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Home - Approfondimenti - La nota - Cuneo fiscale, ecco perché Landini si è detto soddisfatto

Cuneo fiscale, ecco perché Landini si è detto soddisfatto

di Fernando Liuzzi
21 Gennaio 2020
in La nota
Cuneo fiscale, ecco perché Landini si è detto soddisfatto

“La lotta paga”: questo è l’hashtag scelto dall’account Twitter della Cgil per lanciare il video messaggio con cui venerdì scorso, al termine dell’incontro sul fisco avuto dai sindacati col Governo, Maurizio Landini, segretario generale della Confederazione di corso d’Italia, ha commentato i risultati dell’incontro stesso. “Nel confronto col Governo – afferma Landini nel video – abbiamo portato a casa un risultato per i lavoratori. Dopo tanti anni, c’è un provvedimento che vede l’aumento del netto in busta paga e una riduzione delle tasse sui lavoratori dipendenti.”

Ora è quasi naturale che, nel momento in cui i sindacati presentano alla propria base i risultati di un confronto con una controparte, in questo caso il Governo Conte 2, ci sia una certa enfasi nella sottolineatura dei suoi aspetti positivi. Ma il punto che ci interessa mettere in luce non è questo. Il punto politico rilevante della dichiarazione di Landini non sta tanto, o comunque non solo, nel giudizio sull’incontro del 17 gennaio, quanto nell’esplicitazione del legame che unisce i risultati dell’incontro stesso con la lunga mobilitazione sindacale unitaria che lo ha preceduto.

Prima però di sviluppare questo ragionamento, può essere utile soffermarsi un attimo sui risultati specifici dell’incontro. La natura tecnica degli argomenti trattati, aggiunta al fatto che i contenuti dell’incontro, svoltosi di venerdì, sono stati resi noti alla vigilia del week end, non ha favorito una larga diffusione di tali risultati.

Vediamo, dunque. Come è noto, la legge di Bilancio prevede, per il corrente anno 2020, un taglio del cosiddetto cuneo fiscale pari, complessivamente, a 3 miliardi di euro. Una cifra di per sé consistente, ma certo non esorbitante quando si pensi che deve tradursi in una riduzione delle tasse poste a carico di milioni di lavoratori dipendenti. Bisogna dunque riconoscere che i tecnici del Mef, il ministero dell’Economia e delle Finanze guidato da Roberto Gualtieri, sono riusciti a congegnare delle soluzioni che, pur dentro i limiti sopra richiamati, dovrebbero riuscire a tradursi in risultati percepibili all’interno di molte busta paga.

La prima cosa da chiarire è che le misure illustrate venerdì dal Presidente del Consiglio, Conte, e dal ministro Gualtieri, entreranno in vigore, ove approvate dal Parlamento, a far data dal 1° luglio. Il che significa, evidentemente, che nel corso del 2020 produrranno effetti per soli 6 mesi. Pare sia quindi iniziato un dibattito, all’interno del Governo, attorno all’ipotesi di accrescere l’ammontare del costo dell’operazione taglio per il 2021, quando dovrebbe produrre i suoi effetti per tutti i 12 mesi dell’anno, dai 5 miliardi già previsti a 6 miliardi.

Va ricordato anche che la platea di lavoratori beneficiari delle nuove misure, pur essendo assai vasta, e cioè pari a circa 16 milioni di persone, è inferiore al totale dei lavoratori dipendenti. Da questo totale sono infatti esclusi sia coloro il cui reddito da lavoro dipendente lordo annuo è inferiore agli 8.200 euro, sia quelli il cui similare reddito sia pari o superiore ai 40.000 euro.

Ciò premesso, i dipendenti il cui reddito da lavoro lordo annuo è compreso fra gli 8.200 e i 40.000 euro sono stati divisi, per così dire, in varie fasce.

La prima fascia è quella che comprende i lavoratori il cui reddito lordo annuo va dagli 8.200 ai 24.600 euro. In pratica, si tratta della fascia cui appartengono i lavoratori che già percepiscono il bonus da 80 euro mensili introdotto dal Governo Renzi: i famosi “80 euro di Renzi”. Ebbene, per tutti costoro il predetto bonus crescerà di 20 euro al mese, raggiungendo così i 100 euro mensili. Ciò significa che, su base annua, il bonus passerà dagli attuali 960 euro a 1.200 euro.

La seconda fascia, assai più ristretta della prima, è quella relativa ai redditi da lavoro che vanno da 24.600 a 26.600 euro lordi annui. Si tratta dei lavoratori che oggi ricevono il bonus Renzi in misura ridotta e decrescente al crescere del loro reddito. Anche per questi il vecchio bonus crescerà in modo diversificato ma, comunque, tale da raggiungere un totale di 1.200 euro annui.

Si tenga presente che, fin qui, abbiamo visto come verranno ritoccati all’insù i redditi di quelli che, secondo i calcoli governativi, sarebbero circa 11,7 milioni di lavoratori.

Ci sono poi altri 4,3 milioni di lavoratori dipendenti, quelli i cui redditi sono collocati fra i 26.600 e i 40.000 euro lordi annui e che, fino ad oggi, non sono stati neppure sfiorati dai famosi 80 euro.

Ma qui il meccanismo cambia. Si passa, infatti, dall’erogazione di un bonus, o, per dir meglio, dall’accrescimento di un bonus già esistente, a una detrazione fiscale.

