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Home - Approfondimenti - Analisi - Gli scenari che si aprono dopo la nascita della Cis

Gli scenari che si aprono dopo la nascita della Cis

16 Novembre 2006
in Analisi

di Pier Paolo Baretta, segretario generale aggiunto Cisl

Coesione o caos? Attorno a questo significativo quesito, che rende bene evidente il  dilemma che ci è posto dal rapido e tumultuoso espandersi della globalizzazione, si è sviluppato il senso del congresso mondiale dei sindacati tenutosi a Vienna nei giorni scorsi. Congresso costitutivo, in quanto ha radunato sotto una sola, nuova sigla le due principali centrali sopravissute alla storia gloriosa del “secolo breve”, alla guerra calda e a quella fredda, alle ideologie. Ma, per necessità, anche congresso di scioglimento, celebrato il  primo giorno, con sedute distinte, dalle due confederazioni, per poi accogliere, il mattino successivo, alla presenza del presidente della Repubblica austriaca e del segretario generale dell’Ilo, la proposta di fondazione del nuovo sindacato unitario.

Proposta formulata all’assemblea da Emilio Gabaglio, al quale era stato affidato il compito delicato di comporre le tessere di questo importante, ma difficile mosaico.  Tanto era chiaro lo spirito propositivo che animava i due sindacati in questo processo di unificazione, che il termine utilizzato per definire il compito ed il ruolo di Gabaglio è stato quello di “facilitatore”. Una definizione originale e rara nella nostra lingua corrente, ma, certamente, ben più esplicita ed indicativa di quella classica di “mediatore”.


Queste giornate di Vienna sono state, giustamente, definite storiche; ma sono state anche emozionanti e, in alcuni momenti, commoventi. Certamente coinvolgente è stato il momento dello scioglimento. Per quanto ci riguarda: la Cisl, nata a Londra nel 1949. A quel congresso di fondazione partecipò Giulio Pastore.
Vale la pena di ricordare che l’adesione alla Cisl internazionale fu oggetto di uno scontro politico e culturale drammatico nella nascente Cisl italiana. Una volta costituitasi, dopo la scissione, si pose per il nuovo sindacato italiano il problema della scelta di affiliazione internazionale. Nel pieno del clima post bellico e dello scontro ideologico si confrontarono dentro la Cisl due posizioni che finirono per affermare due concezioni del sindacato.
La prima posizione era fondata sul principio: “Il sindacato sarà socialista o non sarà”, che portò la Cgil ad aderire alla centrale sindacale dei Paesi comunisti, nata in seguito al Patto di Varsavia. La Cgil in seguito uscì dal blocco ed aderì alla Cisl internazionale. Va detto, che nel lacerante ma utile dibattito che si sviluppa sempre più frequentemente nel nostro Paese, relativo alla evoluzione delle posizioni interne alla sinistra nei confronti del progressivo sfacelo del blocco comunista, viene poco evidenziata questa scelta di campo che, sia pure con ritardo, la Cgil ha compiuto. Infatti non si è trattato di una presa di posizione verbale o documentale, sempre importante, ma di un atto, ben più significativo, di “disaffiliazione” da un mondo, per quanto decadente, e di “affiliazione” ad un altro, che viene, in quel momento, riconosciuto come proprio.


Ma, tornando al dibattito postbellico, alla prospettiva del sindacalismo socialista si contrappose quella del: “il sindacato sarà cristiano o non sarà”. Questa concezione  faceva riferimento alla gloriosa tradizione del sindacalismo bianco, delle leghe del primo Novecento, delle cooperative, del mutuo soccorso. Come era ovvio, trovò spazio nella Cisl. Si sviluppò uno scontro interno (che vide contrapposti Rapelli e Pastore), che a partire dalla scelta internazionale (aderire alla Confederazione internazionale dei sindacati liberi o alla confederazione cristiana?), toccò i temi della natura laica e non ideologica del sindacato.
Scontro duro, che durò fino a quando, a costo di una divisione ulteriore, dopo quella dalla Cgil, Pastore non troncò la discussione affermando, con straordinaria lungimiranza politica e, per quei tempi, coraggiosa autonomia culturale, che: “il sindacato o sarà del lavoratori o non sarà”. Non sfugge la importanza di quel dibattito e del suo esito per lo sviluppo successivo del sindacalismo italiano.
Nel corso dei decenni la Cisl internazionale si è affermata come la principale organizzazione sindacale mondiale. Il Patto di Varsavia si è sciolto e le appartenenze ideologiche si sono sfumate.


