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Home - Approfondimenti - Analisi - Da Prodi a Renzi: ecco come stanno veramente le cose su lavoro e flessibilità

Da Prodi a Renzi: ecco come stanno veramente le cose su lavoro e flessibilità

di Giuseppe Casadio
5 Novembre 2014
in Analisi

A chi qualcosa ne sa, risulta più che paradossale ascoltare affermazioni, sussiegose ed autorevoli, secondo cui il mercato del lavoro italiano sarebbe da decenni sclerotizzato, ingessato da regole pressoché preistoriche, difese contro tutti e a tutti i costi da un sindacato incapace di comprendere gli epocali cambiamenti in corso.

La realtà è pressoché opposta; da un ventennio a questa parte si è prodotto un profluvio di norme, aggiustamenti, piccoli o grandi strappi, accordi  stipulati fra questo o quello dei vari governi succedutisi e soggetti sociali presuntivamente rappresentativi, spacciati ogni volta come la grande riforma da tempo attesa. Risultato: un groviglio irrazionale e caotico che costituisce oggi terreno fertile per quasi ogni abuso in danno dei lavoratori, giovani ma non solo.

A chi voglia ragionare con buona coscienza, può risultare utile una sintetica rassegna delle tappe fondamentali di tale devastazione, senza reticenze anche per quanto riguarda le responsabilità principali da attribuire. Alla politica, innanzitutto, ma anche alle rappresentanze imprenditoriali e agli stessi sindacati, tormentati da un ventennio di rapporti unitari difficili e a volte inquinati da gravi cadute di autonomia.

L’intento di chi scrive è di ripercorrere quella complessa vicenda senza farsi trascinare in tecnicismi eccessivi, pur valendosi della esperienza di coordinatore (per quasi un decennio) delle politiche del lavoro per conto della Segreteria Confederale della CGIL.

Una breve stagione di autentico riformismo: il primo governo Prodi

Sconfitto il primo governo Berlusconi, con il fondamentale contributo delle mobilitazioni sindacali, insediatosi nel 1996 il primo governo Prodi, si sviluppò una fase molto costruttiva, perfino entusiasmante, di confronto fra le forze sociali e con il governo. I temi del lavoro – intesi come politiche per lo sviluppo e l’occupazione, per la qualità del lavoro, ed anche per innovare significativamente le regole del mercato del lavoro – furono fra gli argomenti centrali.

A proposito di norme per il mercato del lavoro ne scaturì un primo importante accordo, condiviso da tutte le parti in causa, che introdusse elementi reali di flessibilità. Fu superato il tradizionale divieto assoluto di “intermediazione di manodopera”, divieto che, a fronte delle trasformazioni intervenute nei modelli organizzativi delle imprese e della produzione, finiva sempre più evidentemente per alimentare forme di lavoro irregolare o il ricorso smodato al lavoro straordinario. In particolare fu introdotto nel nostro ordinamento il “lavoro interinale”, ma – a differenza di come la racconta una vulgata approssimativa e spesso in malafede – la stessa norma che introduceva l’istituto nel nostro ordinamento prevedeva originariamente anche alcune specifiche condizioni per la sua concreta attivazione: che l’istituto fosse funzionale essenzialmente al reperimento, da parte delle imprese, di profili professionali di livello medio – alto; che dovesse essere la contrattazione collettiva nell’impresa a verificare la sussistenza delle condizioni per ricorrervi; che il costo del lavoro interinale, per l’impresa, fosse più alto del costo del lavoro ordinario a parità di inquadramento professionale (+4% destinato alla formazione e all’aggiornamento di quei lavoratori).

Contestualmente fu varato il decreto legislativo che responsabilizzava, per la prima volta, Regioni ed Enti Locali nella organizzazione di una rete effettiva di “servizi per l’impiego” nel territorio.

Lo ribadisco: questo primo e significativo pacchetto di riforme scaturì da una intensa fase di concertazione fra il governo in carica e le parti sociali. Essendo “informato dei fatti” per diretta esperienza lo posso affermare, semmai notando che fra le parti sedute a quel tavolo quella meno attivamente impegnata, seppur consenziente, fu la rappresentanza imprenditoriale.

