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Qui Europa, dare un valore economico al lavoro di cura

Alessandra Servidori
Febbraio11/ 2021

La pandemia di COVID-19 ha evidenziato l’importanza di un lavoro di assistenza retribuito e non retribuito per una società e un’economia ben funzionanti. L’assistenza è una delle dimensioni più importanti della parità di genere, ma è spesso “invisibile” perché è stata a lungo associata alla sfera domestica e quindi considerata intrinsecamente separata dal lavoro retribuito. Tuttavia, la pandemia di COVID-19 ha posto le disuguaglianze di assistenza al centro del dibattito pubblico e ha gettato nuova luce sui sistemi di assistenza nazionali. Dunque correttivi in questa dimensione sono da adottare per aumentare l’occupabilità femminile con maggiori  investimenti in settori economici ad elevata presenza di lavoratrici e dovrebbero  essere spesi soprattutto in infrastrutture sociali, in servizi per la conciliazione, servizi sociali, istruzione. 

Dare valore concreto al lavoro di cura  è una delle priorità che il Rapporto EIGE ha indicato alla Commissione Europea per l’agenda Europa 2020/25.Le disuguaglianze di genere nell’assistenza non retribuita sono riconosciute come l'”anello mancante” nelle analisi dei divari di genere nella partecipazione al mercato del lavoro, nella qualità dell’occupazione e, in particolare, nella retribuzione. Il lavoro di assistenza comprende tutte le attività e le professioni che coinvolgono direttamente o indirettamente processi di cura e comportano “la fornitura di servizi personali per soddisfare quei bisogni fisici e mentali di base che consentono a una persona di funzionare a un livello socialmente determinato accettabile di capacità, comfort e sicurezza.

Il lavoro di assistenza è svalutato sia nella famiglia che nel mercato del lavoro. Le competenze relative a questi posti di lavoro tendono ad essere sottovalutate e meno formalizzate (EACEA, 2019); gli investimenti nel settore dell’assistenza sono scarsi, i posti di lavoro nel settore  scarsamente remunerati e hanno poche prospettive di carriera. Queste sono conseguenze dirette della percezione di lunga data che l’assistenza non ha valore economico e non è “lavoro reale”. L’approccio di esternalizzazione può e deve essere integrato da una rivalutazione strutturale del lavoro di assistenza, sia nella società che nell’economia (ad esempio maggiori investimenti nelle infrastrutture di assistenza, migliore regolamentazione a sostegno degli operatori sanitari).

In assenza di un approccio trasformativo alla politica, esternalizzare l’onere dell’assistenza non retribuita può alleviare le disuguaglianze tra donne e uomini all’interno della stessa famiglia, ma riproduce le disuguaglianze tra quelle famiglie che sono in grado di esternalizzare i compiti di assistenza e quelle che non lo sono. Questo è il momento per costruire contenuti e progetti e usare le risorse a disposizione per attuare una vera e propria “riprogettazione della cura”, attraverso lo sviluppo di servizi universali in un’ottica di ciclo di vita. Il lavoro di cura deve entrare nella contabilità nazionale e  sia riconosciuto come contributo alla ricchezza di tutti, che sia agevolato, valorizzato e redistribuito, che si riconosca il lavoro di tante donne che si caricano della dipendenza degli altri.

Alessandra Servidori

Alessandra Servidori