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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Tutti gli scogli che hanno affondato il Titanic a 5 stelle

Tutti gli scogli che hanno affondato il Titanic a 5 stelle

di Maurizio Ricci
28 Gennaio 2020
in Poveri e ricchi, Analisi

Stop. Pausa. Il passo di lato di Luigi Di Maio e lo squagliamento alle elezioni regionali di gennaio segnano un passaggio storico nella vita del Movimento 5 Stelle, rimasti, alla loro prima esperienza di governo, spiaggiati a Palazzo Chigi, mille miglia lontani dagli elettori. Il partito di maggioranza relativa del 2018 si è dissolto in meno di due anni. La democrazia italiana – come fece a suo tempo notare Beppe Grillo – deve, probabilmente, ringraziarlo per aver evitato che una massa di elettori arrabbiati, attirati dalla sua propaganda antipolitica, si allontanassero ancora di più dalla normalità costituzionale. Oggi, però, il Movimento rischia seriamente di sparire. Se le elezioni emiliane sono una guida, due terzi dei suoi elettori andranno a sinistra, un terzo a destra. Oppure, il Movimento può sopravvivere, dimagrito e purgato delle velleità millenaristiche. In ogni caso, è il momento giusto per un bilancio dell’esperienza – forse irripetibile – dello scontro fra il populismo vergine dei 5 Stelle (contrapposto a quello strumentale della Lega di Salvini) e la realtà della politica e del paese. È stato il tempo dell’arroganza (“abbiamo sconfitto la povertà”), ma, soprattutto, della subordinazione all’agenda di Matteo Salvini, cui risalgono i tratti (la linea anti-immigrati, la flat tax, quota 100, lo scontro con l’Europa) che, probabilmente, più hanno caratterizzato, nei fatti, il governo giallo-verde giugno 2018/ settembre 2019.

Ci sono, però, alcuni ostacoli su cui si è schiantata l’esperienza dei 5 Stelle che sono espressione genuina della loro specifica natura e delle loro specifiche contraddizioni. I soliti addetti ai lavori avevano avvertito per tempo che i grillini erano avviati a cocenti delusioni. Per una volta, hanno avuto ragione. I capitoli “non negoziabili” dell’agenda grillina, frutto, quasi sempre, della sommatoria di singole rivendicazioni locali, si sono tradotti in un vagare da un vicolo cieco all’altro. Eccoli, in ordine decrescente di irrealizzabilità.

TAP. La battaglia contro il gasdotto destinato a portare in Puglia il metano dell’Azerbaigian era visibilmente persa molto prima di cominciare. Si può discutere sulla spiaggia specificamente scelta per l’attracco o, in generale, sull’opportunità che l’Italia diventi un crocevia del gas per l’Europa. La Germania, tuttavia, con Nordstream2, molto sta sgomitando per conquistare questa posizione e, comunque, l’Italia non potrebbe vivere, oggi, senza metano. In ogni caso, con il bocchettone del gasdotto praticamente pronto dall’altra parte dell’Adriatico e gli appalti già assegnati, era evidente a chiunque volesse guardare che bloccare l’opera era un suicidio legale e finanziario. Infatti, va avanti.

TAV. In un’Europa sempre più votata al trasporto su ferro contro quello su strada, con il pieno appoggio del movimento ambientalista, la battaglia contro l’Alta Velocità Torino-Lione è apparsa da subito – qui come per la Tap – soprattutto un pegno da pagare ai militanti locali. Gli impegni internazionali erano, anche qui, stringenti, e il tentativo di dimostrare che i costi superavano i benefici, perché il treno avrebbe ridotto il numero dei tir e, dunque, i pedaggi autostradali ha finito per coprire di ridicolo anche chi ritiene che il futuro traffico ferroviario non giustificherà la spesa. Pure la Tav va avanti.

ILVA. La più grossa acciaieria d’Europa è anche una dimostrata minaccia alla salute della gente che, a Taranto, ci vive intorno. Ma non si possono reinventare, da un giorno all’altro, diecimila siderurgici in bagnini e togliere all’industria italiana una vitale fonte di rifornimento. Chiudere l’Ilva non si può, tenerla com’è neanche. L’unico modo di affrontare i problemi insolubili è con coraggio e gradualità. Nel primo caso, bisogna distinguere fra temerarietà e coraggio. Temerario è chi pensa di dimezzare l’impianto, amputando le fonti di profitto. Coraggioso è chi immagina riconversioni anche ardite (in Europa non si parla di altiforni all’idrogeno entro il 2030?). Nel secondo caso, bisogna riconoscere che le riconversioni, con impianti in funzione, richiedono tempo. Compito dell’attore pubblico è marcare da vicino i protagonisti per assicurarsi che le riconversioni vadano avanti nei modi e tempi previsti. Minacciare la galera a chi le gestisce fornisce solo utili scappatoie. Il dossier Ilva è ancora aperto, la fabbrica anche.

ALITALIA. Due anni fa, la compagnia aerea era sull’orlo di una liquidazione, con un taglio intorno al 40 per cento di voli e personale, e destinazione finale nelle capienti braccia della tedesca Lufthansa. Oggi, il suo futuro più probabile appare esattamente lo stesso. Nel frattempo, ci sono stati vaneggiamenti vari sulla necessità di avere una anacronistica compagnia di bandiera, il tentativo di tirare in mezzo Ferrovie, l’americana Delta e (qui è stata davvero sfortuna) gli stessi Benetton messi alla gogna e minacciati di un drastico taglio dei profitti per il ponte Morandi. L’improbabile compagnia non ha fatto molta strada, ma la vicenda è costata un altro mezzo miliardo di euro, in aggiunta ai 9 miliardi che Alitalia ha già pompato, in questi anni, dai salvataggi a carico delle casse pubbliche.

AUTOSTRADE. La tragedia del ponte Morandi richiedeva una risposta decisa. Probabilmente, a parte le conseguenze penali, in direzione di una riappropriazione dei poteri di controllo e verifica e di un drastico taglio degli extraprofitti che, in modo assai poco trasparente, i concessionari lucrano sui pedaggi. La strada più semplice ed efficace – direbbe qualsiasi manuale di economia capitalistica – è rendere effettivamente contendibili, e non assegnate in eterno, le concessioni. Sventolarne, prima dei processi, la revoca secca e immediata appare azzardato. Si attende, infatti, il parere degli avvocati.

DECRETO DIGNITA’. Il lascito più importante di Luigi Di Maio al ministero del Lavoro è un meritorio tentativo di mettere un freno al dilagare del lavoro precario. Il punto è che penalizzare il lavoro precario per incentivare quello a tempo indeterminato, in un momento in cui l’economia non si muove, è un po’ come spingere una corda: non succede niente. O, semplicemente, aumentano i licenziamenti. Per ora, i dati dicono che nel 2019 c’è stato un boom delle partite Iva e sono crollate le assunzioni a tempo e in somministrazione.

REDDITO DI CITTADINANZA. Il sussidio ha sicuramente aiutato molte famiglie in difficoltà, ma non ha funzionato come meccanismo di avviamento al lavoro. Il paradosso, per i 5 Stelle, è che questa bandiera, con cui soprattutto hanno voluto definire la loro identità, davanti all’elettorato meridionale, non ha elettoralmente funzionato affatto. Questo dice il precipitare ad un risultato ad una sola cifra nel voto in Calabria.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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