Anche recentemente, nella conferenza stampa di inizio anno, Giorgia Meloni è tornata sul problema dei salari. In realtà non ha fatto grandi aperture, si è limitata a dire che nelle ultime settimane, o mesi, la dinamica dei salari è sembrata marciare a velocità superiore a quella dell’inflazione, per cui è giusto preoccuparsi, ma non più di tanto. È stata rassicurante, come raccomanda il suo ruolo, attenta a dire che non ci sono grandi problemi. La verità però è diversa, perché dalla pandemia i salari hanno perso complessivamente cinque punti percentuali. I prezzi sono saliti più del 17%, le retribuzioni mediamente poco più del 10%. Una differenza c’è, e cresce considerando che in questi stessi anni i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati molto più della media, e ciò non può non accrescere le difficoltà dei ceti meno abbienti.
Anche per questo a Palazzo Chigi hanno cominciato a riflettere sulla necessità di intervenire in qualche modo per far fronte alle difficoltà dei lavoratori. Il rimedio potrebbe essere quello del salario minimo, soluzione che il governo non intende però prendere in considerazione dopo la battaglia in Parlamento contro le opposizioni. Il ragionamento si è fatto allora più tecnico, concentrandosi sui danni alle retribuzioni dovuti ai ritardi dei rinnovi contrattuali. È vero che tanti settori, soprattutto dell’industria, rinnovano puntualmente i loro contratti collettivi, a volte anche prima della scadenza, ma per molti comparti la situazione è ben diversa. Si rimane per mesi, a volte per anni, in attesa del nuovo contratto e degli aumenti salariali e il danno quindi diventa rilevante.
Anche qui, i possibili interventi sono numerosi. Una volta era il ministero del Lavoro a muoversi quando una trattativa contrattuale andava per le lunghe. Il ministro riuniva le parti in via Flavia, la vecchia sede del ministero, e cercava di portarle all’accordo. Un sistema arcaico, ma funzionava. Sono indimenticabili gli interventi di Carlo Donat Cattin, che riuscì a condurre all’intesa perfino i metalmeccanici nel 1969, in pieno autunno caldo. Una pratica dimenticata, anche perché oggettivamente difficile. Ma proprio ragionando su queste antiche abitudini i tecnici di Palazzo Chigi sembra stiano mettendo a punto un’idea, quella di dare facoltà al ministero del Lavoro di intervenire nelle vertenze che durano troppo a lungo, non per condurre le parti all’intesa con una moral suasion, ma imponendo una soluzione, al di là delle loro posizioni di partenza.
Non è una novità assoluta, se ne è parlato a lungo nei mesi passati, anche se i giudizi, non delle parti sociali, ma dei giuslavoristi e degli economisti coinvolti sono stati tutti molto critici. E non potrebbe essere altrimenti, perché nei fatti le parti sociali verrebbero private della loro autonomia, gli esiti di una vertenza salariale non sarebbero più dettati dalla contrattazione, ma da un’indicazione del governo. E non è detto che a contare sarebbero gli interessi delle parti in causa, soprattutto quelli di tutte le parti in causa. Certo, non ci sarebbero più scioperi e ritardi nella definizione degli aumenti salariali, ma non ci sarebbe più nemmeno il sindacato, nato per difendere i diritti dei lavoratori. E forse è proprio questo il frutto amaro di questo progetto.
Il dovere imposto dalla Costituzione di assicurare una retribuzione equa, in linea con l’impegno dei lavoratori, impone una soluzione, è vero, ma scardinare l’intero impianto della contrattazione, smantellarlo, non sembra proprio la soluzione più giusta. Sarà meglio cercare un altro modo per intervenire. Il governo si è già dotato di un apposito strumento con la legge delega, votata in ottobre dal Parlamento, che ha dato la potestà di intervenire sul tema. Poi si è preso un semestre di tempo per capire come muoversi, ora il tempo sta per scadere. Ma forse è meglio attendere ancora e cercare di individuare una via più equa.
Massimo Mascini

