Quel fervore riformatore non si esaurì con ciò, nonostante fosse intervenuta la crisi del governo Prodi e a Palazzo Chigi si fosse nel frattempo insediato il presidente D’Alema. Continuarono intensi confronti  fra le parti sociali ed i tecnici del governo per delineare un sistema organico ed universale di ammortizzatori sociali. L’opera fu pressoché completata e il progetto di massima fu discusso nella mitica “sala verde” di Palazzo Chigi. In estrema sintesi fu Confindustria (allora presieduta da Giorgio Fossa) a ritrarsi da una possibile intesa con l’argomentazione che, poiché il fondo destinato a finanziare la cassa integrazione, alimentato dalla contribuzione esclusiva delle imprese industriali ed in piccola parte dai lavoratori della stessa, era da vari anni in consistente attivo, si dovesse restituire quelle quote eccedenti ai soggetti contributori prima di estendere i benefici agli altri settori non contributori del fondo (ad esempio il terziario privato e la piccola impresa). Diversamente si sarebbe realizzata una impropria e iniqua redistribuzione di benefici fra diversi settori del sistema imprenditoriale. Argomentazione non del tutto peregrina, ma di certo corporativa e poco sensibile alla esigenza, già allora evidente, di dar vita ad un sistema universale di protezione.

Quindi, pur avendo le parti  messo a punto un progetto riformatore organico e compiuto, non se ne fece nulla. A ben vedere la situazione del sistema degli ammortizzatori sociali, da allora, è mutata nell’entità del costo delle coperture, determinato anno su anno dalla crudezza della crisi; molto di meno dal punto di vista strutturale.

Come ultima chiosa a quella fase, tanto breve, ma proficua, è doveroso evidenziare anche un limite manifestato dal sindacato, nel suo insieme. Le innovazioni introdotte con gli accordi stipulati durante il primo governo Prodi (su cui mi sono sopra soffermato), che introdussero nel nostro mercato del lavoro fattori di flessibilità ormai inderogabili – secondo condizioni verificate e governate dalla contrattazione collettiva – furono spesso accolti con diffidenza e passività anche dalle strutture sindacali (di settore o di impresa). Non con contrarietà esplicita, ma con noncuranza, forse nell’illusione di potersi sottrarre alla responsabilità della loro gestione attiva. In ciò si manifestò un ritardo nella comprensione delle trasformazioni già intervenute od in corso nel sistema produttivo, e in qualche modo si favorirono, pur se inconsapevolmente, le condizioni per le strumentali rotture successivamente imposte.    

Poi cambiò il clima politico. E non solo.

Con la fine del governo Prodi, ancor prima delle elezioni che avrebbero riportato Berlusconi al governo, il clima politico si deteriorò progressivamente, inducendo elementi di inquinamento anche nel sistema delle relazioni sindacali.

Due vicende, in particolare, lo testimoniano.

La prima. A seguito di raccomandazioni comunitarie agli stati membri, si svolse una serie di incontri fra governo e parti sociali per definire un protocollo di intesa che riordinasse la normativa, legislativa e contrattuale, del contratto di lavoro a tempo determinato. Il confronto si sviluppò costruttivamente fino alla definizione di una possibile formulazione legislativa, che razionalizzasse e semplificasse il quadro normativo, e che contemporaneamente valorizzasse il ruolo della contrattazione collettiva di settore nella definizioni delle causali che potessero legittimare l’accensione di contratti a termine; in sintonia con gli indirizzi europei che affermano – ora come allora – la ordinarietà e la centralità del tempo indeterminato quale forma contrattuale da privilegiare.

Nel corso dell’incontro che avrebbe potuto sancire l’intesa definitiva fra Sindacato e parti imprenditoriali.

Confindustria pose inopinatamente una condizione inamovibile: le parti avrebbero dovuto chiedere al governo, con lettera congiunta, di inibire per legge alla contrattazione collettiva di intervenire sulla materia, ponendo limiti o specifiche causali. Un vero e proprio colpo di mano che pretendeva di consegnare ai datori un totale e unilaterale arbitrio nel ricorso al contratto a termine. Ma ancor più sorprendente fu il fatto  che il fronte sindacale a quel punto si divise; la CGIL rimase isolata. Fu quello il primo accordo separato di una lunga e travagliata stagione. D’altra parte nell’ambiente correva voce, da qualche tempo, di incontri molto riservati, frequentati da qualche sindacalista, qualche esponente di Confindustria, qualche politico in ascesa nella rinnovata galassia berlusconiana.     

