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Home - Blog - ‘’Sindrome 1933’’ ai giorni nostri

‘’Sindrome 1933’’ ai giorni nostri

di Giuliano Cazzola
12 Luglio 2019
in Blog
‘’Sindrome 1933’’ ai giorni nostri

Troveranno molto interessante la lettura di ‘’Sindrome 1933’’ di Siegmund Ginzberg (Feltrinelli)  tutti coloro che – al pari di chi scrive – ravvisano molte analogie tra l’attuale fase politica dell’Italia e dell’Europa  e quella intercorsa tra le due guerre mondiali della prima metà del secolo scorso. Il saggio di Ginzberg pur seguendo passo per passo la ‘’resistibile ascesa’’ di Adolf Hitler (il Nsdap aveva ottenuto 800mila voti nel 1928, 6,4 milioni nel 1930, 13,7 milioni  e 11,7 milioni nella due consultazioni politiche del 1932, 17,3 milioni nel 1933) non cade nella trappola  dei confronti avventati, ma non esita a sottolineare i leitmotiv  di oggi che fanno da eco, magari con meno fragore,  a quelli di ieri. ‘’ Da qualche tempo, non passa giorno – scrive – senza che le notizie mi diano una sgradevole sensazione di déjà vu. Leggo la stampa, vedo i telegiornali, faccio talvolta zapping nei talk show, ascolto quel che dice la gente al bar o sull’autobus, e ho l’impressione di aver già letto, già visto, già ascoltato. Ma in tutt’altra epoca e in un altro luogo’’.  Il saggio è un’accurata ricostruzione di come sia potuto accadere ( e di come abbiano potuto assicurare consenso anche spaventose atrocità)  che nella democratica Repubblica di Weimar – contraddistinta da una Costituzione avanzata, che ‘’ha fatto scuola’’ per  diverse leggi fondamentali (compresa quella italiana) adottate nel dopoguerra nell’Europa liberata – il  Partito nazista sia riuscito in pochi anni a salire al potere e trasformarsi un regime totalitario. ‘’Poi arrivò un partito – scrive Ginzberg – che sin dal nome tendeva a dichiararsi ‘’né di destra né di sinistra’’, ma ‘’del  popolo’’. Si dicevano allo stesso tempo ‘’nazionalisti’’ e ‘’socialisti’’, oltre che ‘’partito dei lavoratori’’. Beninteso dei ‘’lavoratori tedeschi’’ e basta’’. Forzando un po’ in direzione dell’attualità – prosegue l’autore –  si potrebbe dire che si presentavano allo stesso tempo come ‘’sovranisti’’ e ‘’populisti’’.  Tutti sottovalutarono Hitler e il suo partito. Kautsky (passato nella storiografia comunista con l’epiteto di ‘’rinnegato’’)  si diceva convinto che sarebbe durata poco la carnevalata: ‘’ degli imbecilli ignoranti che sanno solo travestirsi da cavalieri nordici’’.  Scriveva il ‘’Wortwars’’, organo dei socialdemocratici, la forza politica che era stata il perno della Repubblica di Weimar e che era stata in grado di portare in  piazza, a Berlino, 800mila manifestanti il giorno prima che Hitler, il 30 gennaio 1933, ricevesse, dal presidente Hindenburg, l’incarico di formare il governo:  ‘’La Germania non è l’Italia, Berlino non è Roma, Hitler non è Mussolini (questa considerazione, in senso inverso e a  pelosa difesa del Duce, l’abbiamo sentita  troppe volte, anche di recente, ndr). Sbaglia  di grosso – continuava – chi ritiene che qualcuno possa imporre un regime dittatoriale sulla nazione tedesca’’.  Tutto ciò premesso procediamo con  l’autore sul terreno insidioso delle analogie (senza la pretesa di esaurirle tutte).

