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Home - Blog - La destra, la sinistra, e le politiche sul Lavoro

La destra, la sinistra, e le politiche sul Lavoro

di Giuliano Cazzola
6 Luglio 2022
in Blog
Cgil, Cisl, Uil, mantenere autonomia gestionale e di indirizzo dei Fondi interprofessionali

Una cara amica, giornalista di vaglia, dopo aver letto un mio articolo sull’iniziativa della Cgil, all’Acquario Romano (dal titolo un po’ questurino “Il lavoro interroga”) ha avuto la gentilezza di scrivermi così: “Landini dice esattamente la stessa cosa che dici tu: che ormai la destra rappresenta il lavoro molto più della sinistra. E la cosa dell’Acquario aveva lo scopo di dire alla sinistra “svegliatevi!!!!”.  A mio avviso, proprio qui sta il punto: per quale motivo la sinistra deve fare la politica della destra? Se il mondo del lavoro – si sente rappresentato – purtroppo non solo in Italia, ma in altri Paesi è ancora peggio – dalla destra sovranpopulista, vuole forse significare che le politiche portate avanti da questi partiti  e movimenti sono giuste, che fanno gli interessi  del mondo del lavoro e che, pertanto, la sinistra risolverebbe i suoi problemi di rappresentanza  se ritornasse ad impegnarsi in quelle politiche che la destra gli ha scippato? Magari, avendo maggiori competenze, esperienza e serietà, la sinistra potrebbe persino compiere meno errori della destra nel portare avanti le medesime strategie politiche economiche, sociali e del  lavoro.

Quello delle pensioni potrebbe essere un caso di scuola. La Cgil (come  in generale il sindacato) non ha criticato quota 100 per i motivi veri per cui meritava le critiche  (i suoi costi, la sua sostanziale iniquità di genere e nei confronti delle nuove generazioni), ma per la sua configurazione di provvedimento raffazzonato  e parziale. Tanto che la piattaforma dei sindacati corregge il tiro al rialzo, proponendo un riordino magari più equilibrato, ma complessivamente altrettanto favorevole ai lavoratori di oggi. Per di più con la pretesa (se ne sono accorti?) di abolire in pratica la pensione di vecchiaia, riducendo  a 62 anni l’età di accesso al trattamento a fronte del requisito – ora vigente – di venti  anni di contributi. Come si fa a non capire che l’iniquità del sistema nei confronti delle nuove generazioni sta nel trasferire in blocco, anche da pensionati fortunatamente longevi, le prerogative delle  generazioni dei baby boomers sulle coorti future  penalizzate nei numeri (a causa della denatalità) e nelle condizioni di lavoro e di vita? Sta qui l’insostenibilità del rapporto intergenerazionale e non si rimedia con la c.d. pensione di garanzia.  In questa delicata materia si sono vissute stagioni migliori anche per i sindacati (e per la Cgil in particolare) quando furono promotori e protagonisti della riforma Dini del 1995, mentre, negli anni successivi, si impegnarono nella difficile impresa di uniformare le regole per tutto il mondo del lavoro, privato e pubblico: un risultato a lungo perseguito e  che tuttora rappresenta un primato nei confronti di tanti Paesi europei che ci criticano ma che non sono mai riusciti a modificare, a casa loro, gli statuti dei dipendenti pubblici.