A conferma di manovre ed inquinamenti in corso – tutti di origine politica -, è bene ricordare anche un’altra vicenda. Nel corso del 2000 aveva compiuto passi avanti una trattativa fra sindacato e Confindustria sui temi della conciliazione e dell’arbitrato, cioè sulle procedure di risoluzione delle controversie di lavoro, nell’intento fondamentale di semplificarle e ridurne i tempi.

I colloqui erano in dirittura d’arrivo quando, nel corso di un incontro che avrebbe potuto segnarne la positiva conclusione, dai negoziatori di Confindustria fu detto in chiaro più o meno così: “lasciamo perdere; stanno cambiando molte cose, non è più aria”.

Non era più aria; fra l’allora neo – presidente di Confindustria Antonio D’Amato, e Silvio Berlusconi che stava preparando le truppe per le elezioni politiche del 2001, fu sancito e proclamato pubblicamente un ferreo patto di collateralismo (chi non ricorda l’assemblea nazionale di Confindustria a Parma?), inusitato nella storia delle relazioni sindacali del nostro paese.

Dal 2001 irrompe sulla scena il mitico Sacconi (e soci…).

Iniziò così la legislatura interamente berlusconiana, supportata – almeno per gran parte della durata – dalla Confindustria di D’Amato, e prodiga di profferte di patti per l’Italia a quella parte del sindacato che parve essere soprattutto alla ricerca di relazioni privilegiate con la parte politica vincente, perseguendo con ciò l’obiettivo di acquisire una egemonia sostanziale nel fronte sindacale ormai lacerato. Ovviamente nessuna di queste “storiche intese” fu mai sottoposta a verifica democratica fra i lavoratori interessati. Tessitore di queste relazioni improprie e pericolose: Sacconi; da sottosegretario prima, da ministro poi.

Dal complesso degli interventi governativi, sia di indirizzo programmatico che  di novazione legislativa, (dal Libro Bianco di Maroni sul mercato del lavoro al D.Lgs. 368 sul  lavoro a tempo determinato, dalla L. 30/03 ai suoi decreti attuativi) si evidenziano ancora oggi, nitidamente, alcuni profili di particolare valenza strategica:

–    si nega ogni gerarchia fra le diverse tipologie contrattuali previste dall’ordinamento; vale a dire che l’attivazione di una qualunque delle innumerevoli tipologie contrattuali temporanee – precarie (la cui gamma viene irragionevolmente e insensatamente ampliata)  viene sottratta al vincolo della sussistenza di “causali oggettive” da verificare in sede negoziale e, quindi, consegnata alla decisione unilaterale  del datore.

–   Con ciò si produce una novità sostanziale e gravissima: l’intervento legislativo, anziché  essere di sostegno e garanzia all’esercizio dell’autonomia collettiva,  invade e occupa autoritariamente quel territorio (d’altronde nel “libro bianco” ciò veniva teorizzato al fine di produrre una progressiva individualizzazione del rapporto di lavoro e la sua omologazione ad ogni altro ordinario negozio privato).

–    Una miscela fortemente ideologica di liberismo e autoritarismo che ostacola ogni progetto di “governance” efficace e flessibile del mercato del lavoro sul territorio e complica enormemente la possibilità per i governi locali di dispiegare politiche attive mirate, condivise dalle parti sociali.

In quella fase e in quelle strategie affondano le radici di quel coacervo di inefficienze ed iniquità che anche nel senso comune  si avverte ormai come insopportabile: la precarizzazione progressiva della condizione lavorativa, non solo delle giovani generazioni.

Il motore di tale progressivo degrado è stato tutto politico. La strumentazione operativa è stata fornita dalla rinuncia all’autonomia da parte di molte fra le rappresentanze sociali, illuse di poterne avere un ritorno in termini di rapporto privilegiato con il potere politico e con le controparti. Il prezzo è stato la rottura dell’autonomia della rappresentanza sociale e della sua autorevolezza.