Dunque, a Vienna tutta questo esperienza storica, questo irrinunciabile bagaglio ideale si trasferisce in un nuovo soggetto sindacale mondiale. Alcuni critici hanno osservato che a Vienna si è dato vita al contenitore, mentre ancora ben lontano è il contenuto necessario ad affrontare le nuove sfide globali. È una critica per certi versi fondata. Peraltro, dare vita ad unico contenitore era lo scopo del congresso. In ogni caso è una critica ingenerosa. Non solo perché il valore simbolico ed operativo  della unificazione è già un contenuto, ma anche perché la carica emotiva che ha animato i delegati nella lunga mattinata di costituzione del nuovo sindacato rendeva palpabile il salto di qualità che in questa scelta è contenuto: una nuova idea dell’approccio globale. L’internazionalismo esce (vogliamo, più prudentemente, dire: può uscire?) dalla sfera esclusivamente romantico/solidarista ed entra nel vivo di una nuova strategia politica più  adatta a combattere le nuove disuguaglianze e favorire le nuove opportunità.


Forse, la critica di merito più seria che si può fare alla linea del nuovo gruppo dirigente, è quella di immaginare il sindacato mondiale come una grande lobby che agisce nel consesso globale, segnato da un mercato deregolarizzato e da itituzioni fragili ed inadeguate, che privilegia il dialogo istituzionale o che si muove come una grande Ong.  Ma il sindacato non può essere solo sovrastrutturale. Proprio la globalizzazione dimostra la necessità di intervenire nella struttura produttiva e nelle condizioni di lavoro. Non cado nella illusione ottica di pensare che la globalizzazione si governa, o il modello di sviluppo si cambia, “dal basso” e basta, ma nemmeno si può pensare che ciò avvenga solo “dall’alto”. Eppure, anche questo limite, rispetto ad una visione solo solidarista, è pur sempre una idea politica, che affronta direttamente il tema del ruolo del sindacato moderno e globale, segnando il salto di qualità insito nella scelta viennese. Fa da sponda, a queste riflessioni di merito, la stessa domanda dalla quale siamo partiti: “coesione o caos?”. Il quesito, infatti, è stato oggetto di una interessante tavola rotonda che ha visto il prezioso contributo del ministro dell’Economia della Germania, il quale ci ha detto come, pur in presenza della crisi degli Stati nazionali, vi sia uno spazio regolatore che ogni singolo Stato può perseguire, se si colloca all’interno di una visione comune del modello sociale che vogliamo realizzare.


Vienna, dunque, ha messo in moto un processo straordinario. 180 milioni di persone di tutto il mondo costituiscono la forza di consenso del nuovo sindacato. Non è poco! È una massa d’urto ed una diga che si sviluppa ovunque. I filmati che nel corso del congresso illustravano momenti ed episodi della vita sindacale nei diversi Paesi, l’intreccio tra le disperate condizioni dei lavoratori in molte parti del mondo e le sofisticate realizzazioni del mondo industriale, rendevano ben evidente sia la  straordinaria ramificazione del fenomeno sindacale, sia l’intreccio inesorabile che esso ha con la battaglia per la libertà e la democrazia.
Ora la sfida si trasferisce dal momento costitutivo di Vienna alla prassi del lavoro quotidiano di Bruxelles (sede del nuovo sindacato), alle scelte che ogni affiliato deve compiere. Anche in Europa. Tra qualche mese a Siviglia si terrà il congresso della Ces (la Confederazione europea dei sindacati). Sarà una occasione importantissima per contribuire, anche nel nostro continente, a questa nuova fase del sindacalismo.
Vi è, infatti, una domanda che ci portiamo a casa da Vienna e che coinvolge direttamente anche i sindacati nazionali, anche, ovviamente e particolarmente, quello italiano. Quali nuovi compiti spettano al sindacato italiano che è uno dei più potenti del mondo?
Non sfugge a nessuno come questa condizione di forza carichi di responsabilità il nostro sindacato (i nostri sindacati!) anche rispetto alla propria politica internazionale.


