In Italia i salari per le donne sono nettamente più bassi che per gli uomini, a certificarlo è uno studio presentato dall’economista della Banca d’Italia Roberta Zizza, in occasione degli Stati generali sul Lavoro delle donne, organizzati al Cnel.
“Il differenziale grezzo – si legge – è circa del 6% (dal minimo del 4,9% del 2000 al massimo del 7,7% del 2002). Ma, da un controllo dei dati secondo le caratteristiche del lavoratore, emerge che il gap diventa più ampio e crescente nel tempo: da 10,3% nel 1995 a 13,8% nel 2008”. Zizza spiega che “l’ampliamento del divario rispetto alle stime grezze emerge anche quando si aggiungono le caratteristiche del lavoro e del datore di lavoro: da 9,4% nel 1995 al 10,2% nel 2008”. Inoltre, aggiunge l’economista, “anche tenendo conto della selezione del campione, il gap si conferma ampio e dell’ordine del 13% alla fine dello scorso decennio”.
La ricerca mette in evidenza come in Italia la ripartizione dei carichi domestici e di cura sia ancora “molto sbilanciata” a sfavore delle donne.
Roberta Zizza riporta, infatti, dati Istat secondo cui le donne svolgevano nel 2008-2009 il 76% del lavoro familiare (la quota era del 78% nel 2002 e del dell’85% nel 1989). L’esperta di Palazzo Koch evidenzia come “l’Italia sia l’unico paese occidentale in cui le donne lavorano, considerando lavoro retribuito e lavoro domestico, significativamente più degli uomini (secondo alcuni dati riportati da Zizza si tratterebbe di ben 75 minuti in più al giorno).
Sulla stessa linea la ricerca dell’Isfol (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori), presentata dal responsabile del servizio statistico Marco Centra: “La giornata media lavorativa degli occupati con almeno un figlio, tenendo conto del lavoro retribuito, del lavoro familiare e degli spostamenti da casa al lavoro, è di circa 15 ore. La maggior parte del tempo dei padri, circa 10 ore su 24, è dedicato al lavoro retribuito, mentre il tempo delle madri è diviso tra lavoro familiare, 8 ore e 35 minuti, e lavoro retribuito, 7 ore e 9 minuti”. Ecco che, spiega Centra, “in generale la giornata lavorativa femminile, rispetto a quella maschile, è più lunga di 45 minuti. Le donne dormono circa 10 minuti meno degli uomini, hanno meno tempo da dedicare alla cura di sè e al tempo libero, ma soprattutto dedicano molto più tempo al lavoro domestico”.
Secondo l’Isofol “alla base della bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro c’è la famiglia: il 40,8% delle ex lavoratrici dichiara di aver interrotto l’attività lavorativa per prendersi cura dei figli e circa il 5,6% per dedicarsi totalmente alla famiglia o ad accudire persone non autosufficienti”. La ricerca fa però notare anche come ci sia “una buona parte delle ex lavoratrici che dichiara di aver dovuto terminare l’attività lavorativa per cause non volontarie. Dall’indagine risulta che oltre il 17% segnala la scadenza di un contratto a termine o stagionale, il 15,8% il licenziamento o la chiusura dell’azienda”.
Insomma, riassume il Cnel, “il sistema italiano non fornisce servizi alla famiglia e di conciliazione, di conseguenza le donne non entrano nel mercato del lavoro o ne escono dopo il primo figlio o per assistere parenti anziani”. Basti pensare che, alla luce delle ricerche presentate nel corso degli Stati generali sul Lavoro, “tra le donne in età compresa tra i 25 e i 45 anni, dopo la nascita di un bambino il tasso di occupazione femminile passa bruscamente dal 63% al 50%, per crollare ulteriormente dopo la nascita del secondo, evidenziando come il ruolo femminile nel mondo del lavoro sia sacrificabile alla cura dei figli e all’attività domestica”. (LF)
Quotidiano online del lavoro e delle relazioni industriali
Direttore responsabile: Massimo Mascini
Vicedirettrice: Nunzia Penelope
Comitato dei Garanti: Mimmo Carrieri,
Innocenzo Cipolletta, Irene Tinagli, Tiziano Treu



























