere una  “visione per i prossimi anni”.

Queste indicazioni di strumenti e regole possono anche aiutare, ma da sole non determinano più crescita, che è indissolubilmente condizionata dall’aumento della domanda interna (indispensabile per innescare incrementi di produzioni di beni e servizi e, di conseguenza, aumento dell’occupazione); non basterà l’aumentino della detrazione Irpef, solo per i lavoratori e fino a 25mila euro/lordi/anno (un contentino soporifero?).

Il punto è più crescita, che non può essere realizzata con le fallimentari politiche neo-liberiste fondate su disparità ed ingiustizie (che sono all’origine della crisi devastante di questi anni), nemmeno usando come cura le controproducenti politiche di “austerità e rigore” (che hanno provocato ancor più danni); più crescita si realizza con una “visione PROGRESSISTA per i prossimi anni”.

 

Detto altrimenti: si cresce soprattutto se aumenta la domanda interna, che è il 70% del Pil (tralasciando le fondate obiezioni sul Pil come misuratore del benessere – vedi Commission Fitoussi, rapporto Istat/Cnel); ma la domanda interna è fortemente influenzata dalle capacità di spesa dei redditi da lavoro e da pensione (che sono oltre il 90% del gettito Irpef), nonchè dalla platea della domanda, tra cui quanta occupazione stabile e non precaria.

Quindi, il riequilibrio delle diseguaglianze nella distribuzione dei redditi, tra rendite e profitti (enormemente cresciute anche in anni di crisi) e redditi da lavoro e da pensione (che hanno drasticamente perso potere d’acquisto, soprattutto nell’ultimo decennio), è una questione decisiva. 

L’eguaglianza è fattore di crescita, come dimostrano i dati Ocse sui 6 paesi europei a minor diseguaglianza: i 4 paesi scandinavi, Olanda e Germania, che sono quelli a più alto tasso di occupazione, a più alto sviluppo e più elevato Pil pro-capite ed anche quelli che hanno retto meglio degli altri nella crisi, avendo capito che le diseguaglianze sociali creano disgregazione e portano alla povertà collettiva.

I paesi più uguali sono i paesi più ricchi e con il più alto benessere diffuso. 

Nella società della conoscenza, una maggiore eguaglianza dei redditi non è soltanto fondamentale per la coesione sociale e la tenuta del tessuto democratico, ma assume valore economico, perché rafforza sia la domanda interna che la cultura diffusa.

Per questo serve un’altra politica, una “politica progressista”; non ci può essere crescita e sviluppo se non si opera un profondo riequilibrio sociale con le sole politiche possibili:

 

  • redistribuzione dei redditi con un fisco più progressivo ed efficace contro evasione ed elusione, spostando il carico fiscale da lavoratori e pensionati, ai grandi patrimoni ed alle rendite, restituendo così potere d’acquisto a chi l’ha perso (ad es.: un prelievo di appena lo 0,5% per quel 10% di famiglie ricche che detengono il 48% della ricchezza nazionale, darebbe 24 mld di euro/anno – ma per loro una minima somma = 10mila euro/medie/anno), nonché ai consumi di lusso, non quelli rispondenti a reali bisogni;

 

  • riduzione/ripartizione dell’orario di lavoro per creare lavoro stabile; cioè non lavorare di più (quindi disincentivare lo straordinario), bensì lavorare meglio ed in modo produttivo, persino con orari più corti (anche per creare più occupazione); infatti l’Ocse certifica che i paesi con orari annuali più corti sono quelli a maggiore produttività (non è un caso che siano gli stessi a minore diseguaglianza ed a più alto tasso di occupazione), mentre quelli con orari annui più lunghi hanno la più bassa produttività (oltre che più bassa occupazione e maggiore diseguaglianza, vedi l’Italia). Quindi, incentivare il part-time volontario (sull’esempio olandese che con il 75% ha il più alto tasso di occupazione al mondo), nonché prendere esempio dalla Annualisation des oraires francese e dal Kurzarbeit tedesco.

Inoltre destinare incentivi ed investimenti verso obiettivi/soluzioni mirate ad alto valore aggiunto (con contenuti di know-how, tecnologie, qualità, processi, etc., non replicabili altrove) che determinino più occupazione stabile, tra cui i servizi che hanno alta incidenza occupazionale e sono composti per l’80% di laureati e diplomati (nella prima bozza, erano indicati i settori ritenuti strategici su cui elaborare piani industriali ed azioni operative);

 

  • eguaglianza nelle opportunità: di accesso all’istruzione, a dei servizi socio-sanitari universali ed efficienti, etc.;

 

  • riforme pro-concorrenza anche contro il sistema clientelare delle appartenenze corporative e/o familiari; nonché applicare le norme dei rapporti di lavoro privato alla pubblica amministrazione, ristrutturandola pro-efficienza a partire dall’apparato apicale (non bastano i riferimenti della prima bozza, su rapporti a termine per dirigenti e semplificazioni antiburocrazia).

 

Altre risorse pro-incentivi: non è vero che la coperta è corta, vedi i 180 mld/euro/anno di evasione, i 70 mld/euro/anno di corruzione, i tanti – insopportabili – sprechi nella pubblica amministrazione, l’annosa ed irrisolta questione di Ici/Imu sulle attività commerciali della Chiesa, etc., etc.

Perciò reperiamole emulando il modello Usa contro evasione, corruzione e criminalità (infatti la maggior parte della popolazione carceraria americana non sono più “neri”, bensì “colletti bianchi”, cioè evasori e truffatori); con il vantaggio collaterale di scoprire e colpire anche le organizzazioni criminose nella parte più sensibile, cioè le fortune illecitamente accumulate; nonché per contrastare la concorrenza sleale delle imprese che utilizzano evasione/elusione, sottosalario e lavoro nero, contro quelle regolari.

È difficile ma non impossibile, anche per riaccreditare un senso civico della legalità e del vivere insieme, contro le furbizie, gli egoismi, le corporazioni, le clientele, il malaffare, il familismo, etc. 

In tal modo si rafforza anche l’idea (alternativa al neo-liberismo avido e refrattario alle regole e controlli) di un sistema capitalistico socialmente responsabile, che unisca la libertà economica con la solidarietà sociale; cioè, coniugare mercato e democrazia, sviluppo economico ed eguaglianza (come dimostra il modello sociale nord-europeo).

 

Questa è l’unica via per provocare l’indispensabile “cambiamento radicale”, culturale prima ancora che sociale ed economico e politico; per innestare un riequilibrio nelle diseguaglianze della distribuzione dei redditi, nella rarefazione del lavoro stabile, nell’eguaglianza delle opportunità, che riconosca il merito ed aiuti chi ha bisogno; al fine di uscire dalla crisi ricostruendo una società dal benessere diffuso.

Usando vecchi slogan adattati all’oggi: “pagare meno, pagando tutti” e “lavorare meno, lavorare tutti”, come nuove parole d’ordine; su cui costruire proposte concrete, ma soprattutto la capacità di lottare, perché essere ragionevoli e responsabili, non significa affatto essere arrendevoli.

In sintesi: la crescita (e maggiore occupazione) si realizza con politiche “progressiste” di redistribuzione dei redditi e di ripartizione del lavoro, di cui non si intravede, al momento purtroppo, alcuna traccia, né chi  possa rappresentare tale domanda del popolo che sta “sotto”, sfiduciato e disperso (non sparito); meno che mai dal “liberista camuffato” Renzi, abile a celarsi dietro il fumo del frenetico attivismo.

 

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Flavio Pellis

già segretario generale AReS – Associazione Riformismo e Solidarietà

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