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La terra dei fuochi e un prete coraggioso

Marco Cianca
Marco Cianca
Febbraio17/ 2021

La voce di padre Maurizio Patriciello è un impasto di tristezza e di indignazione. Racconta, senza enfasi ma con precisione, fatti che hanno il suono di staffilate sulla martoriata coscienza umana. “Sono un prete e ho dovuto benedire e accompagnare al camposanto decine di bare. Bambini, donne, parenti, amici, conoscenti, parrocchiani. Tutti morti per cancro, leucemia, patologie collegate allo smaltimento illegale e assassino degli scarti industriali”.

Lo intervistano alla radio, una trasmissione di nicchia che rilancia un caso meritevole di ben più diffusi approfondimenti e dibattiti televisivi. Ma i salotti sono occupati in pianta stabile dalle narcise star della politica e del giornalismo, non c’è posto né tempo per i parroci di frontiera. Patriciello svolge la sua missione tra gli abitanti di Caivano, al centro della Terra dei Fuochi. Era un paramedico ma dopo l’incontro con un frate francescano decise di entrare in seminario. “Passando, semina un po’ di buonumore e di fiducia. Una parola buona, una stretta di mano, un aiuto al momento giusto possono salvare una vita. Semina gioia. Semina pace.  Semina speranza”, questa la frase che campeggia nel suo sito internet.

“Sono un prete – ripete – non un ambientalista. Ma la sofferenza la vivo sulla mia pelle”. Da anni, si è messo alla testa di un movimento che pretende salubrità e giustizia. Denunce, cortei, delegazioni fino al Quirinale, lui e 13 mamme che avevano perso i propri figli ricevuti nel 2014 dall’allora presidente Giorgio Napolitano, che “si commosse e pianse” ascoltando le tragiche storie. Tutto inutile, però. I padroni dei rifiuti sembravano invincibili: “Ci hanno accusati di aver rovinato l’economia agricola, di fare inutili allarmismi. Sostenevano che la nostra era una grande bufala. Negavano i camorristi, i loro prezzolati periti e quegli industriali disonesti che con essi facevano affari d’oro. A ridimensionare lo scempio, troviamo, poi, tanti politici, scienziati, medici. Collusione e corruzione, ignavia e noncuranza si sono rivelati micidiali. Dicevano anche che la colpa era di noi meridionali perché siamo sporchi e buttiamo la spazzatura per strada”.

Il cancro, a Caivano e nei paesi limitrofi, ha continuato a colpire più e peggio che in ogni altro luogo anche durante i mesi della pandemia. Pochi giorni fa, proprio mentre la Corte di Cassazione confermava la condanna di due imprenditori dei rifiuti accusati di associazione camorrista e avvelenamento delle acque, la svolta definitiva. Un’indagine dell’Istituto superiore di Sanità, condotta in collaborazione con la Procura di Napoli Nord, ha certificato che i 2767 siti illegali di smaltimento, dislocati in un’area di 426 chilometri quadrati che comprende 38 comuni, hanno provocato e provocano ancora malattia e morte. “Il famoso nesso di causalità, sempre deriso e negato, è stato finalmente ammesso”, rivendica il coraggioso sacerdote.

L’amarezza è però più forte della soddisfazione per la vittoria ottenuta: “Avevamo ragione, avevamo ragione. Purtroppo”. Dalle colonne di Avvenire, padre Maurizio non invoca vendetta ma vorrebbe che “in un impeto di onestà e di dignità, i negazionisti di ieri e di oggi si facessero avanti per chiedere perdono, non a noi, ma ai nostri morti e ai nostri ammalati”.

“La parola d’ordine – ricorda con doloroso sgomento – è stata sempre: zitto! Devi stare zitto. Il dito indice della mano destra, messo in verticale sulle labbra, che il camorrista di turno, o uno dei suoi scagnozzi, ti mostrava con volto serio e minaccioso, bastava a farti capire che era meglio per te cambiare strada”.

Paura e complicità, a tutti i livelli. Ecco la forza della criminalità organizzata.

Grazie, don Patriciello.

Marco Cianca