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Home - Approfondimenti - La nota - L’industria dei quotidiani in Italia: stato, crisi e prospettive

L’industria dei quotidiani in Italia: stato, crisi e prospettive

di Elettra Raffaela Melucci
27 Febbraio 2026
in La nota
Giornalisti sul piede di guerra contro “l’iniquo compenso”

Convenzionalmente si dice che la Storia inizi con la scoperta della scrittura. L’essere umano ha sempre cercato di trasmettere conoscenze in modo rapido e duraturo, di lasciare memoria e traccia delle proprie idee. Con Gutenberg, poi, si può dire che sia nato l’uomo moderno: la stampa ha rivoluzionato il concetto stesso di sapere, di accesso alla cultura e di costruzione del consenso sociale. Osservare la storia dell’editoria significa guardare attraverso le lente delle trasformazioni umane, tecniche, culturali, politiche ed economiche. Oggi questo mondo si trova in crisi, messo in discussione non solo dallo tsunami dei social media, che ha dato visibilità anche agli “imbecilli” di cui parlava Umberto Eco, ma soprattutto dalla “mancanza di una visione strategica chiara”, come spiega a Il diario del lavoro la segretaria nazionale della Slc-Cgil, Giulia Guida, sia a livello istituzionale che culturale.

Un quadro dettagliato lo restituisce il Rapporto 2025 sull’industria dei quotidiani, realizzato dall’Osservatorio Tecnico “Carlo Lombardi” per i quotidiani e le agenzie di informazione. La crisi dell’editoria italiana può essere spiegata da due fattori principali: da un lato la diminuzione dei ricavi pubblicitari, dall’altro la concorrenza dei contenuti gratuiti diffusi dalle piattaforme. La trasformazione digitale ha infatti inciso profondamente sul settore, costringendo le aziende e gli operatori a ripensare la propria organizzazione e le proprie competenze.

Il trend negativo delle vendite è ormai consolidato. Nel 2024, le copie cartacee vendute quotidianamente in edicola hanno registrato un calo di circa il 10% rispetto all’anno precedente, mentre le vendite digitali sono diminuite di quasi l’11%. Complessivamente, le vendite individuali si sono ridotte del 7,23%. Anche il fatturato pubblicitario dei quotidiani ha subito una contrazione significativa, scendendo dell’8,7% e passando da quasi 400 milioni di euro nel 2023 a 365 milioni nel 2024.

Nonostante il continuo calo della diffusione dei quotidiani, che secondo studi internazionali porterà al collasso della carta stampata entro il 2035, la stampa continua a rappresentare una parte significativa dei ricavi, con il 44,6 per cento secondo il World Press Trend Outlook. Allo stesso tempo, i ricavi digitali derivanti da pubblicità online e abbonamenti dei lettori sono cresciuti del 7 per cento rispetto al 2023, rappresentando quasi un terzo del totale.

A riflettere la trasformazione del settore è anche il mercato dei lettori. Gli ultimi dati di Accertamento diffusione stampa relativi a marzo 2025 indicano che in Italia vengono diffuse quotidianamente poco più di 1,6 milioni di copie di quotidiani, di cui circa 880 mila vendute in edicola. Rispetto a marzo 2024, la diffusione quotidiana complessiva ha registrato un calo del 5,14 per cento, mentre le copie vendute in edicola si sono ridotte del 7,5 per cento. Il totale complessivo delle vendite individuali nel 2024 si attesta attorno a 16 milioni di copie, con una riduzione del 7 per cento rispetto al 2023, e la tiratura media giornaliera è passata da poco oltre 2,5 milioni di copie nel 2021 a circa 1,9 milioni nel 2024. La lettura quotidiana, sia cartacea sia digitale, è diminuita di circa il 15 per cento rispetto al 2021 e del 7,5 per cento rispetto al 2023. Gli italiani mostrano meno interesse per la lettura delle notizie: dal 67 per cento del 2007 si è passati al 21,7 per cento nel 2024, mentre la percentuale di chi si informa tramite carta stampata è scesa dal 59 per cento del 2014 al 13 per cento nel 2024. Solo il 34 per cento dei cittadini ripone fiducia nei mezzi di informazione. Le edicole, che sono scese a circa 11 mila unità, si sono trasformate in multiservizi per sopravvivere, ma il loro futuro rimane incerto.

