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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - La guerra dei dazi non è una catastrofe per le imprese italiane. I dati di Bankitalia

La guerra dei dazi non è una catastrofe per le imprese italiane. I dati di Bankitalia

di Maurizio Ricci
2 Gennaio 2026
in Poveri e ricchi
Trump sospende per 90 giorni i dazi, l’Ue a sua volta si accoda. E le Borse riprendono il volo

Scomoda, sgradita, impegnativa, la guerra dei dazi di Trump non è però, a quanto pare, una catastrofe nazionale. Due diverse analisi della Banca d’Italia – fra sondaggi e proiezioni – giungono ad una conclusione che può essere riassunta con una parola di moda: resilienza. Ovvero, capacità di cavarsela. “Le aziende italiane – indicano i ricercatori di Bankitalia – si sono dimostrate moderatamente resilienti di fronte all’offensiva delle tariffe”. Prima di sventolare bandiera bianca, insomma, l’offensiva di Trump va inquadrata nel contesto internazionale dell’economia italiana.

Gli Usa sono, infatti, il nostro più importante mercato extra Ue, ma il punto è che la gran massa delle nostre esportazioni viene assorbita in Europa. In termini assoluti, dunque, il mercato americano rappresenta solo l’1,4 per cento del fatturato delle imprese italiane, una cifra consistente, ma non decisiva. In realtà, tuttavia, questa quota sale se non ci limitiamo a considerare solo le esportazioni dirette, ma allarghiamo il campo anche al nostro contributo alle catene di fornitura internazionali (pensiamo alla Germania) che sfociano in esportazioni sul mercato americano. Considerando anche queste esportazioni indirette, la quota di fatturato italiano legato a esportazioni verso gli Usa sale ad un più incisivo 3,2 per cento.

Avere un 3,2 per cento del fatturato esposto ai dazi di Trump non significa, però, perdere quel 3,2 per cento di fatturato. E, in effetti, a domanda, solo il 20-25 per cento delle aziende interessate dichiara di aver venduto meno nel 2025, rispetto al 2026 e, comunque in misura contenuta. Il motivo di questa resilienza è la natura delle esportazioni italiane. Secondo le classificazioni internazionali, oltre il 45 per cento dell’export italiano è in prodotti di alta qualità. Un altro 40 per cento abbondante è in prodotti di media qualità. Il risultato è che, anche se una buona metà dei prodotti italiani non è affatto esclusiva, ma si confronta, sul mercato americano, con produttori a stelle e strisce, la concorrenza non spaventa. Il made in Italy fa quasi sempre premio e le fasce di consumatori interessati, per lo più ad alto reddito, sono poco sensibili ad aumenti di prezzo.

La controprova la offrono i profitti. I ricercatori di Bankitalia osservano che le aziende italiane, sulle esportazioni negli Usa, registravano un margine di profitto, in media, del 10,1 per cento sul fatturato. Nonostante dazi del 15 per cento, per tre quarti degli esportatori il margine è sceso solo di tre decimali, al 9,8 per cento. Non propriamente un disastro, dunque.

Come è possibile? La logica di un inasprimento record dei dazi, saliti, per l’Europa, dal 2 al 15 per cento, è quella di tagliare le importazioni e/o lucrare sull’extracosto di un balzello per chi vuole sbarcare comunque sul mercato americano. A Trump non sembra riuscire, però, né l’una né l’altra cosa. Il disavanzo commerciale con il resto del mondo è aumentato, esportatori come quelli italiani non hanno, per lo più, ridotto le vendite né si sono sobbarcati il costo dei dazi. Solo un’azienda su quattro ha dichiarato alla Banca d’Italia, nell’ultimo trimestre, di voler aggiustare i prezzi alla frontiera, per assorbire il costo dei dazi, prima che i suoi prodotti raggiungano il consumatore americano. Che si tratti di un fenomeno marginale lo confermano i dati globali. I prezzi praticati dagli esportatori mondiali alla frontiera americana (prima cioè che si applichino i dazi) sarebbero dovuti scendere, per assorbire il peso successivo delle tariffe. Come continua a dire Trump: “i dazi li pagano gli stranieri”. Ma non sta andando così: i prezzi alla frontiera, pre-dazi, invece di scendere sono saliti dello 0,8 per cento.

Ovvero, i dazi li stanno pagando gli americani. Tuttavia, la resilienza dell’industria italiana all’offensiva di Trump non significa che abbiamo del tutto schivato il colpo e qualche difesa va, invece, approntata. Se tre quarti delle aziende esportatrici italiane se la cava con una scrollata di spalle, vuol dire che il peso maggiore si concentra sull’ultimo quarto. Quello che emerge dalle analisi della Banca d’Italia è, infatti, l’alto grado di concentrazione dei rischi legati ai dazi.

Attenzione, stiamo ancora parlando di rischi, non di perdite effettive. I conti di Bankitalia sono fatti sulla esposizione al rischio dazi, cioè sulla quota di fatturato oggi legata alle esportazioni verso gli Usa e, quindi, sottoposta, in teoria, alle tariffe di Trump. E’ un calcolo dell’impatto massimo potenziale. Cosa succeda effettivamente alle vendite (spesso dirottabili su altri mercati) lo sapremo solo più avanti. Intanto, sappiamo chi più è in ballo.

Il 25 per cento di tutta l’esposizione diretta verso gli Usa (ovvero delle esportazioni italiane sul mercato americano) è concentrata in 20 aziende. Con 1.000 aziende siamo al 75 per cento. La concentrazione si rispecchia a livello territoriale.  Su 600 zone industriali censite dalla banca d’Italia, in 13 la quota di fatturato che dipende dagli Usa arriva al 10 per cento.

Agordo, Belluno, Longarone, ad esempio. Nel distretto degli occhiali, la quota di fatturato che dipende dagli Usa è l’8 per cento, molto di più dell’1,4 per cento medio del paese. E gli occhiali, qui, rappresentano il 90 per cento di tutti i flussi commerciali. Simile la situazione nella Motor Valley emiliana. In alcune province, la quota di occupazione legata alle esportazioni verso gli Usa oscilla fra l’1 e il 3 per cento.

Stiamo sempre parlando di rischi, non di disastri in atto. E non una crisi generale, ma di una serie di campanelli d’allarme geograficamente distribuiti e circoscritti. In altre parole, è una chiamata al governo Meloni. La situazione è seria, ma è esattamente di quelle che la politica può e deve saper gestire.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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