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Home - Primo Piano - Storchi, ecco perché Federmeccanica ha voluto il “rinnovamento” del contratto nazionale

Storchi, ecco perché Federmeccanica ha voluto il “rinnovamento” del contratto nazionale

di Fernando Liuzzi
3 Marzo 2023
in La nota
Storchi rinuncia alla presidenza di Confindustria

“Passione e rinnovamento. Fabio Storchi è un uomo che si presenta con un aspetto austero, ma, per quel tanto che lo conosco, credo di poter dire che non sia certo privo di passione. E quanto al rinnovamento, ricordo ancora quando, fra il 2015 e il 2016, Storchi e Franchi andavano in giro per l’Italia dicendo che ciò che si doveva fare, anzi, ciò che si stava facendo, non era la trattativa per il rinnovo del Contratto dei metalmeccanici, ma quella per il suo rinnovamento.”

A parlare così è stato il Presidente del Cnel, Tiziano Treu. E lo ha fatto ieri, a Roma, aprendo la presentazione di un libro intitolato, appunto, La passione per il “rinnovamento”. Sottotitolo: I miei anni in Federmeccanica. Autori: Fabio Storchi, in collaborazione con Daniele Marini e Domenico Gribaudi.

Diciamo subito che Storchi, imprenditore metalmeccanico originario della provincia di Reggio Emilia, è stato presidente di Federmeccanica dal 2013 al 2017. E che in tale veste, assieme a Stefano Franchi – Direttore generale dell’associazione delle imprese del settore aderenti a Confindustria -, è stato uno dei protagonisti della trattativa ricordata da Treu. E diciamo subito anche che la presentazione di cui stiamo parlando, organizzata da Federmeccanica, ha visto sul palco degli oratori – moderati da Rita Querzé, apprezzata giornalista attiva sulle pagine di economia del Corriere della Sera – altri protagonisti o testimoni di quella stessa trattativa. Oltre a Storchi e Treu,  sindacalisti come Maurizio Landini e Rocco Palombella, all’epoca, rispettivamente, Segretari generali della Fiom-Cgil, l’uno, e della Uilm-Uil, l’altro, e Maurizio Stirpe, attualmente Vice Presidente di Confindustria con delega al Lavoro e alle Relazioni industriali.

Perché, dunque, tanti illustri personaggi riuniti per parlare delle premesse e dei risultati di una singola trattativa sindacale svoltasi qualche anno fa? Per rispondere a questa domanda sarà forse utile ricordare che quello di cui stiamo parlando è il secondo libro, presentato nel giro di meno di un mese, in cui si parla dell’accordo contrattuale firmato nel novembre del 2016. E se ne parla come di un accordo di svolta. Infatti, è particolarmente interessante notare che a convergere su alcune tesi di fondo sono due volumi che hanno origine, natura e struttura molto diverse.

Il primo è un ponderoso volume (916 pagine) di cui ci siamo già occupati sul Diario del lavoro. Ovvero, il Commentario al Contratto dei metalmeccanici del 2021, opera di un nutrito gruppo di esperti di diritto del lavoro, coordinati dal professor Vincenzo Bavaro, e pubblicato dalla casa editrice della Cgil (Futura, Roma 2023).

Il secondo, quello di cui stiamo parlando (Marsilio, Venezia 2022), è un volume assai più agile (144 pagine), e tuttavia capace di raccogliere gli interventi e i contributi di una dozzina di firme fra protagonisti e studiosi delle recenti vicende sindacali. Un volume il cui cuore, oltre alle pagine autobiografiche di Storchi e a un dialogo fra lo stesso Storchi e due studiosi come Daniele Marini e Domenico Gribaudi, è costituito da un ragionamento a più voci cui, oltre allo stesso Marini, e a Marco Bentivogli (quest’ultimo, nel 2016, Segretario generale della Fim-Cisl), hanno partecipato anche i già citati Franchi, Landini e Palombella.

