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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Profitti e salari? Come nell’Ottocento

Profitti e salari? Come nell’Ottocento

di Maurizio Ricci
22 Gennaio 2026
in Poveri e ricchi
Crescita Eurozona prosegue a ritmi sostenuti

Tassare i ricchi? L’idea torna in circolo regolarmente fra gli studi degli economisti, gli uffici dei sindacati e (meno) quelli dei partiti, ogni volta che arriva in scena il problema di dove trovare le risorse. Ogni volta, in realtà, l’idea non arriva da nessuna parte, ma, se rispunta testardamente, è perché nasconde un paradosso. Ovvero, semplicemente, non c’è alternativa: le risorse, infatti, stanno sempre più solo dove stanno i ricchi.

Metà della popolazione mondiale vive in povertà e questo numero, dal 2020, ha smesso di diminuire. Contemporaneamente, la ricchezza dei miliardari mondiali è aumentata, negli stessi sei anni, dell’81 per cento. Ovvero, gli straricchi hanno sostanzialmente sequestrato quasi tutta la ricchezza prodotta in più in questi anni. Qualche centinaio di miliardari controlla ormai 18.300 miliardi di dollari. Per capirci, una cifra molto vicina al Pil di una superpotenza economica mondiale, come l’Unione europea (500 milioni di persone).

La stessa cosa – racconta un rapporto preparato da una Ong globale come l’Oxfam – vale per i ricchi italiani. Sulla stessa onda degli altri ricchi del mondo, i miliardari italiani hanno accresciuto le loro ricchezze, in questi anni, di 55 miliardi di euro (quanto due o tre manovre da Finanziaria annuale). Colpisce il numero: sono esattamente 79. Tutti insieme valgono, ormai 307,5 miliardi, ovvero quasi 4 miliardi di euro a testa.

Dire che la divisione della ricchezza, nel paese, è squilibrata, non rende l’idea. E’ più esatto dire che non si divide praticamente niente. Negli ultimi 15 anni, secondo l’Oxfam, la ricchezza degli italiani è cresciuta di 2.000 miliardi. Di questi, il 91 per cento (cioè 1.800 miliardi e spiccioli) è stato incamerato dai miliardari e dal milione e mezzo di contribuenti, che rappresentano il 5 per cento più ricco del paese. All’altro capo della piramide sociale, 2 milioni e 200 mila famiglie sono rimaste al di sotto del livello di povertà, che – in particolare dopo l’abolizione del reddito di cittadinanza – non scende più.

Il rapporto dell’Oxfam è solo l’ultimo – dopo l’Istat, la Banca d’Italia, l’Inps – dei segnali di un prepotente ritorno della questione sociale al centro delle emergenze nazionali. I dati ci raccontano dell’incrocio di due fenomeni che disegnano quello scivolamento verso “la piena sottoccupazione” di cui parla un libro recente. Da una parte, il Covid ha segnato una frattura da cui il mondo del lavoro non riesce a riprendersi. Rispetto al 2019, l’asfissia dei contratti nazionali registra una perdita di potere d’acquisto dei salari superiore al 7 per cento. Nelle previsioni congiunturali dell’Istat, quasi tutto il (modesto) progresso del Pil, quest’anno, riposerà sull’aumento dei consumi. Ma non si vede come, se il recupero dei salari reali, rispetto all’erosione dell’inflazione, si fermerà – dicono gli esperti di congiuntura – allo 0,5 per cento. Contemporaneamente, si allarga a macchia d’olio l’area dei “working poor”, i “poveri, pur lavorando”. Nel settore privato, i lavoratori italiani a bassa retribuzione, dice l’Oxfam, in trent’anni sono passati dal 26,7 al 31,1 per cento degli occupati.

In questo quadro di crescente disgregazione sociale, le responsabilità del governo Meloni sono pesanti, ben al di là dell’eredità ricevuta. Il rifiuto di imboccare la strada del salario minimo, a protezione di quel 31 per cento di working poor, è il contraltare di una politica fiscale, tutta piegata – fra condoni, flat tax e aliquote ridisegnate – a favore di rendite, profitti e lavoratori autonomi, con storture evidenti che aggravano gli squilibri sociali: metà dei benefici della recente riforma Irpef viene requisita dall’8 per cento di contribuenti con redditi superiori a 48 mila euro l’anno. Ma la distinzione per livelli di reddito non dà pienamente conto della forzatura distributiva a danno dei salari. A fare i conti, i salari sono solo il 38 per cento del prodotto interno lordo, mentre quelli che vengono genericamente definiti come “profitti” (la remunerazione del capitale: imprenditori, azionisti, risparmiatori, titolari di rendite) ne costituiscono, ormai, il 50 per cento. Ma quei profitti alimentano solo il 17 per cento degli incassi Irpef – annota l’Oxfam – mentre i salari assicurano il 49 per cento dell’imposta. Se volete un’immagine, scegliete qualche vignetta dei giornali socialisti di fine ‘800.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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