L’antipolitica

‘’Trentaquattro partiti! I lavoratori hanno il loro partito. Ma non uno solo. Sarebbe troppo poco. Ne hanno tre, quattro’’. Ci fermiamo qui con la citazione  di ‘’uno dei numeri preferiti da Hitler nei comizi’’. Il sarcasmo provocava le risate dei presenti, i quali si scompisciavano in applausi quando l’oratore urlava. ‘’Il mio obiettivo è spazzare via questi trentaquattro partiti dalla Germania’’.  Poi aveva alimentato il qualunquismo il ricorso ai  linciaggi mediatici. ‘’Erano stati i giornali – scrive Ginzberg – a fomentare anno dopo anno l’avversione alla politica e ai politici, il disgusto per la democrazia parlamentare. Era stata la stampa – e non solo la stampa di destra – a inventare la leggenda della ‘’pugnalata alla schiena’’, ai danni di una Germania che avrebbe potuto vincere la Grande Guerra se non fosse stata tradita dall’interno, dagli ebrei in combutta con i loro correligionari dalla parte opposta del fronte…..dalla finanza internazionale a loro volta tutti ebrei o in combutta con gli ebrei’’.   Negli anni venti gli scandali che coinvolgevano uomini di affari e politici contendevano le prime pagine alla cronaca nera, ai delitti a sfondo sessuale. Il saggio ricorda il caso del presidente della Repubblica, il socialdemocratico Friedrich Ebert (morto assassinato), accusato da un giornalista di alto tradimento (per questo motivo querelato)  per aver appoggiato uno sciopero in una fabbrica di munizioni, nel 1918, sul finire della guerra. Il giornalista fu condannato per ingiuria, ma non per il reato di calunnia, perché il sostegno allo sciopero fu considerato dai giudici un ‘’tradimento’’. Il partito socialdemocratico non si riprese mai del tutto da ‘’quello tsumani di fango’’.  I giornali poi andavano a nozze, ed aumentavano le vendite, se gli scandali coinvolgevano qualche imprenditore o affarista ebreo. Un collega più anziano che rimproverava un collega giovane e rampante di non avere scrupoli si sentì rispondere: ‘’A cosa servono gli scrupoli? Gli scandali rendono di più’’. Il campione della campagna di odio era lo ‘’Strurmer’’ (La verità), nelle cui colonne si trovava già ‘’ tutta la contemporaneità degli insulti virali via social, delle fake news spacciate come rivelazioni, dell’odio apparentemente genuino e spontaneo, che poi in realtà è coltivato ad arte, dei troll che moltiplicano il messaggio’’.

La comunicazione

Alla fine i nazisti misero in riga tutti i giornali – tra i più diffusi e prestigiosi in Europa – con un mix di intimidazioni e di offerte economiche che gli editori non poterono rifiutare, anche perché alcuni dei più importanti di loro erano ebrei. Anche il gruppo editoriale di Hugenberg, il nazionalista primo alleato di Hitler, venne smembrato senza alcun riguardo.  I nazisti  capirono l’importanza delle nuove tecnologie di comunicazione. Non solo il cinema che divenne un incredibile strumento di propaganda, ma soprattutto la radio.’’Il colpo di genio fu l’accoppiata radio-altoparlanti, trasmissione a distanza più effetto stadio. Goebbels curava di persona la regia delle trasmissioni, si improvvisava cronista radiofonico’’. Già nel 1933 era disponibile un ricevitore radio economico, anche se solo nel 1939 il 70% delle famiglie tedesche possedevano una radio. Un decreto del febbraio del 1933 mise al bando le ‘’notizie scorrette’’. A decidere – more solito – era il ministro dell’Interno. A proposito del cinema il libro racconta che Goebbels – dopo aver visto il film M (Il mostro di Dusseldorf) – convocò il regista Fritz Lang per affidargli la direzione della cinematografia. Quando il regista, attonito, disse di essere ebreo, il gerarca gli risposte: ‘’Non scherziamo, Herr Lang.  Decidiamo noi chi è ebreo e chi non lo è’’.

La mistica del ‘’popolo’’

Scrive Ginzberg che la parola ‘’popolo’’ dilagava in tutte le combinazioni possibili: la festa del popolo, membro del popolo, compagno del popolo, comunità di popolo, vicino al popolo, persino nemico del popolo e parassita del popolo. Non si hanno notizie sull’esistenza di un avvocato del popolo. Appena giunti al governo i nazisti smantellarono tutte le istituzioni di assistenza e le sostituirono  con la Direzione per il benessere del popolo che gestiva pensioni, affitti, sussidi per la disoccupazione e l’invalidità, gli ospizi, i prestiti per le giovani coppie, il sostegno alle famiglie e l’assicurazione sanitaria. C’era anche un reddito di cittadinanza che spettava però solo ai cittadini di pura e comprovata razza ariana, di lingua e cultura tedesca, in regola con la cittadinanza e in stato di disoccupazione. I sussidi dovevano essere spesi solo in negozi tedeschi e per beni non voluttuari; gli uffici svolgevano anche la funzione del collocamento in lavori socialmente utili. Ad essere sinceri abbiamo sentito considerazioni analoghe anche in Italia. Nel nostro piccolo, siamo riusciti a non erogare il reddito di cittadinanza agli extracomunitari in condizione di povertà attraverso la richiesta di un  requisito decennale  di residenza e l’obbligo di documentare (in assenza dei decreti attuativi) la loro situazione patrimoniale in patria.