La CGIL e la sinistra di governo

Tuttavia non si può negare che in tutta la travagliata fase che qui si sta rappresentando (dall’inizio degli anni 2000 in poi) qualcuno si è opposto. Inequivocabilmente e anche clamorosamente. La CGIL. Non per il vizio irrefrenabile della conservazione, ma, all’opposto, per riprendere un percorso autenticamente riformatore che si era dimostrato proficuo e possibile solo qualche anno prima, ma poi era stato cinicamente travolto da convenienze di breve periodo e di tutt’altro genere, insensibili alle esigenze reali del sistema “lavoristico” italiano. In non pochi casi anche per sostanziale incompetenza della materia da parte di chi spavaldamente la maneggiava.

Non mi pare superfluo, in questa sede, ricordare simbolicamente il movimento che sfociò nella iniziativa della sola CGIL il 23 marzo 2002 al Circo Massimo; la più grande manifestazione di massa della storia della Repubblica.

La formidabile credibilità che la CGIL aveva accumulato e poteva esibire poggiava su due strategie coerentemente perseguite:

– l’opposizione senza incertezze alla deriva del berlusconismo inteso anche come inquinamento che dalla politica si stava estendendo alla società in tutte le sue articolazioni, deformava le relazioni fra le rappresentanze sociali, insidiava la coesione sociale alimentando conflitti e rotture;

– la determinazione nel riproporre, pur in quel contesto difficile, una pervicace volontà riformatrice. Sulle politiche del lavoro e non solo.

Se dovessi, ancor oggi, trovare una definizione appropriata per descrivere lo spirito che condusse al 23 marzo 2002, lo definirei una formidabile dimostrazione di cosa debba intendersi per sinistra di governo.

Lo affermo con la massima determinazione, smentendo con cognizione di causa una rappresentazione corrente: il 23 marzo come massima manifestazione di volontà esclusivamente oppositiva. La grande resistenza, simbolica ma inevitabilmente perdente.

Ci fu indubbiamente, in quella iniziativa, l’opposizione alle strategie che il berlusconismo vincente stava attuando, alle manovre, non più sotterranee anche se non ancora del tutto conclamate, per dividere il fronte sindacale (il cosiddetto “patto per l’Italia” fu siglato con il governo da CISL e UIL dopo circa quattro mesi, ma tutto era già visibile ad occhio nudo. Anche gli incontri notturni nella sede di Confindustria).

Ci fu l’atto di resistenza alle provocazioni di varia natura in atto (il prof. Biagi fu trucidato dalle BR solo qualche giorno prima, tre anni dopo l’assassinio di D’Antona).

Ma ci fu anche, in quelle stesse settimane, da parte della CGIL, la presentazione di quattro progetti di legge di iniziativa popolare, sostenuti da oltre cinque milioni di firme. Mi limito, in questa sede, a ricordare i temi affrontati dai quattro progetti:

– per un sistema riordinato e razionalizzato di tutele applicabile ai cosiddetti lavoratori atipici e parasubordinati (oggi diremmo ai precari);

– per un sistema universale e sostenibile di ammortizzatori sociali;

– per la semplificazione del contenzioso di lavoro, valorizzando i riti alternativi (conciliazione e arbitrato);

– per tutelare anche i dipendenti delle imprese minori dai licenziamenti  senza giusta causa, secondo criteri risarcitori alternativi alla pura e semplice “reintegra”.

Per chi lo volesse è tutto facilmente rintracciabile negli archivi della CGIL, oppure in fondo ai cassetti delle Commissioni Parlamentari, che mai li presero in considerazione, magari riservandosi oggi di reiterare, da parte di molti neofiti di quei luoghi, la critica di immobilismo e opposizione al cambiamento, rivolta al sindacato e in particolare alla CGIL.

Tanto che, in quegli stessi mesi del 2002, in nome della propria vocazione al governo dei processi, il massimo organo dirigente della CGIL  si dissociò formalmente dal nascente comitato promotore del Referendum per l’estensione dell’art. 18 della l. 300 anche ai dipendenti delle imprese minori; referendum velleitario e prevedibilmente condannato all’insuccesso. Quella CGIL scelse insieme la fermezza e la proposta. 

Poi venne l’ultimo decennio che ci sta alle spalle; ma questo non c’è bisogno di riassumerlo. Oppure lo può fare meglio altri.

Giuseppe Casadio

Tags: Lavoro
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