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Home - Approfondimenti - Interviste - Barbaresi (Cgil), serve un cambio di paradigma: il welfare non è una spesa ma un investimento

Barbaresi (Cgil), serve un cambio di paradigma: il welfare non è una spesa ma un investimento

di Tommaso Nutarelli
8 Giugno 2022
in Interviste

Con la pandemia si è vista l’importanza e ma anche la debolezza di un sistema sanitario pubblico sottoposto a anni di tagli. Daniela Barbaresi, segretaria confederale della Cgil, lo dice senza troppi giri di parole. Per la sindacalista un welfare ampio, diffuso e presente in modo uniforme in tutti i territori, è la chiave per realizzare una cittadinanza inclusiva e affrontare le grandi sfide del paese, dalla non autosufficienza al calo della natalità

La pandemia e la guerra sembrano aver creato una tempesta perfetta sul nostro sistema di welfare. Stiamo vivendo una crisi simile a quella del 2008-2011?

La crisi economica e sociale provocata dalla pandemia e ora dalla guerra si è, purtroppo, abbattuta su una popolazione e un paese che ancora viveva le conseguenze della grave crisi del 2008-2011. Abbiamo assistito a una crescita esponenziale della povertà, con 5,6 milioni di famiglie in indigenza assoluta, e delle disuguaglianze, alimentate dalle tante, troppe, scelte sbagliate, prima fra tutte i tagli lineari alla spesa pubblica. Queste crisi sono drammaticamente simili nel mostrare le debolezze del nostro sistema di welfare e di protezione sociale, ancora incapace di rispondere alla complessità dei bisogni che le crisi producono. Abbiamo visto il nostro Sistema Sanitario Nazionale rischiare di cedere sotto i colpi della pandemia per la sottrazione continua e costante di denari, e che ora necessità di un radicale cambio di rotta per garantire, al sistema pubblico, le risorse e le dotazioni organiche necessarie ad assicurare il diritto alla salute in tutto il territorio nazionale.

Per fronteggiare la pandemia si è speso molto, anche sforando i bilanci pubblici. Un modello non sostenibile alla lunga. Quali soluzioni si devono mettere in campo per il futuro?

Contro il covid è stato necessario investire tanto perché per anni si era speso troppo poco. Basti pensare al finanziamento “straordinario” destinato al sistema sanitario pubblico, necessario a tamponare i tagli al Fondo Sanitario Nazionale, o le assunzioni straordinarie, a termine, per supplire la carenza di personale causata da anni di blocco al turn over e vincoli di spesa, o le indennità una tantum per sostenere i lavoratori esclusi dagli ammortizzatori sociali o i bonus per far fronte ai carichi di cura in assenza di una rete di servizi territoriali adeguata. Un forte sistema di welfare universale richiede ingenti e costanti investimenti sostenuti dalla fiscalità generale per creare, in ogni territorio, quella necessaria rete di interventi e servizi per dare risposte ai bisogni delle persone.

In che modo realizzare tutto questo?

Serve un cambio di paradigma e pensare alle politiche di welfare non come un costo ma un investimento, capaci di generare anche sviluppo e lavoro. Si discute tanto della questione salariale, che va affrontata con i contratti e gli interventi fiscali, ma anche garantendo un’adeguata rete di servizi ai cittadini. In Italia abbiamo un’evasione che tocca i 110 miliardi di euro. Dobbiamo partire da quella, aggredirla per ricavare risorse aggiuntive per un moderno sistema di protezione sociale che non deve lasciare indietro nessuno, come prova a fare il reddito di cittadinanza.

Proprio sul reddito di cittadinanza il dibattito è più acceso che mai. Che cosa ne pensa?

Credo che quando si parla di questa misura vada sgombrato il campo da inutili e dannosi pregiudizi ideologici. Pensare che il reddito di cittadinanza sia la causa principale della disoccupazione o del fatto che gli imprenditori non trovino la manodopera necessaria è un’offesa all’intelligenza delle persone e, soprattutto, alle tante famiglie in difficoltà. È uno strumento che va certamente riformato, migliorato e potenziato, ma non abolito. Venendo ai numeri, i nuclei familiari che, nel primo quadrimestre, hanno beneficiato della misura sono 1,5 milioni, con un importo medio di 558 euro e superiore ai 700 euro per le famiglie composte da più di quattro persone. Pensare che queste cifre siano un competitor per le imprese quando assumono è a dir poco irreale.

Che ruolo avranno i territori nel sistema di welfare?

Un forte sistema di welfare pubblico non può prescindere da un forte radicamento nel territorio, dove le persone devono poter accedere alle prestazioni necessarie, attraverso un sistema uniforme di servizi capace di rispondere ai bisogni, a cominciare da quelli complessi, che richiedono un’azione integrata sociale e sanitaria, educativa e abitativa. Per questo serve, da una parte, la definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni, a partire da quelli sociali, che fissino indicatori e standard di riferimento, che le istituzioni pubbliche sui territori devono assicurare in modo uniforme, che devono essere esigibili ovunque e adeguatamente finanziati dalla fiscalità generale in ragione dei fabbisogni da soddisfare e non della spesa storica; dall’altra è necessario rafforzare – a partire dalle dotazioni organiche – la rete di servizi territoriali e realizzare l’integrazione socio-sanitaria, indispensabile per prendere in carico le persone anziane o non autosufficienti e supportarle, attraverso l’assistenza domiciliare integrata, nel loro contesto di vita. Le risorse stanziate con il PNRR, da questo punto di vista, possono essere una opportunità per ripensare il sistema territoriale di welfare, a partire dalla sanità, ma è necessario accompagnarle anche con adeguati stanziamenti ordinari.

Che tipo di politiche servono per rispondere alla sfida della non autosufficienza?