La crisi demografica non può essere ignorata nei suoi effetti sui sistemi pensionistici. Aumentano i beneficiari delle prestazioni e crolla il numero dei contribuenti, non solo per motivi economici, ma perché non sono mai nati. Le trasformazioni del lavoro fanno il resto.  E non serve gettare  il termometro per non dover misurare la febbre della c.d. precarietà come avverrebbe attraverso “l’abolizione” dei relativi contratti. In sostanza, anziché pensare a modelli di welfare che unifichino un mercato del lavoro “diviso”  dalla storia economica e dall’organizzazione del lavoro, vi è la pretesa  di uniformare i rapporti di lavoro per potervi applicare le regole di quello modello ritenuto standard (il lavoro subordinato a tempo indeterminato), anche per quanto riguarda i sistemi di sicurezza sociale. Io continuo a pensare che fosse più di sinistra il decreto Poletti sul lavoro  a termine piuttosto che il decreto dignità,  la cui applicazione è stata “sospesa” a furor di popolo appena si sono visti gli effetti pratici che distruggevano lavoro anziché crearne di più tutelato. A proposito dei contratti a termine – come ha notato Claudio Negro ex sindacalista di conio riformista – “i media si sono buttati sull’unico dato che poteva presentare un qualche glamour: il numero dei lavoratori a termine (3 milioni 176 mila) che rappresenta il numero più alto in assoluto dal 1977. Ovviamente, più o meno palesemente a seconda della propensione all’understatement della testata, il dato viene presentato come prova provata della precarizzazione del lavoro. E’ curioso però osservare – prosegue Negro –  che nel fatidico 1977 la percentuale dei contratti a termine sul totale dei lavoratori dipendenti fosse addirittura del 23% contro l’attuale 17,6%.

Secondo Negro, poi, (fonte: ISTAT statistiche report – dati ricostruiti dal 1977):  “Un’altra osservazione è opportuna: l’incremento negli ultimi anni dei contratti a termine (dal 12,2%% del 2004 al 17,6% attuale) non è avvenuto a decremento dei contratti a tempo indeterminato che sono passati dai 14.220.000 ai 14.797.000 nello stesso periodo. Anzi: la crescita dei contratti a termine oltre a non avere danneggiato il lavoro stabile ha contribuito massicciamente ad aumentare l’occupazione: dai 19 milioni e mezzo del 1977 ai quasi 23 milioni attuali, con un tasso di occupazione salito dal 54% al 59,8%”. Non credo, poi, che la sinistra possa vantarsi di 500 giorni di blocco dei licenziamenti che, secondo le stime,  hanno salvato 200mila (la differenza con il numero dei licenziamenti pre-pandemia) posti di lavoro, ma contribuito alla perdita di un milione, incluse le mancate assunzioni.  Salvo poi scoprire che, dietro l’angolo, non c’era la minaccia di una macelleria sociale senza precedenti, ma il fenomeno della great resignation. A cui si è aggiunto un supplemento di “rifiuto del lavoro” che la Cgil non prende in considerazione perché non è in grado di spiegarlo all’interno di una narrazione orientata al catastrofismo.

Con Tony Blair la sinistra ha vinto. Con Jeremy Corbin ha toccato i minimi storici. Oggi, in Italia, gran parte della sinistra politica e sindacale prende le distanze dalle  iniziative caratterizzate da stagioni di riformismo nell’arco degli ultimi vent’anni: a partire dal Libro bianco sul mercato del lavoro, dalla legge Biagi, al pacchetto del jobs act che, come disse Matteo Renzi, ha determinato innovazioni del diritto del lavoro che sarebbero state necessarie vent’anni prima. Io credo che il sindacato abbia fatto l’interesse dei lavoratori quando – con parecchi mal di pancia – ha accettato l’abolizione della scala mobile che, oltre a fabbricare inflazione e gonfiare le retribuzioni nominali a scapito di quelle reali, aveva praticamente azzerato l’essenziale funzione del sindacato stesso quale “autorità” salariale. In pochi anni, in tempi di forte inflazione (che sta ritornando) l’incidenza sull’incremento delle retribuzioni nominali, dovuto all’indennità di contingenza, arrivò all’87,2%. L’abolizione della scala mobile divenne il  lasciapassare per quel Protocollo del 1993 che ancora tiene le redini – con qualche aggiustamento e talune difficoltà – del sistema di relazioni industriai di un  Paese come il nostro, che si colloca ai primi posti per il livello di copertura contrattuale dei lavoratori. Col salario minimo si rischierebbe di inserire un elemento di rigidità che eroderebbe di nuovo spazio alla contrattazione collettiva e che – attraverso gli adeguamenti periodici – potrebbe ripristinare un surrogato della scala mobile. Quando i 9 euro lordi sono pari all’87% del salario medio nazionale, che cosa resterebbe da contrattare a quel livello?  Quanto alla legge sulla rappresentanza come si fa a non vedere i rischi che potrebbe correre  il sistema delle relazioni industriali nato nel dopoguerra in base al primo comma dell’articolo 39 Cost.: “L’organizzazione sindacale è libera”. Questa legge – il fatto che non sia mai arrivata in porto dovrebbe far riflettere – viene agitata come una clava contro lo spauracchio dei contratti pirata, senza ricordare mai che si tratta di un fenomeno circoscritto, contenuto e contenibile, anche se  ben 353 CCNL su 933 (pari al 38%) sono stati sottoscritti da firmatari datoriali e sindacali non rappresentati al CNEL. Tali contratti risultano, tuttavia, applicati a 33 mila lavoratori su oltre 12 milioni (si tratta di circa lo 0,3%). Ciò mentre i 128 contratti collettivi sottoscritti da soggetti datoriali e sindacali rappresentati al CNEL, pari al 14% dei CCNL vigenti, riguardano poco più di 10 milioni e 660 mila lavoratori, circa l’87% del totale. Si registrano, infine, 450 contratti sottoscritti da organizzazioni sindacali rappresentate al CNEL e da organizzazioni datoriali non rappresentate al CNEL (pari al 48% del totale). Si tratta in prevalenza di contratti sottoscritti da organizzazioni aderenti a Confsal, Cisal, CIU e UGL, e in misura minore di contratti firmati da organizzazioni aderenti a CGIL, CISL e UIL (ad esempio quelli stipulati con Confapi, ANIA e  Federdistribuzione).