I minibot

Per finanziare il riarmo tedesco senza dare nell’occhio e violare gli accordi internazionali Hjlmar Schacht, presidente controverso della Reicksbank e soprannominato il Mefistofele di Hitler (il riferimento è al Faust di Goethe) inventò i Mefo, certificati di scambio con cui venivano pagate le commesse militari. I certificati erano garantiti dalla Banca centrale e potevano essere scontati presso tutte le banche. Godevano di un tasso di interesse superiore a quello delle obbligazioni commerciali (una caratteristica che manca ai minibot di Claudio Borghi). Se l’operazione fosse fallita si rischiava il crollo dell’intero sistema finanziario. Invece per qualche tempo  funzionò. Ma per mantenere le promesse (venne introdotta anche una sorta di quota 100) il governo aveva  una spesa superiore alle entrate e rischiava la bancarotta. Schacht fu costretto a mettere fine al sistema dei certificati Mefo e a ricorrere ai tradizionali Buoni del Tesoro di cui riuscì a piazzare tre tranche; la quarta andò deserta. Scrisse ad Hitler avvertendo che le finanze statali erano ormai fuori controllo. Ma il Fuhrer  pensava già alla guerra e non gli importava nulla di banali questioni di deficit.

Lo straniero

In uno spettacolo andato in scena in un cabaret di Berlino nel 1931 venne cantata una canzoncina destinata a diventare famosa: ‘’Se piove e se fa freddo/ se il telefono è occupato/ se la vasca da bagno perde/ se ti sbagliano la dichiarazione dei redditi/ è proprio tutta, ma tutta colpa degli ebrei!’’. E via di questo tono. Non fa venire in mente il coretto contro i napoletani che mettevano in fuga i cani e dovevano essere lavati dal Vesuvio? Nella persecuzione degli ebrei da parte del potere nazista non c’era solo un’ossessione antica di secoli, fatta di pregiudizi, pogrom, ghetti, torture e stragi. Ma c’era la necessità di individuare un nemico, straniero anche se tedesco da generazioni, perché diverso. Ordine e legalità.  ‘’Scomparvero da un giorno all’altro – scrive Ginzberg – dalle strade i suonatori ambulanti, i mendicanti, i raccoglitori di stracci. Alla gente non dispiaceva. I nazisti gli avevano tolto un fastidio. ‘’I nostri amici criminali – proclamò Goebbels – hanno preso nota che dal 1933 in Germania soffia un vento diverso, più fresco e più sano. Non ci sono più sentimentalismi nei nostri penitenziari e nelle nostre prigioni’’. Ma questi discorsi non si fanno, da noi, anche oggi? I nazisti non avevano complessi a passare per cattivi. Il buonismo fu bandito a furor di popolo.  Ma perché ce l’avevano tanto con gli ebrei? Ginzberg cita la spiegazione di uno scrittore di quei tempi, il quale sosteneva che gli antisemiti odiano gli ebrei perché invidiano la loro cultura, il loro benessere. ‘’L’invidia è una ragione sufficiente per odiare. L’invidioso si rode, non ammetterà mai di voler imitare l’oggetto della propria invidia. Anzi lo denigra, dice che gli fa ribrezzo, gli dà del ladro, del farabutto, dell’immorale se ha successo, del parassita se non ce l’ha, dell’essere spregevole in ogni caso’’.  Parliamo del 1933 o di una forza politica dei nostri tempi che un anno fa sembrava invincibile? Se ci pensate, gli ebrei sono sempre in agguato: anche se non vengono chiamati direttamente in causa, sono il sinonimo dei poteri forti, delle multinazionali in agguato, dei banchieri e degli speculatori che calpestano la sovranità popolare. Anzi, il loro disegno oggi è ancor più sottile e perverso. Si sono messi a finanziare l’invasione degli africani in Europa allo scopo di cacciare gli ariani (?) dai posti di lavori e sostituirli con lavoratori neri, senza diritti e senza pretese. E il trattato di Maastricht è come quello di Versailles: una pugnalata alle spalle ad opera di ‘’traditori’’ al soldo di potenze straniere e delle élites.  

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