In Italia ci sono 3,5 milioni di persone non autosufficienti, in gran parte anziane, e molte altre che hanno bisogno di aiuto per le esigenze della vita quotidiana. L’aumento dell’aspettativa di vita e il progressivo invecchiamento della popolazione amplieranno la platea delle persone non autosufficienti. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, oltre a potenziare i servizi sociosanitari territoriali e l’assistenza domiciliare, individuando la casa come principale luogo di cura, prevede l’adozione di una specifica legge sulla non autosufficienza. Si tratta di una scelta importante frutto anche delle battaglie del sindacato a partire dai nostri pensionati. Su questo fronte la bozza di legge elaborata dal gruppo di lavoro coordinato da Livia Turco costituisce un risultato prezioso per arrivare al più presto a una legge. Restano, tuttavia, ancora dei nodi irrisolti.

Quali?

Innanzitutto le risorse, che non sembrano adeguate, e il preoccupante richiamo del Governo alla compatibilità con gli obiettivi di finanza pubblica. Serve poi precisare il rapporto tra i finanziamenti del PNRR e le risorse nella programmazione ordinaria anche per prevedere le coperture economiche per il personale a regime dal 2026, dopo il Piano di ripresa.  Dare risposte alla non autosufficienza richiede la forte integrazione tra ambito sociale e
sanitario, che è uno dei grandi nodi ancora irrisolti del nostro sistema di welfare. Un vero e significativo avanzamento si potrà produrre solo con una stretta e reale integrazione tra Regioni, Asl e Comuni. Per rendere esigibile il diritto alla salute e alla vita vanno armonizzate e semplificate le diverse modalità di valutazione e certificazione della disabilità e della non autosufficienza, definendo criteri uniformi in tutto il territorio nazionale per il riconoscimento di questa condizione, superando le troppe disparità tra regioni. Serve individuare i Livelli Essenziali delle prestazioni e la piena integrazione tra gli interventi dei Livelli sociali con quelli dei LEA sanitari.  Ci sono tante altre azioni di carattere trasversale a sostegno dell’abbattimento delle barriere architettoniche, dell’adeguamento degli edifici, del diritto alla mobilità delle persone non autosufficienti e con disabilità. Insomma ciò che dovrebbe sempre essere a premessa della progettazione dei luoghi comuni.

Un’altra grande sfida è il costante calo demografico del nostro paese. Come si può invertire questa tendenza?

Ci sono due strade. La prima è quella di garantire soprattutto alle donne e più in generale ai giovani un lavoro stabile, di qualità e ben retribuito. Solo in questo modo possono avere una prospettiva solida di vita. La seconda è assicurare adeguati servizi di welfare, dai servizi per l’infanzia a quelli per la non autosufficienza e in generale alla cura delle persone di cui se ne fanno carico troppo spesso le donne. Questo le esclude dal mercato del lavoro, e per questo ritardano la maternità o vi rinunciano. Bisogna rafforzare anche tutte quelle componenti capaci di garantire un giusto bilanciamento tra vita privata e lavorativa, come l’ampliamento, presente nel PNRR, del numero degli asili nido.

Qual è la situazione del personale nella sanità?

Dal 2009 a 2019 il contenimento della spesa del personale sanitario ha registrato un taglio di oltre 45 mila unità con un decremento del 6,5%. Fino all’entrata in vigore del dl 35 del 2020, quando la pandemia ha messo in luce l’inadeguatezza degli organici, gli strumenti di governo della sanità sono stati il blocco del turn-over, i tetti di spesa sul personale, il blocco dei contratti, il limite della crescita dei trattamenti economici con una riduzione dei fondi per il trattamento accessorio del personale e il congelamento per anni dell’indennità di vacanza contrattuale.  Il tutto condito da una campagna denigratoria verso i dipendenti fannulloni e miopi politiche formative del personale sanitario e della governance complessiva del sistema universitario e strutturale del SSN.

Come si deve intervenire?

Serve un piano straordinario e pluriennale di assunzioni che vada oltre le stabilizzazioni e il turn over, che superi la precarietà e investa nella formazione, e il superamento definitivo dei tetti alla spesa per il personale e il numero chiuso per l’accesso ai corsi universitari per le professioni sanitarie e alle scuole di specializzazione per i medici. Politiche per rilanciare il SSN vanno incentrate sulla valorizzazione economica e professionale del personale. È necessario iniziare un percorso culturale che porti le professioni sanitarie ad essere ambite come realizzazione personale.

Come va ripensato il SSN dopo la pandemia per affrontare le sfide future?

La premessa è che le scelte strategiche che ridisegneranno il SSN di domani devono essere mosse dal pensare la salute come un diritto, che deve essere intesa nella sua globalità di benessere fisico, psichico e sociale, come cardine per un giusto modello sociale e di sviluppo, indispensabile leva per la crescita sociale, economica e occupazionale, elemento di coesione sociale e strumento redistributivo. Bisogna partire da un forte investimento in termini economici e organizzativi nel Servizio Sanitario Nazionale come fattore strategico, per garantire in ogni regione i necessari servizi di prevenzione, ospedalieri e territoriali adeguati alle esigenze di promozione e tutela della salute della popolazione. Va ridotto il fenomeno della mobilità passiva, ossia il necessario spostamento da una regione all’altra per motivi di cura, così come vanno abbattute le lunghissime liste di attesa che incentivano il ricorso al privato, con un impoverimento dei salari, o, nel peggiore dei casi, la rinuncia totale alle cure. Per fare tutto questo serve un potenziamento degli organici e della strumentazione, investire nella prevenzione e nella rete dei servizi socio-sanitari territoriali e mantenere il trend positivo di incremento del Fondo sanitario, registrato durante la pandemia.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

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Giornalista de Il diario del lavoro.

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