Un sistema di relazioni industriali ha una sua storia, scritta da protagonisti che “si sono riconosciuti e si riconoscono” reciprocamente ed esercitano la loro azione in autonomia. Il Testo unico sulla rappresentanza (che pur giace inapplicato da anni perché inapplicabile) contiene delle norme che regolano il sistema dall’interno. Una legge sulla rappresentanza lo renderebbe contendibile. Ciò che è successo al sistema dei partiti dovrebbe mettere in allarme i sindacati. Ci siamo giocati per tanti motivi la stabilità politica; salvaguardiamo almeno quella sindacale, che traballa, ma tiene. Molte delle difficoltà attuali, compresa la piaga dei contratti pirata, sono derivate da quello sciagurato referendum del 1995 che cambiò l’impianto dell’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori. Un clamoroso atto di autolesionismo della sinistra politica e sindacale.  Un’ ultima considerazione su cosa è successo in Francia.  Come si spiega la singolare convergenza politica e programmatica tra l’estrema destra e l’estrema sinistra? C’è qualcuno convinto in buona fede che si annuncia l’alba di una nuova era e che un Paese possa essere governato sulla base del programma di Jean-Luc Mélenchon?  Tony Blair avrebbe definito ‘’reazionaria’’ la nuova sinistra francese. Il populismo di destra e di sinistra – lo dimostrano le elezioni in Francia – non possono esistere senza una componente di sovranismo. Le loro politiche sono come i vampiri che finiscono in polvere alla luce del sole. L’antidoto per i due “ismi” “del nostro scontento” è costituito dalla difesa  della società aperta, dalla libertà dei traffici e dei commerci, dei capitali e del lavoro. Solo le società chiuse possono nutrire l’illusione di vivere del proprio, di redistribuire la ricchezza che nessuno produce, non curandosi del debito e della inflazione. Prima o poi, si ritrovano, però,  nella stessa situazione dei passeggeri di una mongolfiera bucata: credono di volare più in fretta, ma stanno invece precipitando.  A pensarci bene si spiega anche il fenomeno della corsa a destra delle classi lavoratrici (che non hanno mai ricevuto in dote le XII Tavole del progresso) in Italia come in altri Paesi sviluppati. Solo chi teorizza il sovranismo e l’isolamento può promettere  che tutto rimanga immutato. In politica non c’è la possibilità di “buscar el levante para el ponente”. Chi si avvia verso destra arriva e rimane lì.


Giuliano Cazzola

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