Ancora una volta la Procura di Milano scende direttamente in campo sui diritti dei lavoratori. Il Pm Paolo Storari ha disposto oggi, in via d’urgenza, il controllo giudiziario per caporalato per Foodinho, la società di delivery del colosso spagnolo Glovo, nominando un amministratore giudiziario. L’incaricato dalla procura è Andrea Romano’, che dovrà affiancare gli amministratori della società per ripristinare il rispetto delle regole violate secondo la procura.
Ai 40 mila rider in forze a Glovo, secondo quanto risulta dall’indagine, sarebbero stati pagati compensi sotto la soglia di povertà, ravvisando dunque lo sfruttamento del lavoro. Dalle verifiche condotte dal Nucleo Carabinieri per la Tutela del Lavoro, incaricati dal magistrato, emerge che tre quarti dei rider analizzati percepiscono compensi al di sotto della soglia di povertà, con una perdita media di circa 5.000 euro lordi all’anno. Inoltre, confrontando i compensi con quelli previsti dai contratti collettivi di riferimento, risulta che l’87,5% dei ciclofattorini è sottopagato, con differenze che in alcuni casi arrivano fino a 12.000 euro annui.
Nel provvedimento, la Procura sottolinea che gli accertamenti danno atto di “una situazione di vero e proprio sfruttamento lavorativo, perpetrato da anni ai danni di un numero elevato di lavoratori”. Le retribuzioni vengono definite sproporzionate rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato e non conformi ai minimi stabiliti dalla contrattazione collettiva, in violazione dei principi costituzionali e delle norme penali in materia (art. 36 Cost. e 603 bis c.p.). secondo la Procura, dunque, si stratta di una “situazione di illegalità che è indispensabile far cessare al più presto, considerando anche che coinvolge un numero rilevante di lavoratori che vivono con retribuzioni sotto la soglia di povertà”.
L’iniziativa della Procura non stupisce i sindacati, che da anni denunciano le condizioni di sfruttamento nelle quali operano i rider. “L’iniziativa della Procura di Milano non sorprende e va nella direzione di contrastare lo sfruttamento dei lavoratori nel comparto. L’ordinanza conferma, come le precedenti sentenze, che i rider non sono lavoratori autonomi”, afferma in una nota la Cgil Nazionale, ricordando che giusto pochi giorni fa, “insieme al NIdiL abbiamo denunciato le condizioni di lavoro dei rider: nella sezione compensi e trasparenza quasi il 60% degli intervistati dichiara di percepire tra 2 e 4 euro lordi all’ora”. Per la Cgil, “qualora emerga un rapporto di lavoro eterorganizzato, deve applicarsi la disciplina del lavoro subordinato con tutti i diritti previsti dal contratto collettivo nazionale. La stessa scelta di non pervenire a esiti contrattuali concreti nel percorso di relazioni sindacali dà evidenza della indisponibilità finora dimostrata dalle aziende”.
La Cgil ritiene infine “fondamentale” un incontro tra commissario e organizzazioni sindacali, “per tutelare al meglio ogni decisione che possa impattare sull’occupazione e sull’organizzazione del lavoro”.
“Il reato di caporalato contestato dalla Procura di Milano a Glovo–Foodinho descrive un problema che denunciamo da tempo”, aggiunge la segretaria Uil Vera Buonomo, che mette accusa anche il contratto Assodelivery- Ugl, “a causa del quale migliaia di rider ricevono retribuzioni al ribasso e operano senza tutele, con condizioni economiche e normative inferiori a quelle previste dai contratti comparativamente più rappresentativi”. Il controllo giudiziario disposto dal tribunale, per Buonomo “è un passaggio importante, ma non può sostituire la necessità di un quadro contrattuale e normativo corretto e di una rappresentanza riconosciuta. Pertanto – ha concluso – continueremo a rivendicare l’applicazione dei contratti nazionali comparativamente più rappresentativi, il superamento dei contratti pirata, il contrasto al dumping e, soprattutto, l’attuazione rigorosa della Direttiva europea sul lavoro tramite piattaforma”.
Anche la Cisl chiede che “venga fatta piena chiarezza e che siano accertate tutte le eventuali responsabilità. Attendiamo di leggere le motivazioni, perché se confermata l’accusa, saremmo di fronte a pratiche contro i principi fondamentali del nostro ordinamento”. Mattia Pirulli, segretario confederale della Cisl, Monica Mascia, segretario generale aggiunto della Fit, e Silvia Casini, segretario nazionale della Felsa, chiedono “controlli costanti, incisivi, e va garantita l’applicazione dei contenuti contrattuali stipulati dalle parti sociali più rappresentative costruire, sempre con la contrattazione, in modo particolare nella flessibilità, il terreno di regolazione dei rapporti di lavoro. Salario equo, sicurezza, incluso il contrasto all’illegalità, tutela della salute, non sono opzionali, ma elementi essenziali di qualsiasi rapporto di lavoro, anche nella flessibilità”.
“Da tempo – aggiungono i tre sindacalisti – denunciamo il rischio che il lavoro mediato dalle piattaforme, se non regolamentato da un solido sistema di relazioni industriali, rischia di diventare terreno fertile per nuove forme di sfruttamento è una deriva che va contrastata con determinazione. È indispensabile far evolvere in senso cooperativo gli algoritmi che regolano l’organizzazione del lavoro dei rider come sottolineato anche nella direttiva Europea il cui recepimento deve avvenire entro l’anno. Anche per questo bisogna costruire accordi che stabiliscano affidamenti certi tra le parti per coniugare responsabilità sociale, flessibilità negoziata, competitività”. Il food delivery, e più in generale il lavoro su piattaforma che coinvolge più di un milione di persone, “è un settore che può e deve essere governato ponendo al centro i bisogni della persona – conclude la Cisl – a strada è quella della contrattazione collettiva, della buona rappresentanza sociale, della legalità e di una più forte partecipazione dei lavoratori”.
Redazione

