Vi sono responsabilità non delegabili che impegnano il sindacalismo italiano nella politica internazionale. Dall’assise di Vienna e in cammino verso Siviglia queste responsabilità vanno assunte in quanto prioritarie componenti strategiche del ruolo attivo e propositivo che siamo chiamati a svolgere sia dentro la Ces come nella  Cis.
Penso al ruolo dell’Europa e del sindacalismo europeo come soggetti del dialogo sociale. Il modello sociale Europeo resta, pur con i limiti evidenti che lo caratterizzano, il miglior modo in grado di tenere insieme competitività e coesione. Penso alla nuova centralità che il Mediterraneo è chiamato a svolgere nella ricerca di nuovi equilibri socioeconomici. La nostra posizione geografica favorisce la nostra presenza protagonista in questo snodo della politica internazionale. Penso alla pace, alla libertà e ai diritti come questioni decisive per il futuro globale. Sono temi trasversali alle singole situazioni locali. Penso alla gestione delle risorse fondamentali (acqua, energia, clima) per un futuro di sostenibilità ed, in tal senso, il rapporto con gli stakholders.
Non dimentichiamo, infine, che l’agenda sociale dei primi mesi del 2007 ci riserva, poco prima del congresso di Siviglia, un importante appuntamento che interagisce, volenti o nolenti, con la nostra attività internazionale e nazionale e che, pertanto, merita la nostra attenzione: il Forum mondiale di Nairobi.


Ma, torniamo, in conclusione, al nostro ruolo nel sindacalismo internazionale che ci colloca nei primi posti della graduatoria: siamo uno dei più potenti sindacati del mondo se ci presentiamo uniti! Non sfugge che questa constatazione non è neutra, ma pone all’ordine del giorno il tema dei rapporti tra le organizzazioni sindacali italiane. Nessuna fuga in avanti, nessuna nostalgia: l’unità sindacale non è all’orizzonte, il pluralismo resta un valore ed una risorsa. Eppure non sfuggiamo al fatto che non sono eludibili domande nuove rispetto al tema del futuro del sindacato italiano.
Lo scenario sovranazionale moderno, meno segnato dalle divisioni ideologiche, è, comprensibilmente, più agevole per i rapporti tra le organizzazioni sindacali italiane, che, comunque, sono molte e frantumate. Temi come la partecipazione dei lavoratori alla vita e alle scelte dell’impresa, la democrazia economica ed il sistema di governance, la responsabilità sociale delle imprese, trovano un terreno più unitario tra le confederazioni se si parte da Bruxelles che da…Mirafiori. Ma, in una prospettiva non lontana, lo stesso welfare e le tutele inerenti alla condizione e al mercato del lavoro avranno lo stesso destino.
E’ una riflessione inedita, che va affrontata senza retaggi storici. Superando, anche in questo caso, non la memoria della nostra storia, ma la sua proiezione ad oggi come metro di lettura di una epoca che è, ormai, del tutto nuova. Senza, cioè, restare prigionieri della “narrazione del Novecento”, come ha detto Massimo Cacciari, aprendo il recente convegno di Venezia sul futuro del lavoro.
Questo indissolubile legame che emerge ogni giorno di più tra il destino locale e quello globale è il segno distintivo della contemporaneità. Il congresso di Vienna ci ha richiamato a questa nuova visione e ci ha aperto una nuova strada di impegno.

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