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Home - Approfondimenti - Analisi - Il “metodo Storari”, le responsabilità delle imprese e quelle del sindacato. Una riflessione a partire dal caso Food Delivery

Il “metodo Storari”, le responsabilità delle imprese e quelle del sindacato. Una riflessione a partire dal caso Food Delivery

di Alessandro Genovesi
27 Febbraio 2026
in Analisi
Deliveroo, aumentano i rider e chiedono più flessibilità

La vicenda del Food Delivery, l’intervento della magistratura (non da oggi), la discussione che ruota intorno a precisi modelli di impresa che sfruttano lavoratori e deresponsabilizzano grandi aziende, rappresentano l’occasione giusta per fare un po’ di chiarezza e mettere in fila alcune riflessioni e fatti.

Prima riflessione (e primo fatto): la procura milanese (e per fortuna anche altre, pensiamo a quella di Firenze su richiesta pratese) sta usando in pieno l’articolo 603 Bis del codice penale (reato di sfruttamento e relativi indicatori di “condizione di bisogno”).  Un reato (a proposito di cosa fa il sindacato) che la CGIL chiese di introdurre tra i reati spia dell’attuale codice anti mafia (era l’anno 2011) e relative misure (compreso l’articolo 34, accompagnamento giudiziario dell’impresa). Norma penale poi modificata nella attuale ed assai più efficace versione dalla legge 199 del 2016, legge anche essa richiesta esplicitamente e dopo una grande mobilitazione del sindacato, in particolare della Fillea Cgil e soprattutto della Flai Cgil. Pensato per combattere lo sfruttamento (e non solo il caporalato come molti pensano) in agricoltura, la costruzione della fattispecie giuridica è stata tale che essa è utilizzabile (ed è utilizzata) in tutti i settori, merito di chi tradusse le rivendicazioni sindacali nella norma (all’epoca Andrea Orlando e Maurizio Martina, ministri della Giustizia e dell’Agricoltura).

Seconda riflessione (e secondo fatto): dove vi è sfruttamento vi è spesso anche evasione fiscale. Il modello di impresa voluto dall’ente impresa “madre” si struttura su catene lunghe e lunghissime anche per convenienze “Iva”. Ovvero la committente o il datore può basare il proprio business sullo sfruttamento diretto di uomini e donne (come nel caso delle piattaforme di food delivery con cottimi e salari abbondantemente sotto soglie accettabili) o su una “catena” di imprese che alimentano zone grigie, in termini di lavoro ma anche di compensazioni fiscali. Cioè imprese filtro e poi imprese (c.d. imprese serbatoio) che forniscono manodopera e che nascono e muoiono con crediti e passivi IVA, ecc.

E’ a questo punto che entrano in gioco due elementi precisi: da un lato la responsabilità in solido del committente che ha beneficiato in concreto del lavoro di persone formalmente dipendenti da altri (il caso del tessile per esempio) e che ha magari costruito anche “cartiere” di fatture, dall’altro il Modello Organizzativo e Gestionale (sul principio di cui alla 231/01 sulla responsabilità degli enti) di chi ha beneficiato della prestazione senza un sistema di verifiche e controlli efficace per prevenire il possibile reato (è quella che i giuristi chiamano “colpa d’organizzazione”).

Terza riflessione (e terzo fatto): a fronte di questi rischi come si sono comportate e si comportano le parti sociali, imprese e sindacati in primis? Su questo provo a dare il mio contributo perché si faccia un po’ di chiarezza, perché le responsabilità non sono da ripartire in modo eguale.

Da un lato le imprese continuano a pensare (per fortuna non tutte) che il tema sia rimuovere tutto ciò che chiama in causa una responsabilità del committente-beneficiario finale (è stato per esempio il tentativo, per fortuna respinto grazie alla mobilitazione sindacale, di introdurre una specie di “scudo” alla 231 attraverso poco chiare e poco efficaci certificazioni nel settore grandi marchi della moda), o ancora creare delle deroghe ai principi di eterodirezione di cui al codice civile e all’articolo 29 del d.lgs. 276/03 (per esempio la posizione di diverse imprese della logistica). Ben guardandosi dal condividere con le organizzazioni sindacali Modelli Organizzativi e Gestionali, linee guida, strumenti di contrattazione di anticipo e di verifica in fase esecutiva dei loro fornitori.

