L’intelligenza artificiale sembra minacciosamente sfidare il mondo del lavoro e i suoi protagonisti. Eppure, a quanto pare, non è così. Tra i partecipanti al panel “Imprese, sindacati e istituzioni: le sfide dell’IA”, svoltosi venerdì pomeriggio nell’ambito dell’approfondimento “IA e lavoro: governare la trasformazione, moltiplicare le opportunità”, promosso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in collaborazione con INPS e INAIL, si respirava infatti un cauto ottimismo.
A confrontarsi sul rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro sono stati rappresentanti del mondo sindacale — il segretario generale della UIL, Pierpaolo Bombardieri, il segretario confederale della Csil, Mattia Pirulli, il presidente della Fondazione Di Vittorio, Francesco Sinopoli, e il segretario generale dell’Ugl, Francesco Paolo Capone — insieme ai rappresentanti del mondo datoriale.
È proprio Maurizio Marchesini, vicepresidente di Confindustria, a tracciare la linea del confronto: l’IA, sostiene, non solo migliorerà la qualità del lavoro, ma anche la qualità della vita in generale. Le applicazioni dell’intelligenza artificiale, infatti, rappresentano grandi opportunità, vere e proprie incubatrici di una forza che non può essere né ignorata né ostacolata. I timori diffusi sono dunque inutili allarmismi? In teoria no: solo una gestione attenta e lungimirante può contenere e risolvere le criticità, pur inevitabili, che accompagnano ogni trasformazione.
In questo scenario, la formazione dei lavoratori assume un ruolo cruciale, punto condiviso all’unanimità dai relatori. Alla luce di un inverno demografico che non accenna a rallentare, l’aggiornamento deve riguardare innanzitutto chi è già inserito nel mondo del lavoro, in particolare i molti over ancora in servizio anche a causa dell’innalzamento dell’età pensionabile. L’obiettivo è metterli nelle condizioni non di subire i nuovi processi produttivi, ma di comprenderli e governarli con consapevolezza. È in questa prospettiva che Marchesini parla di un’occasione straordinaria per il Paese e per l’Europa, dove l’IA si configura come un autentico potenziatore.
Per non lasciare indietro nessuno, secondo Capone occorre attivare programmi mirati di sviluppo delle competenze e accompagnare gradualmente i lavoratori verso le nuove tecnologie. Consentire a tutti di conoscere e comprendere le applicazioni dell’intelligenza artificiale, aggiunge Pirulli, è l’unico modo per colmare il disallineamento tra lavoratori e management, soprattutto in vista di una piena attuazione del principio di partecipazione, che renda i lavoratori protagonisti effettivi del cambiamento. Il processo, tuttavia, deve essere governato attraverso una contrattazione di qualità, capace di generare vantaggi concreti, come ribadisce Marchesini.
In questo quadro, l’Europa sembra aver scelto di arbitrare una partita che non giocherà. Ma siamo davvero fuori dalla competizione? L’Unione europea e l’Italia devono costruire un proprio modello, senza limitarsi a imitare quello dei grandi competitor internazionali, come Stati Uniti e Cina. L’Italia, in particolare, è stato il primo Paese a recepire la normativa europea con una legge sull’intelligenza artificiale emanata la scorsa estate. Restano però steccati ideologici da superare. Per farlo servono più Stato e investimenti pubblici su larga scala, così da evitare di soccombere all’oligopolio dei grandi attori globali.
Resta comunque urgente governare la transizione. Per Bombardieri occorre concentrarsi su tre elementi fondamentali: la tutela dei diritti della persona e della privacy; la regolamentazione, attraverso la contrattazione, dell’applicazione dell’intelligenza artificiale nell’organizzazione del lavoro; la redistribuzione degli utili generati dalle nuove tecnologie, insieme a regole chiare e stringenti sugli algoritmi che gestiscono il lavoro. Inevitabile il richiamo ai procedimenti della Procura di Milano sui rider di Glovo-Foodinho e Deliveroo, che hanno alimentato anche il confronto tra Bombardieri e Capone sul contestato contratto Assodelivery–Ugl.
Per Sinopoli è anzitutto necessaria una lettura approfondita del processo in atto, insieme alla piena consapevolezza dei suoi presupposti. Governare l’intelligenza artificiale significa definire con precisione quale tecnologia rientri nel “brand IA” e promuovere un’azione sinergica tra governo e sindacati sul terreno della contrattazione. In questo contesto, il tema dell’orario di lavoro rappresenta uno snodo decisivo: se per Marchesini si prospetta una riduzione inevitabile, per Sinopoli il beneficio dipenderà esclusivamente dalle modalità di intervento su un processo che oggi sfugge in larga misura all’azione collettiva.
Resta infine la questione di come l’IA trasformerà concretamente le prestazioni lavorative. Le ricerche empiriche, osserva Sinopoli, indicano un aumento dei carichi di lavoro. I processi di digitalizzazione rendono certamente le attività più sicure, ma, paradossalmente, anche più gravose. Anche su questo terreno è necessario intervenire in sede contrattuale, chiarendo che puntare sull’accelerazione attraverso la deregolamentazione rappresenta un errore.
























