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Home - Approfondimenti - Analisi - Negli Usa riparte l’economia, ma l’Italia è (ancora) tagliata fuori

Negli Usa riparte l’economia, ma l’Italia è (ancora) tagliata fuori

14 Febbraio 2013
in Analisi

Per impegni di lavoro ho trascorso alcuni giorni negli Stati Uniti e qui, finalmente, ho respirato aria di ripresa ed ho constatato un miglioramento della fiducia degli imprenditori. Se l’America, che ha sempre rappresentato la locomotiva dello sviluppo globale riparte, c’è da aspettarsi che possa ripartire anche l’Europa.

Purtroppo, però, non penso che l’Italia potrà partecipare realisticamente a questa ripresa se non si metterà mano alla soluzione dei problemi strutturali che ci trasciniamo irrisolti da troppo tempo. Il mio pessimismo si rafforza ancora di più seguendo il confronto elettorale, un confronto in cui da una parte abbondano illusorie promesse di alleggerimenti fiscali e di crescita miracolosa dei posti di lavoro, dall’altra si ripropongono politiche economiche fondate su nuove tasse o, ancora peggio, su una ulteriore dilatazione della sfera pubblica: sono tutte proposte che, onestamente, suonano false, indecenti e insopportabili alle orecchie di cittadini dotati di onestà intellettuale.

Lo stato del nostro Paese è tale da esigere molta concretezza e poca ideologia se vogliamo, sul serio, una “ripartenza” che non sia drogata da nuovo debito pubblico e costruita su tasse sempre più alte, facendoci perdere del tutto la già scarsa credibilità e affidabilità di cui godiamo a livello internazionale. Per questo, alla vigilia di una consultazione elettorale che sarà decisiva per il nostro futuro, da imprenditore vorrei ricordare alcuni punti fondamentali, quei punti senza i quali sarebbe compromessa quella ripartenza che tutti, a parole, proclamano di volere.

Il primo punto riguarda l’aumento della competitività del nostro sistema industriale. Accanto alle azioni che ogni imprenditore dovrà mettere in atto autonomamente per raggiungere questo  obiettivo, è essenziale anche trovare il modo di abbassare l’incidenza del costo del lavoro e, poiché non è pensabile ridurre i salari per allinearli ai valori di Paesi con sistemi sociali e politici assai diversi dai nostri, l’unica arma che abbiamo è passare attraverso la riduzione del “cuneo fiscale”.

Noi viviamo una enorme distorsione – siamo nelle prime posizioni in Europa – tra quanto percepisce il lavoratore come stipendio e quanto invece “costa” all’azienda in termini di contributi e oneri fiscali. Attraverso la riduzione di questo cuneo non solo il costo del lavoro si abbasserebbe, rendendo i nostri prodotti competitivi a livello internazionale, ma anche si libererebbero risorse a disposizione dei lavoratori. Questo contribuirebbe anche a stimolare i consumi e, mai come ora, si sta comprendendo quanto importante sia la propensione al consumo per sostenere la crescita.

Il secondo punto viaggia in parallelo al primo e riguarda l’indispensabile riduzione della spesa pubblica, i cui livelli attuali si sostengono solo con una imposizione fiscale sempre più elevata. Tutti i governi di questi ultimi decenni, di centrodestra o di centrosinistra che fossero, hanno conosciuto di fatto solo una politica fondata sulla spesa: se nel 1951 questa era meno del 24% del PIL, oggi è superiore al 50%.

La spesa pubblica nel nostro Paese corre come una formula uno in un gran premio: è aumentata tra il 2000 e il 2010 di 250 miliardi di euro che significa due milioni di euro all’ora, mentre tutta la crescita della spesa è stata “finanziata” dalle tasse. Oggi, al netto dell’economia sommersa, la pressione fiscale è pari al 53.7% del PIL e se quest’anno il PIL è cresciuto di 8 miliardi di euro le entrate fiscali sono cresciute di 46 miliardi. Questa perversa spirale strangola le imprese e i cittadini e non può reggere, anche se  nessun politico sembra aver voglia di ragionare seriamente sulle spese collegate alla miriade di società pubbliche locali, sui livelli di governo territoriale e sul   funzionamento degli apparati pubblici. Queste sono tutte aree in cui si potrebbero recuperare miliardi di euro.

Il terzo punto riguarda il sistema bancario che dovrebbe, cosa che non fa, finanziare il mondo delle imprese, in particolare piccole e medie.

Da sempre in Italia l’impresa ha trovato nella banca il suo “partner” finanziario: per ogni 100 euro di PIL prodotto nel Paese, ben 56 erano  gli euro di credito bancario ottenuti dalle società non finanziarie. Possiamo anche discutere se questo è o è stato strutturalmente un bene, ma questa era e resta la realtà per tante imprese. Oggi però le banche scaricano i loro problemi di bilancio proprio sulle imprese, restringendo il credito o chiedendo a molti affidati di “rientrare” con il loro debito. Se l’impresa viene ritenuta, come a parole tutti dicono, fondamentale per la tenuta del sistema, allora il prossimo governo dovrà veramente avere il coraggio di modificare le regole che hanno fino ad ora consentito le troppe operazioni di “finanza creativa”, quelle regole che sono spesso alla base delle attuali difficoltà del sistema bancario.

Da sempre sogno di vivere in un Paese “civile e normale” e questa normalità dovrebbe tradursi, a livello politico, in regole che favoriscano la governabilità e la stabilità per la durata dell’intera legislatura.

Anche questo è uno dei punti fondamentali per una “ripartenza seria” del Paese e per questo spero che nel nuovo Parlamento prevalga, comunque e in modo trasversale agli schieramenti, la voglia di riflettere sul modo per realizzare governabilità e stabilità. Sarebbe l’unico segnale per comunicare all’intero Paese che qualcosa è veramente cambiato.

Alessandro Riello

                                                                      

 

 

 

 

 

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