Eppure sarebbe utile condividere momenti di “contrattazione di anticipo” sul modello dei protocolli sindacali stipulati nel pubblico in materia di appalti. O ancora condividere degli indicatori (congruità in edilizia, coerenza in agricoltura, indici di costo medio nel tessile, indicatori di affidabilità, ecc.) nel predeterminare come condizione per l’affidamento un rapporto quantità prodotta-numero lavoratori “congruo” o “affidabile”, sul modello per esempio degli ISAC, indicatori sintetici di affidabilità contributiva, su cui come sindacato stiamo interloquendo (con non poche difficoltà) con il Ministero del Lavoro.

Alcuni settori, in realtà, hanno provato ad andare in questa direzione con interventi contrattuali collettivi: penso alla congruità in edilizia o all’articolo 42 del CCNL della logistica o ancora penso ad accordi di secondo livello nel terziario, nella grande distribuzione, nella cantieristica navale pubblica, ma non solo. E proposte in campo ve ne sono, per esempio le proposte unitarie dei sindacati dei tessili di Cgil, Cisl e Uil. Ma fino a che le imprese e le loro associazioni penseranno di non fare della responsabilità del committente, delle procedure di verifica in fase preventiva e in fase di esecuzione materia disponibile al “controllo sociale” e quindi materia di una “contrattazione collettiva” nazionale e di secondo livello di nuova generazione (“inclusiva” diremmo noi in Cgil), rischieranno sempre di essere oggetto, giustamente, di interventi solo ex post.

A reato consumato e non, come nello spirito delle norme nazionali e comunitarie, in termini di prevenzione e di riduzione al “massimo possibile” di un reato.

Insomma il tema è quello del modello di impresa e del modello organizzativo della filiera che deve tornare materia di confronto legittimo tra le parti sociali (e non solo, pensiamo al ruolo per esempio delle comunità territoriali, dei consumatori, ecc.).

E su questo mi sento di scrivere che il sindacato la sua parte prova a farla, anche se accordi sottoscritti o vertenze vinte – capisco – non fanno notizia se il “main streaming” punta solo a demonizzare la Cgil e i suoi dirigenti.

La Cgil prova tutti i giorni ad organizzare vertenze collettive e giungere ad accordi dove ha le condizioni (da Italpizza a Giuliani, dai cantieri edili modenesi, milanesi e romani alla grande distrubuzione in Calabria e Sicilia, alla logistica in Lombardia, a realtà come Mondo Convenienza, o ancora nel settore delle carni o del tessile nell’area fiorentina o pratesi o la cantieristica privata, ecc.) e sistematicamente denuncia. Denuncia all’Ispettorato del Lavoro, denuncia alle Procure (penso per esempio a Torino o Prato), denuncia al nucleo carabinieri per la tutela del lavoro, spesso non ascoltato (anche per carenze di organico in diversi casi) e senza quegli strumenti che ovviamente chi può agire la polizia giudiziari ha a propria disposizione.

E poi si costituisce parte civile nei processi. Prova a farsi carico del lavoratore, soprattutto se migrante, della sua condizione di fragilità lavoristica ma non solo (permesso di soggiorno per sfruttamento, alloggio, ricollocazione, ecc.), interloquendo con Prefetture, Questure, Tribunali e la vasta rete per esempio di associazioni presenti sul territorio. Perché spesso le condizioni di “bisogno” vanno anche oltre la mera condizione lavorativa, con i migranti sfruttati due volte, come lavoratori e come cittadini di serie B.

