Lo stereotipo è una valutazione o un comportamento nel quale si riflettono opinioni e giudizi negativi, non ancorati a a un contesto oggettivo, indirizzati verso specifici gruppi sociali, etnici o professionali. Di stereotipi di genere si è discusso durante il coordinamento nazionale delle pari opportunità della Uil Scuola e Uil RUA in occasione della giornata internazionale delle ragazze e delle donne nella scienza.
Secondo i dati rilasciati da un’analisi di Talents Venture nell’ultimo decennio gli equilibri di genere sono rimasti sostanzialmente invariati quando si parla di laureate nelle discipline Stem. Se è vero che tra il 2014 e il 2024 la popolazione femminile che ha conseguito gli studi in quest’area è cresciuta dell’1%, ancora 4 laureati su 10 nelle Stem sono donne. I dati Istat del 2024 ci raccontano che solo il 15-16,8% delle donne consegue una laurea nelle discipline scientifiche, contro il 36,9-37% degli uomini. Le differenze si ritrovano anche analizzando la questione sotto il profilo generazionale. Infatti nella fascia 25-34 anni unicamente il 16,8% delle donne ha una laurea scientifica, a fronte del 37% dei coetanei uomini. Il gap è ancora più marcato tra nord e sud del paese. Al mezzogiorno il 13% di donne consegue una laurea nelle Stem contro il 16,3%.
La bassa presenza delle donne nei percorsi di formazione scientifici così come, più in generale, la ridotta partecipazione al mercato del lavoro, con un divario di venti punti percentuali rispetto agli uomini, si traduce in una perdita di ricchezza e di potenziale per l’intero sistema paese e per le donne nell’impossibilità di cogliere carriere più ricche sul piano economico, nonostante il differenziale retributivo di genere, e più solide dal punto di vista dell’occupazione. Sempre secondo l’Istituto nazionale di statistica tra i 30-34enni il tasso di occupazione è del 77,9% per i laureati nell’area umanistica e dei servizi, tasso che sale all’85,7% in quella socio-economica e giuridica, raggiunge l’88,6% nell’area medico-sanitaria e farmaceutica e che tocca il valore più elevato nelle discipline Stem 88,9%.
Centoventi anni fa le mondine scesero in piazza per il primo sciopero. Nonostante la giovane età, il fatto che fossero divise perché lavoravo in cascine diverse e la precarietà lavorativa riuscirono a unirsi e far sentire la propria voce per chiedere più salario e meno ore di lavoro. Da quel 1906 sono stati fatti passi in avanti dal lato legislativo e culturale, ma restano ancora molti gli ostacoli per un pieno riconoscimento di eguali opportunità tra donne e uomini. I video proiettati durante il coordinamento hanno riproposto situazioni di discriminazione di genere che per noi oggi possono sembrare impensabili.
Le bambine degli anni 50-60 che nonostante il loro desiderio di continuare gli studi e di andare alle medie erano costrette, in larghissima parte, a lasciare la scuola per aiutare la madre nei lavori domestici, accudire i fratelli perché così voleva la società. O ancora il ragazzo siciliano, sempre degli stessi anni, che intervistato da un giornalista affermava che le donne non potevano lavorare, perché questo era compito degli uomini, che non dovevano studiare, che dovevano restare a casa, che figlie femmine avevano meno libertà dei maschi. In altre parole riteneva che le donne fossero inferiori agli uomini. Ma spostandoci avanti negli anni le cose non erano molto mutate. In un’intervista a una coppia di metà anni Settanta l’uomo afferma che è la donna che lava i piatti perché è ormonalmente disposta a fare questo. Una tesi che non discosta molto da quella del Guardasigilli Carlo Nordio che ritiene che l’uomo ha una resistenza genetica ad accettare la parità con la donna. E ancora l’idea veicolata da una certa cultura politica che vede la piena realizzazione della donna unicamente nell’essere madre, fino ad arrivare alla violenza di genere dimostrano che il patriarcato non è ancora scomparso e che se il delitto d’onore non è più presente nel codice penale è ancora una realtà nella condotta di certi uomini.
Nel corso della giornata le donne della scienza hanno raccontato le loro esperienze personali e professionali contraddistinte da ostacoli, pregiudizi e precariato. Sara De Simone, ingegnera all’Università Tor Vergata, ha ricordato la reazione di suo padre alla notizia che avrebbe intrapreso ingegneria, preoccupato del fatto che che la figlia sarebbe poi dovuta andare nei cantieri dove la popolazione lavorativa è prevalentemente maschile.
Rossella Lucà, biologa e prima ricercatrice del CNR, ha sottolineato come il talento e le competenze non abbiano un genere, ma che alle donne che vogliano intraprendere una carriera apicale nel mondo scientifico servono servizi, asili nido, voucher per il babysitting e orari flessibili che però non compromettano la qualità del lavoro, per una migliore conciliazione. Questo è indispensabile per rompere il tetto di cristallo e far sì che non solo il 17% dei ruoli dirigenziali nel mondo della ricerca sia occupato da donne come riportato dalla rivista Nature.
Rossella Benedetti, presidente Women’s Committee del Ces, la Confederazione europea dei sindacati, ha ribadito l’importanza di una crescente partecipazione delle donne nella formazione e nelle carriere scientifiche ma senza dimenticare che “molto spesso i lavori con una forte presenza femminile sono sottopagati e con un alto tasso di precarietà”.
Nel suo intervento la segretaria confederale, Ivana Veronese, ha ricordato come tutte le tematiche che riguardano specificatamente l’essere donna non devono essere lette come problematiche individuali “ma questioni delle quali anche il sindacato e quindi la contrattazione deve farsene carico. Gli stereotipi di genere – ha proseguito – oltre a incidere negativamente sulla vita delle donne, costituiscono una perdita economica e di potenziale talento inespresso. E un sindacato che vuole rimuovere questi stereotipi, che vuole diventare un motore del cambiamento, deve eliminare al suo interno gli stessi stereotipi che intende combattere all’esterno”.





