Tutto ciò ricordato, possiamo chiederci: quali sono queste tesi di fondo che accomunano i due volumi? Una è quella espressa seccamente da Landini, nel confronto con gli altri protagonisti citati: “Il Contratto del 2021 è figlio del contratto del 2016”. E ciò nel senso che “ha portato a maturazione le innovazioni che lì si erano prodotte”, così come a “un rinnovato ruolo del sistema di relazioni”.

L’altra è che una molla decisiva della “svolta” compiuta con il Contratto del 2016 fu il rifiuto di proseguire sulla strada degli accordi separati. Una strada che, dopo le rotture dei primi anni 2000, e dopo il contratto unitario del 2008, era tornata ad allargare le distanze non solo tra Fiom, in quanto parte non firmataria, e Federmeccanica, ma anche tra Fiom, da un lato, e Fim e Uilm, dall’altro. Un rifiuto che non solo ha unito le tre sigle sindacali, ma proveniva, in modo convinto, anche e proprio dalla Federmeccanica.

Rita Querzé ha infatti ricordato che in un colloquio da lei avuto con Storchi in quel periodo, l’allora Presidente di Federmeccanica fu molto netto nell’esprimere la sua volontà di fare un accordo con tutti e tre i sindacati, e ciò per evitare poi divisioni fra i lavoratori con le prevedibili conseguenze negative sul clima interno ai luoghi di lavoro.

A monte di questo rifiuto, ecco l’origine del “rinnovamento”, stavano forse le nuove condizioni produttive imposte alle imprese, da un lato, da una fase più spinta dei processi di globalizzazione e, dall’altro, dall’innovazione tecnologica e, in quest’ambito, specie dall’innovazione digitale. La somma di questi due fattori ha determinato, nell’intuizione di Federmeccanica, l’esigenza di pervenire a un clima più collaborativo nei luoghi di lavoro. “In fabbrica non si fa innovazione se non c’è il contributo di tutti”, ha ricordato ieri Storchi. E di qui è forse nata anche l’idea di concepire la trattativa periodica per definire articolato e contenuti del contratto di categoria non come l’ennesima manifestazione di uno scontro, appunto periodico, fra le parti, ma come l’occasione per ridefinire, anzi per “rinnovare”, i ruoli reciproci.

E così, ecco delinearsi e affermarsi – via, via – i contenuti del nuovo scambio contrattuale. Dall’introduzione degli aumenti ex post del salario nominale (ancorché con tanto di clausola di salvaguardia), norma auspicata da Federmeccanica, all’introduzione del diritto soggettivo dei lavoratori alla formazione professionale, nonché di misure di welfare contrattuale anche nell’accordo nazionale e non solo negli accordi aziendali, come voluto dai sindacati. Fino alla grande novità realizzata col Contratto del 2021, e cioè alla profonda revisione di un assetto dell’inquadramento professionale che risaliva al Contratto del 1973. Revisione con cui si è passati dalla descrizione delle mansioni alla definizione dei ruoli dei lavoratori.

Nel dibattito di ieri è tra l’altro emerso un dettaglio storico, se così vogliamo chiamarlo, molto interessante. Palombella ha infatti ricordato che i dirigenti dei tre sindacati confederali della categoria, ovvero di Fim-Cisl. Fiom-Cgil e Uilm-Uil, si erano resi conto già nel 2015 che, a causa delle precedenti rotture, sarebbe stato pressoché impossibile elaborare una piattaforma unitaria. Si presentarono quindi all’avvio delle trattative con due piattaforme rivendicative diverse: una di Fim e Uilm, l’altra della Fiom. Ma la rigidità delle posizioni iniziali di Federmeccanica portò a un’interruzione della trattativa. Nel successivo confronto dei tre sindacati con i lavoratori, emerse così che  le preferenze dei metalmeccanici si stavano orientando in favore di una ripresa unitaria. Si può quindi quasi dire che la rigidità iniziale di Federmeccanica ha aiutato i sindacati ritrovare la via dell’unità.

@Fernando_Liuzzi

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