La stessa Cgil Nazionale da qualche anno forma centinaia di quadri e delegati in materia, pubblica veri e propri manuali operativi, dedicando energie (e altre ne dedicherà) soprattutto verso i settori privati, dove c’è la vera giungla. E non c’è categoria della Cgil che non ha vertenze aperte su appalti, subappalti, responsabilità della filiera, ecc. e che non interviene per provare a prevenire prima, gestire le riorganizzazioni e il mantenimento dei livelli occupazionali poi (perché c’è sempre un dopo, anche dopo le stabilizzazioni).

E certo che il sindacato può e deve fare ancora di più e meglio, ma la narrazione di un sindacato che osserva i fatti e basta, non denuncia o non prova ad organizzare questi lavoratori è una bufala, una vera e propria bugia come dimostrano esperienze di lotta e vertenze, come dimostrano le varie “case dei rider” o le battaglie nel settore delle costruzioni, della logistica o del tessile o del commercio e come dimostrano alcune delle stesse iniziative della procura di Milano, con delegati sindacali che hanno portato le loro testimonianze e denunce, umanamente preoccupati e per questo “tutelati” dall’organizzazione stessa.

Quarta riflessione (e quarto fatto): il caso del food delivery è per alcuni versi tipico di quanto finora scritto e per altri ha proprie specificità. L’elemento tipico è l’evidente eterodirezione organizzativa della piattaforma/datrice di lavoro in virtù della pervasività dello strumento “algoritmo”, per cui da sempre la Cgil (Nidil, Filt, Filcams) ha denunciato la condizione di subordinazione di questi lavoratori. Così come un modello di impresa che per stare sul mercato si basa sul sistematico sfruttamento dei rider, come denunciato dalla viva voce dei lavoratori da ultimo nei report presentati da Nidil Cgil poche settimane fa. Tanto da far emergere giustamente anche interrogativi sul ruolo (e sulle utilità) dei grandi player alimentari (Mc Donald’s, Burger King, GDO, ecc.) ma anche i nostri, dei singoli cittadini, che non si “interrogano” su cosa vi sia dietro una consegna a casa (io personalmente ordino solo con Just Eat). Ovviamente con responsabilità diverse, si pensi proprio al tema di quale Modello Organizzativo e Gestionale hanno i grandi player sovra citati e se essi per primi hanno svolto o meno efficacemente verifiche sulla correttezza e legalità di un servizio finale (la consegna dei propri alimenti a terzi) di cui hanno beneficiato.

Una specificità è quella del ruolo della contrattazione collettiva in questo caso, perché non si sta (a differenza di altri casi) in presenza di uno sfruttamento in virtù di lavoro sommerso e della non applicazione degli specifici CCNL.  Ed è utile anche su questo punto fare chiarezza. Da un lato la Cgil, nelle sue varie articolazioni, insieme a Cisl e Uil ha sempre rivendicato trattamenti economici e normativi dignitosi e il riconoscimento dell’etero direzione e quindi delle tutele tipiche del lavoro subordinato. Nel caso di Just Eat individuando nel rapporto subordinato dentro il perimetro del CCNL della logistica la possibile soluzione, nel caso delle altre piattaforme rivendicando o tramite il CCNL del terziario o tramite altre intese collettive comunque il riconoscimento di etero direzione e relative tutele. Ma su questa strada – inutile girarci intorno – si è posto il “macigno” formale di un CCNL, quello UGL, che ha provato a dare copertura ad un cottimismo esasperato che non ha sottratto i rider da una condizione economica e sociale di vulnerabilità, tanto da essere contestato dalla procura ai sensi proprio dell’articolo 603 Bis del Codice Penale e finanche dell’articolo 36 della Costituzione.