Il mercato pubblicitario, pur registrando un andamento positivo complessivo, mostra la contrazione specifica dei quotidiani. Il fatturato dei mezzi “classici” ha raggiunto 5,8 miliardi di euro nel 2024, con un incremento del 3,9 per cento rispetto all’anno precedente. In questo contesto, i quotidiani hanno raccolto 384 milioni di euro, segnando un calo dell’8,5 per cento, mentre i periodici hanno perso il 5,5 per cento attestandosi a 201 milioni di euro. Gli altri mezzi di comunicazione hanno registrato risultati positivi: la televisione ha chiuso il 2024 con 3,8 miliardi di euro, +7,3 per cento; la radio con 408 milioni €, +2,2 per cento; il cinema +23,5 per cento. In negativo sono risultati Direct mail (-8,4%) e Go TV (-9,7%). La raccolta pubblicitaria sul web ha chiuso con +3,4%, attestandosi a circa 4,2 miliardi di euro. Tra il 2020 e il 2024, la pubblicità cartacea sui quotidiani ha perso oltre 62 milioni di euro, pari a circa il 15 per cento del fatturato complessivo.

È in questo contesto che si manifesta la grande crisi dei gruppi editoriali, che ha portato a un cambiamento sostanziale nell’approccio gestionale dei prodotti di informazione, a partire dalla stampa locale. Un esempio emblematico è Il Secolo XIX, venduto dal gruppo GEDI al gruppo MSC, la compagnia di trasporti guidata dall’armatore Gianluigi Aponte, tramite la controllata Blue Media S.r.l.

Ma la crisi riguarda anche i principali quotidiani nazionali: la vendita degli storici La Repubblica e La Stampa è al centro di trattative complesse. La proprietà di GEDI, controllata dalla famiglia Agnelli Elkann, sta negoziando con il Antenna Group dell’imprenditore greco Theodore Kyriakou per La Repubblica, mentre per La Stampa l’unica trattativa in corso da metà dicembre è con il gruppo Sae di Alberto Leonardis, che tuttavia non sembra avere risorse sufficienti per portare a termine l’acquisizione. Le redazioni hanno espresso forte preoccupazione per la tutela dell’occupazione e dell’indipendenza editoriale, con scioperi e assemblee, mentre politica e sindacati sollevano interrogativi sul pluralismo dell’informazione e sul futuro delle due testate. Di giornata è la notizia il rinnovo delle Rsu in GEDI Gnn, che comprende La Repubblica e La Stampa. La consultazione, in un momento di grande criticità per i lavoratori, ha premiato Slc, conferendole un ruolo centrale nella gestione di questa fase delicata. “L’inequivocabile scelta delle lavoratrici e dei lavoratori ci assegna una grande responsabilità ed è motivo di orgoglio per tutta la Cgil”, ha commentato il segretario generale Riccardo Saccone. La sfida resta tutelare occupazione e qualità del lavoro in un gruppo editoriale cruciale per il Paese e per il diritto all’informazione.

Questi passaggi di proprietà, spiega ancora la sindacalista della Slc, evidenziano come la gestione delle testate si stia sempre più allontanando dagli editori tradizionali e si stia orientando verso investitori con limitata esperienza nel settore editoriale orientati ad altri scopi di mercato.

Ma se è la carta stampata a soffrire di più, le conseguenze principali sono scontate proprio dal comparto poligrafico, la cosiddetta “classe nobile operaia”. Negli ultimi anni il settore della stampa quotidiana ha continuato la propria ristrutturazione, riducendo sia il numero delle aziende sia la capacità produttiva degli impianti. Attualmente il comparto è composto da 75 aziende (44 editrici, 10 centri stampa ibridi, 3 centri stampa puri, 8 agenzie di stampa e 10 altre tipologie di aziende), con una forza lavoro drasticamente ridotta: dai 4.646 occupati del 2013 agli 1.653 registrati a dicembre 2024, di cui 571 operai e 1.082 impiegati. Il 53 per cento di questi lavoratori opera nelle aziende editrici, il 25 per cento nei centri stampa ibridi, il 6 per cento nei centri stampa puri, il 13 per cento nelle agenzie di stampa e il restante 3 per cento in altre tipologie di aziende. La diseguaglianza di genere persiste, con appena il 33 per cento della forza lavoro di sesso femminile. Inoltre, sottolinea Guida, non marginali sono anche le sacche di lavoro “grigio”, gli scarsi investimenti da parte dei grandi gruppi editoriali e l’interesse decrescente da parte dei governi che si sono succeduti negli anni.