La terza fascia, compresa fra i 26.600 e i 28.000 euro, godrà quindi di una detrazione che sarà pari a 100 euro mensili. Si arriva così, anche per questa fascia, a un totale annuo di 1.200 euro.

La quarta fascia, compresa fra i 28.000 e i 35.000 euro, godrà invece di detrazioni decrescenti, che dai 97 euro mensili di un lavoratore dotato di un reddito annuo di 29.000 euro, scenderanno fino agli 80 euro mensili di un lavoratore collocato sui 35.000 euro annui.

In pratica, anche se con meccanismi diversi, e con miglioramenti più o meno significativi a seconda delle diverse fasce di reddito, tutti i lavoratori dipendenti compresi fra 8.000 e 28.000 euro dovrebbero godere alla fine, secondo i progetti illustrati dal Governo, di un taglio fiscale pari a 100 euro al mese, mentre quelli compresi fra 28.000 e 35.000 euro dovrebbero godere di un taglio, anch’esso fiscale, pari, almeno, a 80 euro al mese.

Inoltre, quinta fascia, i lavoratori collocati fra 35.000 e 40.000 euro godranno di detrazioni che scenderanno – via, via – dai 64 euro mensili di un dipendente collocato a 36.000 euro fino a zero.

Infine, se ben comprendiamo, saranno esentati dal pagamento dell’Irpef i lavoratori il cui reddito da lavoro sia collocato fra gli attuali 8.000 euro e il nuovo tetto di 12.500 euro.

Se siete ancora vivi, ci pare di poter confermare quanto detto sopra, e cioè che i tecnici del Governo hanno messo insieme una serie di ipotesi che, ove tradotte in provvedimenti fiscali, sarebbero effettivamente percepibili da parte di milioni di lavoratori dipendenti. Venendo così incontro a un’esigenza posta con particolare nettezza dallo stesso Landini nella conferenza stampa tenuta unitariamente il 14 gennaio con Annamaria Furlan, Segretaria generale della Cisl, e Carmelo Barbagallo, Segretario generale della Uil. Quella che il Governo definisca provvedimenti che diano risultati tangibili.

Oltre alla soddisfazione espressa da Landini per questo primo risultato, nelle sue parole c’è però anche l’aspetto politico che abbiamo segnalato all’inizio di questo articolo: la volontà di sottolineare l’esistenza di un legame diretto tra il primo approdo del confronto fra Governo e sindacati e l’anno di mobilitazione unitaria che è iniziato nel febbraio del 2019 con la grande manifestazione di piazza San Giovanni.

In un’altra epoca, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, tale legame sarebbe stato ovvio. Oggi, dopo la breve e caduca stagione della disintermediazione renziana, non più. Va infatti osservato che, paradossalmente, proprio mentre, per spiegare i risultati dell’incontro di palazzo Chigi, si continuano ad usare espressioni come “bonus Renzi” o “gli 80 euro di Renzi”, si sia, politicamente, agli antipodi da quella misura. Lì si era di fronte a un’elargizione unilateralmente concessa dal Governo ai lavoratori dipendenti, saltando la mediazione sindacale. Qui siamo al ritorno della mediazione sindacale. Ovvero al ritorno di un’azione sindacale classica che prima lancia una piattaforma, poi organizza una mobilitazione a suo sostegno e, infine, apre una trattativa.

In questa nuova situazione, l’esigenza di sottolineare il legame causale tra la forza della mobilitazione e la qualità dei primi risultati nasce da più di una ragione.

In primo luogo c’è, come detto, la volontà di mettere in luce la distanza, per ciò che riguarda i rapporti fra Governo e sindacati, fra la stagione renziana e quella attuale che, almeno a parole, si presenta come più favorevole. In secondo luogo, c’è la volontà, avvertita in modo molto forte in Cgil, di richiamare l’attenzione sulla solidità del rapporto unitario ritrovato con Cisl e Uil. Ma, in terzo luogo, c’è anche la necessità di ricordare, di fronte all’opinione pubblica, che i leader sindacali sono approdati alla sala Verde di palazzo Chigi sull’onda lunga di una mobilitazione che è iniziata quando in Italia c’era un Governo, il Conte 1, basato sull’alleanza fra Lega e Movimento 5 Stelle. E che, dunque, se è passato tanto tempo fra l’inizio della mobilitazione e i suoi primi risultati ciò è dovuto anche al fatto che, anche se l’inquilino di palazzo Chigi è sempre lo stesso, complessivamente l’interlocutore politico è cambiato e che tale cambiamento, con l’uscita dal Governo della Lega e l’arrivo del Pd, ha comportato un certo tempo necessario affinché il Governo stesso riaggiustasse i suoi orientamenti e, con essi, la sua capacità di interloquire con i sindacati.

Tutto bene, dunque? Dipende. Il confronto fra sindacati e Governo è solo all’inizio, mentre la situazione politica è quanto mai incerta. Invece, il negoziato, che appare positivamente avviato, per tradursi in risultati concreti su una gamma di temi che va, quantomeno, dal sistema fiscale a quello previdenziale avrebbe bisogno di svilupparsi in tempi, sicuramente, non brevi.

 

@Fernando_Liuzzi

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Tags: FiscoPrevidenzaSindacato
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