Tanto da far dire a un giurista come Maurizio Del Conte (non certo un estremista; Corriere della Sera, 27 Febbraio) che “se risulterà confermato quanto emerge dalle indagini della procura sulle condizioni di lavoro di questi rider, non si può che concludere che il contratto Assodelivery-Ugl è un contratto pirata che non garantisce un compenso dignitoso come chiede la costituzione”. E torna allora il tema non solo della natura del rapporto di lavoro (chiaramente eterodiretto) ma anche di avere strumenti ex ante di “prevenzione” di possibile sfruttamento (vedi la “terza riflessione”) e avere dei CCNL “leader” (si veda il mio intervento su Diario del Lavoro del 9 febbraio scorso) che siano tali perché chi li firma è rappresentativo (più passa il tempo è più evidente che serve l’attuazione dell’articolo 39 della Costituzione), ma anche perché garantiscono le migliori tutele economiche e normative (e siano quindi presi a riferimento come linea sotto la quale altri CCNL non possono beneficiare di riconoscimenti pubblici, incentivi economici e normativi, accreditamenti dei loro enti bilaterali, ecc.) e perché, nel combinato disposto di rappresentatività di chi firma, qualità delle tutele e dei salari ecc.,  siano riferimento anche ai fini della valutazione di norme come l’articolo 603 Bis o lo stesso articolo 36 (fatta salva sempre la possibilità dei giudici di verificarne in concreto la corretta attuazione).

Quinta riflessione (e quinto fatto): il Governo Meloni in tutto questo è veramente il grande colpevole. Per quello che non ha fatto (un aumento delle responsabilità dei committenti, soprattutto se plurime, un’implementazione delle direttive comunitarie a partire da quella sui salari minimi, ecc.) e per quello che invece ha fatto molto consapevolmente (compreso l’indebolimento dell’INL). A partire dall’aver cancellato le norme introdotte dal passato Governo proprio sui diritti di informazione e confronto in relazione agli algoritmi che determinano l’organizzazione del lavoro (a partire dalle piattaforme), dall’aver di fatto congelato i tavoli aperti a livello di settore (dalla logistica a quelli del terziario fino ai rider stessi), dall’aver volutamente spostato l’attenzione dal momento del controllo e verifica a quello della cosiddetta “compliance”, tagliando le unghie ad un sistema di ispezioni amministrative, di verifiche preventive (vedremo che fine concreta faranno gli stessi ISAC) e soprattutto sul campo, di presidio del territorio che sicuramente avrebbe fatto funzionare meglio la stessa “carota” della 231 e delle altre norme.

Senza rischi concreti di interventi ispettivi, senza una disponibilità delle imprese a “cedere sovranità” a favore della contrattazione collettiva, senza un Governo interessato alla qualità del lavoro e della produzione, rimane solo la denuncia (del sindacato e non solo, penso alle tante ONG impegnate), la vertenza sindacale, il “conflitto” e l’azione giudiziaria.

E se questo è vero, tra la scorciatoia di chi vuole rimettere mano alle 231 (da poco è uscita la relazione conclusiva della Commissione istituita ad hoc presso il Ministero di Giustizia) sui reati di impresa e sulla responsabilità degli enti, tra chi vuole meno responsabilità dei committenti o vuole depotenziare il reato di sfruttamento, tra chi vuole meno sindacato rappresentativo e meno contrattazione collettiva di qualità e chi, allora, tifa per l’intervento sistematico della magistratura per “bonificare” sistemi malati di fare impresa, non ci si lamenti allora del lavoro di magistrati che non fanno altro che applicare la legge e chiedere alle imprese di essere serie e responsabili.

Il tema non è smettere di perseguire reati, sfruttamento, ricatti: il tema è come fare impresa e legittimo profitto senza queste patologie indegne per un consesso civile e per una democrazia matura.

Il sindacato è sempre stato disponibile, anzi rivendica su questi temi spazi di intervento e, se possibile, condivisione con le imprese. La domanda vera è: dove sono le associazioni datoriali, dove sono le tante imprese serie?

È giunto il momento che siano queste ultime a battere un colpo e a mettersi seriamente in discussione. Anche perché un modello che si basa su sfruttamento, lavoro povero, basso valore aggiunto, non solo è un modello ingiusto, ma è anche un modello destinato a fallire.

Alessandro Genovesi

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Responsabile Contrattazione inclusiva, appalti e lavoro nero della Cgil Nazionale

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