Particolarmente critica è la situazione delle aziende che stampano su commessa, scese da 26 a sole tre unità tra il 2013 e il 2024. Molte hanno esternalizzato la produzione per preservare la stabilità finanziaria, alcune hanno cessato l’attività, e i lavoratori hanno usufruito in parte di ammortizzatori sociali o sono stati ricollocati nelle aziende che hanno acquisito le commesse. Diverse aziende continuano a stampare pur essendo uscite dal perimetro del contratto poligrafico, che resta tuttavia un presidio fondamentale per la tutela dei diritti dei lavoratori.

Gli stabilimenti fisici in Italia sono oggi 76, leggermente più numerosi rispetto al numero di aziende, perché alcune possiedono più impianti o alcuni stabilimenti sono gestiti da realtà fuori dal perimetro contrattuale. Questi impianti producono complessivamente poco meno di 1,1 milioni di copie al giorno, di cui il 30 per cento è gestito da aziende che non applicano il contratto poligrafico. La riduzione delle copie stampate, dei ricavi pubblicitari e la progressiva digitalizzazione dei processi produttivi hanno contribuito ulteriormente a limitare il numero di lavoratori soggetti al contratto collettivo nazionale di categoria e una sostanziale riconversione del comparto della carta che ha ampliato il raggio produttivo per sopravvivere – imballaggi, packaging, carta sanitaria, alimentare e moda. Il ruolo delle multinazionali e dei fondi di investimento è sempre più preponderante, ma sono la politica energetica e le pratiche di riciclo a giocare un ruolo cruciale nel definire la sostenibilità e la competitività dell’intero settore.

Quello dei poligrafici, in pratica, è un lavoro che va scomparendo, ma richiede interventi per la tutela dei lavoratori attivi. Tra gli altri, sottolinea Guida, il tema del pensionamento resta cruciale. Per una strategia di più ampio respiro, i lavoratori del settore potrebbero confluire nel contratti dei grafici editoriali, con tutto il loro sistema di welfare compreso anche il fondo di previdenza complementare Byblos. Le riorganizzazioni dei gruppi editoriali hanno introdotto prepensionamenti e cambi di contratto per rispondere alle esigenze dei lavoratori più giovani e all’evoluzione del mercato, in un contesto in cui la crisi dell’editoria va interpretata non solo come il progressivo declino di un mestiere, ma anche come un’opportunità per l’emergere di nuove figure professionali. Inoltre, i poligrafici potrebbero rientrare tra le categorie impegnate in mansioni gravose, per le criticità legate al ruolo, con conseguente accesso anticipato al pensionamento rispetto alle soglie vigenti. Ma inserire questa categoria nella classificazione è “puramente una scelta politica”, di contenimento della spesa a discapito del benessere dei lavoratori dimostrando, ancora una volta, l’assenza di politiche strategiche chiare da parte del governo.

Per affrontare questo scenario, conclude Giulia Guida, sono necessarie strategie su due fronti: interventi legislativi e normativi capaci di tutelare i diritti d’autore e la proprietà dei contenuti editoriali, e soluzioni innovative in grado di combinare la qualità dell’informazione tradizionale con le potenzialità dei mezzi digitali, senza abbandonare completamente la carta stampata. La formazione professionale e il potenziamento delle competenze degli operatori del settore, giornalisti e poligrafici, si rivelano quindi determinanti per assicurare competitività e adattabilità ai nuovi scenari. Ed è qui che si inserisce quella mancanza di visione strategica di cui parla.

Elettra Raffaela Melucci

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