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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - La disintermediazione è davvero finita?

La disintermediazione è davvero finita?

di Massimo Mascini
15 Marzo 2019
in L'Editoriale

Come d’incanto, la disintermediazione è terminata.  Sembra un gioco di prestigio, uno dei tanti ai quali ci ha abituati l’ineffabile presidente del Consiglio, ma è proprio quello che è accaduto. Come niente fosse i partiti di governo, dopo aver tuonato a lungo sull’inutilità dei sindacati e delle associazioni imprenditoriali, dopo aver sostenuto sulla necessità di dare un taglio definitivo alla concertazione, al dialogo sociale, a qualsiasi punto di contatto tra il governo e le parti sociali, ecco che come con un tratto di penna hanno cancellato tutto ciò e hanno dato il via a un complesso e, sembra, fattivo, rapporto con i rappresentanti dei lavoratori e degli imprenditori.

Luigi Di Maio, ministro del lavoro e dello Sviluppo economico, ma soprattutto vicepresidente del Consiglio, d’accordo con il suo pari grado, ha convocato i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil e con loro si è a lungo intrattenuto discutendo di ripresa economica, di sviluppo, degli strumenti da mettere in campo per ottenere questi risultati. Ed è stato deciso di dar vita a una serie di tavoli di discussione, il primo al via già questo pomeriggio, per l’argomento più importante, lo sblocco dei cantieri delle grandi (e si spera anche piccole) opere, perché siano volano della ripresa.

Cose che fino al giorno prima nessuno avrebbe potuto nemmeno alla lontana immaginare. E invece proprio così è stato. I sindacati naturalmente hanno gradito, affermando subito di essere pronti a qualsiasi tipo di dialogo, nella speranza che non di propaganda si tratti, ma della volontà ferma di avviare una vera politica industriale, quella che manca da decenni al nostro paese, talché i risultati, tristi, sono sotto gli occhi di tutti. Sarebbe stato sciocco se i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil avessero risposto in maniera differente, per quanto fossero straniti da una convocazione inattesa, improvvisa, e forse anche un po’ abborracciata, considerando che non era previsto nemmeno un ordine del giorno, segnale del fatto che si poteva e voleva parlare di tutto, ma forse anche del fatto che nessuno era veramente preparato a questa svolta.

Ma come mai gli uomini di governo sono stati folgorati sulla via di Damasco? Che cosa ha portato a questo cambiamento di idea? Purtroppo le possibili risposte fanno capire come questo nuovo corso poggi su basi non molto solide. Perché è indubbio che a sospingere il governo in questa direzione siano state le difficoltà, gravi, nelle quali si trova. Il consenso, infatti, nell’ultimo anno, dal trionfante 4 marzo 2018, si è lentamente ma inesorabilmente consumato. Più per i 5 Stelle, che nelle ultime due elezioni amministrative hanno visto dimezzare la loro quota, ma complessivamente anche per la Lega, che teme fortemente l’erosione del consenso che è riuscita ad avere tra i ceti produttivi del Nord, che adesso cominciano a chiedersi se le loro scelte siano state ben riposte, considerando che l’economia stagna pericolosamente e non certo per colpa del demonio.

Parallelamente è cresciuto invece il consenso verso il sindacato. La grande manifestazione delle tre confederazioni del 9 febbraio a Roma a San Giovanni ha fatto molto colpo sui partiti di governo, perché il seguito è stato forte e formazioni populiste non possono non tenere conto del variare degli umori di così ingenti masse di persone. Il sindacato ha mostrato i muscoli e questi hanno spaventato i politici, che hanno considerato l’importanza di riavvicinarsi a chi quelle masse mostrava di saper governare. E parallelamente anche le proteste degli industriali hanno avuto il loro effetto. Vedere o rischiare di vedere marciare gli imprenditori in piazza accanto agli operai non è cosa che può piacere a questi partiti, che pensavano di aver portato dalla loro i ceti produttivi, operai o imprenditori che fossero, solo con le promesse. Serviva qualcosa di più, che forse non sono stati in grado di offrire. E l’ipotesi, sempre più concreta, di un nuovo patto tra produttori, non più solo per far crescere la produttività in fabbrica, ma per dare una spinta potente all’economia del paese, non poteva essere gradita a chi da quell’intesa sarebbe stato escluso. Quando dalle parole si è passati ai fatti, quando da timidi scambi di documenti le parti sociali hanno preso a incontrarsi, qualcosa è scattato nei corridoi ministeriali.

Basterà tutto ciò per portare a una vera inversione di tendenza e al varo di una vera politica industriale, che sia lo strumento per creare quella ricchezza che altrimenti non può essere distribuita, che sia per via dei contratti di lavoro o per il reddito di cittadinanza? Le speranze sono sempre le ultime a morire, quindi possiamo solo aspettare, appunto sperando nel lieto fine. Certo, la conversione del governo gialloverde ricorda da vicino la frenetica ripresa di incontri tra l’esecutivo e le parti sociali che ci fu nelle settimane prima del referendum costituzionale del governo Renzi. Anche allora i dirigenti dell’esecutivo cominciarono a rendersi conto che il consenso era evaporato, che il pericolo di essere abbandonati era concreto e si cercò di porre un rimedio. Fu, allora, tutto un fiorire di accordi, soprattutto si raggiunse l’intesa per il rinnovo dei contratti nazionali del pubblico impiego, che erano stati tenuti fermi per ben sette anni. Ma fu comunque inutile: il consenso volato via non torna per un’elargizione di denaro, per quanto generosa. Stavolta non ci sono referendum all’orizzonte, ma  ci sono invece le elezioni europee, che non valgono come quelle nazionali, ma sempre contano molto. Per cui è certo che questo fiorire di dialogo continuerà per qualche mese, il punto è capire a quali accordi si può arrivare e cosa accadrà dopo le elezioni. Ma quella è terra inesplorata. Hic sunt leones.

Massimo Mascini

Massimo Mascini

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Direttore responsabile de Il diario del lavoro

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