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Home - Approfondimenti - Analisi - Il Risiko delle banche, tra poteri forti e poteri nuovi

Il Risiko delle banche, tra poteri forti e poteri nuovi

di Maurizio Ricci
30 Aprile 2025
in Analisi
Banche, sindacati: torni l’obbligo di appuntamento per entrare in filiale

Magari, alla fine, si raggiungerà un sistema bancario meno caotico e frammentato di quello attuale e il consolidamento, fra fusioni e alleanze, porterà maggiori profitti e – sperabilmente – costi più bassi per la clientela. Ma il percorso per arrivarci è degno degli intrighi fra le corti dell’Italia rinascimentale, con assalti, trappole, inganni, manovre diversive, pillole avvelenate, giri disinvolti di alleanze, offensive a sorpresa. La scena sui campi di battaglia è abbastanza confusa da aver convinto anche la stampa specializzata internazionale a gettare la spugna e ad aspettare che l’acciaccapesta si plachi, prima di spiegare quanto avvenuto. Tuttavia, nel polverone dello scontro, si intravede il tentativo di arrivare ad un consolidamento a calci e spintoni, piuttosto che con le regole della cavalleria. E se qualcuno si può permettere calci e spintoni, senza beccarsi un colpo di lancia, è perché è l’arbitro: il regolatore del sistema si sta comportando come protagonista, impegnato a disegnare quel consolidamento non secondo il mercato, ma secondo le proprie logiche di potere e convenienza. Un po’ come Trump in America, anche qui il governo bara, invocando la sicurezza nazionale per agitare il “golden power” e piegare i renitenti. In modo tanto scoperto e spregiudicato, da aver spinto finanche alcuni ministri a chiedere che venisse messo a verbale, nero su bianco, il loro dissenso sull’uso di un bazooka legale contro Unicredit.

Una volta, si sarebbe parlato dell’eterno scontro tra finanza laica e finanza “nera”, intesa come democristiana. Ma i democristiani non ci sono più, gli interessi di parrocchia sono altri e lo scontro segue una diversa linea di frattura: da una parte la finanza di mercato, in larga misura internazionalizzata, dall’altra una finanza di potere, gestita da grandi patrimoni nazionali, forti di una solida copertura politica. Lo racconta una ricognizione, pur sommaria, delle forze in campo. Da una parte, Unicredit, Mediobanca, Generali. Non necessariamente alleate, non necessariamente impegnate nella stessa battaglia, ma tutte caratterizzate da un azionariato dominato, anzitutto, dai grandi fondi internazionali, piuttosto che da potentati locali: Orcel (Unicredit),  Nagel (Mediobanca),  Donnet (Generali) sono manager e non padroni. Semplificando, sono loro quelli sotto attacco. Dall’altra parte, campioni della grande finanza nazionale, come l’eterno Caltagirone e la famiglia Del Vecchio, che conducono l’assalto, in collegamento con forze di governo, abbastanza nuove da sentire la necessità di stabilire un asse con il potere finanziario di sempre.

Ricostruire manovre e strategie non è semplice. Le battaglie sono due, ma potrebbero rivelarsi una sola. Si comincia con il tentativo di Unicredit di assorbire una banca regionale ma significativa, come Bpm. Su Bpm aveva però messo gli occhi Montepaschi, l’istituto salvato con i soldi del ministero del Tesoro. Il governo Meloni, infatti, non si limita più a fare da garante del passaggio di Mps a nuovi proprietari, ma, insieme a Caltagirone e alla Delfin dei Del Vecchio, puntava a costituire in proprio, con Bpm, un terzo polo bancario nazionale (dopo Intesa e Unicredit), più in sintonia con la nuova realtà politica italiana. Frustrato questo tentativo, il governo decide di applicare le salvaguardie del “golden power” alla scalata di Unicredit. Pensato per frenare le mire della finanza straniera su prede italiane, il golden power viene applicato da Meloni e Giorgetti in chiave punitiva per Unicredit. Difficile pensare altrimenti, di fronte all’esplicito tentativo di ammanettare la futura gestione Unicredit, vincolandola per cinque anni a mantenere lo stesso rapporto impieghi-depositi e impedendole di gestire in autonomia il patrimonio titoli di Anima, la sua collegata finanziaria. Disposizioni, ha scritto su lavoce.info Francesco Vella, “che non supererebbero nemmeno quel vaglio di logicità, che la nostra giurisprudenza, pur orientata a riconoscere ampia discrezionalità all’esercizio dei poteri speciali, comunque pretende”. La stessa cosa che hanno, evidentemente, pensato i ministri che si sono rifiutati di avallare la decisione.

La seconda battaglia riguarda Mediobanca, sembra un’altra, ma, forse, non lo è: di mezzo c’è, comunque, ancora Mps, braccio dell’asse governo-Caltagirone-Del Vecchio. Bloccato nell’operazione Bpm, Mps si lancia nel tentativo di comprare Mediobanca, che pure è più grossa, ma è, pur sempre il salotto buono della finanza italiana, anche se non ne è più l’unico centro di gravità. Caltagirone e Delfin ci pensano da parecchio, anche perché, attraverso Mediobanca, si arriva al controllo di Generali, grande cassaforte della finanza italiana, da tempo nelle mire ancora di Caltagirone e Del Vecchio. Insomma, con i suoi nuovi alleati, il governo Meloni getta le basi per un nuovo e inedito asse centrale della finanza italiana: Mps – Mediobanca – Generali. Una rivoluzione nell’assetto del potere finanziario del paese.

Il management di Mediobanca e i fondi internazionali che lo sostengono, però, non ci stanno e rilanciano, proponendosi di rinunciare al proprio controllo su Generali, acquisendo, in cambio, Banca Generali, ovvero il braccio che gestisce il risparmio. Una fusione che creerebbe il secondo polo italiano di gestione del risparmio, dopo Intesa, ma che avrebbe anche lo scopo di aumentare il valore di Mediobanca, rendendo apparentemente proibitiva la scalata di Mps. Qui le cose, se possibile, si complicano.  Perché a Mps e soci, una Mediobanca più forte piace, anche perché libererebbe il controllo di Generali. Ma questa Mediobanca più forte costerebbe troppo e, allora, Caltagirone e Delfin (grossi azionisti anche di Generali) devono riuscire a far salire il prezzo di Banca Generali quanto basta per indebolire sul momento – rendendola più scalabile – Mediobanca.

Possono riuscirci? E qui il cerchio potrebbe chiudersi. Unicredit è uno dei maggiori azionisti di Generali e il suo voto potrebbe risultare decisivo nella trattativa con Mediobanca sul prezzo di Banca Generali. Le richieste-capestro a Unicredit sull’acquisizione di Bpm sono un grossolano scivolone giuridico o un tentativo spregiudicato di ricatto per il futuro voto su Generali? Sembra una mano di Risiko, ma presto sapremo se è vero.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

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Giornalista

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