Di giornate difficili, l’Ilva, o, se preferite, la ex Ilva di Taranto, ne ha vissute già molte. Almeno da quando, nel luglio del 2012, il Tribunale della città pugliese dispose il sequestro degli impianti dell’area a caldo del centro siderurgico. Ieri il colpo non è stato così forte, né altrettanto immediate sono state le conseguenze negative per lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa. E tuttavia, abbiamo l’impressione che la data di giovedì 26 febbraio resterà a segnare un passaggio particolarmente problematico sia nella storia di questo stabilimento che in quella dell’intero gruppo che da esso ha tratto origine.
A inizio settimana, pur in un quadro notoriamente difficile e complesso, tutto sembrava relativamente tranquillo. Innanzitutto si sapeva che, a metà settimana, sarebbe stato avviata la fermata dell’Altoforno 4. Ma questa era una notizia già nota e, di per sé, non allarmante, perché si trattava di avviare dei previsti lavori di manutenzione.
Inoltre, si era profilata quella che poteva apparire come una novità positiva. Si era infatti saputo di colloqui fra il gruppo siderurgico della famiglia Marcegaglia, uno dei protagonisti della siderurgia italiana, e Flacks Geoup, ovvero il fondo d’investimento statunitense candidato all’acquisto di Acciaierie d’Italia in Amministrazione straordinaria (tale è infatti, attualmente, la denominazione del gruppo che, un tempo, si chiamava Ilva).
Per la giornata di ieri, era invece in calendario, presso il Ministero del lavoro, un appuntamento che, certamente, si presentava come piuttosto spinoso, per ciò che riguardava l’argomento, ma ancora non particolarmente minaccioso. In pratica, i sindacati erano stati convocati al Ministero per riprendere la discussione in tema di Cassa integrazione. Un tema che, date le cifre via, via crescenti del numero dei lavoratori che il Governo pensava di collocare, appunto, in Cig, allarmava i sindacati. I quali, però, non sapevano ancora che cosa li attendeva.
Ebbene, dopo l’incontro, uno dei dirigenti presenti al Ministero, e cioè Loris Scarpa, Coordinatore nazionale siderurgia della Fiom-Cgil, ha dichiarato che, nell’incontro stesso, si era “consumato un atto gravissimo”. E ciò perché “i Commissari straordinari” avevano comunicato che “l’attuale procedure attivata di Cassa integrazione probabilmente non è più sufficiente per affrontare la situazione dell’ex Ilva” e avevano quindi chiesto “la sospensione del confronto”. Insomma, di male in peggio. Perché una situazione in cui non solo non c’è lavoro, ma non si sa neppure se saranno disponibili adeguati ammortizzatori sociali è sicuramente peggiore di una situazione segnata da un ricorso eccessivo alla stessa Cassa integrazione.
Da qui l’affermazione reiterata dai sindacati dopo l’incontro al Ministero del Lavoro. Ancora con le parole di Lori Scarpa: se a questo punto “non arriva la convocazione a Palazzo Chigi, il tavolo ce lo conquistiamo noi per discutere del futuro dell’Azienda”.
Ma poi si è capito che, a monte delle incertezze governative in materia di Cassa integrazione relative allo specifico caso di Acciaierie d’Italia, oltre alla reiterata assenza di chiari indirizzi di politica industriale, ciò che si stava profilando giovedì 26 febbraio era un intreccio di fatti particolarmente allarmante.
Innanzitutto, sullo scenario dell’Ilva (o ex Ilva) ha fatto irruzione una notizia proveniente da Milano. Una notizia, lo diciamo subito, in sé particolarmente complessa, e su cui sarà necessario ritornare nei prossimi giorni. In poche parole, il Tribunale civile di Milano ha ordinato la “sospensione”, a partire dal prossimo 24 agosto, della “attività produttiva dell’area a caldo dello Stabilimento” siderurgico dell’ex Ilva di Taranto. Ciò a causa di “rischi attuali di pregiudizi alla salute” degli abitanti della zona. Rischi denunciati, peraltro, da un gruppo di “residenti nel Comune di Taranto”.
A monte di questa sospensione, che – come si è detto – entrerà in funzione a fine agosto, sta però il fatto che il Tribunale stesso ha “disapplicato parzialmente il provvedimento che autorizza l’attività produttiva dello Stabilimento Ilva di Taranto”, ovvero di quella cosiddetta Autorizzazione integrata ambientale (Aia), la cui concessione, come si ricorderà, aveva avuto un ruolo decisivo l’estate scorsa nei tentativi di costruire un accordo interistituzionale che potesse ridare un futuro allo stabilimento stesso.
A questo punto, incombono sullo scenario Ilva due interrogativi. Primo: come reagirà a tutto ciò, ovvero al prospettato stop dell’area a caldo, il qui già citato Flacks Group, cioè l’unico candidato acquirente di AdI rimasto sul campo? Secondo: cosa potrebbe succedere, qualora tale candidato acquirente dovesse ritirarsi? Perché, come ricordano “fonti vicine al dossier” citate da Domenico Palmiotti sul Sole 24 Ore di oggi, il prestito concesso a suo tempo dal Governo a Adi è stato autorizzato dalla Ue “a fronte” dell’esistenza di “una trattativa con un potenziale acquirente”.
Fernando Liuzzi























