“In Italia sembra che i lavoratori precari abbiano non solo un posto insicuro, ma anche una retribuzione inferiore perché i lavoratori protetti, ossia i dipendenti pubblici e quelli nelle aziende sopra i 15 dipendenti, sono difesi dai sindacati, mentre i giovani precari no”. Lo affermano in un intervento a firma congiunta pubblicato oggi sul Corriere della Sera gli economisti Alberto Alesina e Andrea Ichino, rispettivamente docenti alle Università di Harvard e Bologna.
“Ma a voler mantenere – dicono – una struttura sociale simile, incentrata sull’occupazione stabile e sulla famiglia come fonte di welfare, sono gli stessi italiani perché non ne hanno ancora compreso i costi”. Dare a tutti il posto fisso, spiegano, ovvero “la soluzione che propone il sindacato, è una utopia”. “Il tentativo vano – spiegano gli economisti – di garantire il posto fisso a tutti ha invece dei costi considerevoli per la collettività (oltre a quelli individuali) di cui pochi nel dibattito italiano sembrano voler tener conto. L’imprenditore privato della possibilità di licenziare qualora il posto diventasse improduttivo, sopporta un costo potenziale aggiuntivo oltre alla retribuzione. A parità di altre condizioni, sottolineano Alesina e Ichino, per godere della protezione offerta dall’articolo 18 il lavoratore riceve una retribuzione inferiore a quella che otterrebbe se rinunciasse alla tutela contro il licenziamento”.
“Conseguenze non desiderabili sono anche quelle di un sistema di welfare basato sulla famiglia: riduce la mobilità geografica e sociale, ostacola la meritocrazia e la concorrenza fra persone e imprese e poi le imprese possono imporre condizioni retributive peggiori non dovendo temere che i lavoratori si spostino altrove se trattati male”.
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