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Home - Blog - L’Europa alla prova del voto

L’Europa alla prova del voto

di Paolo Pirani
20 Giugno 2017
in Blog

“La verità si ritrova sempre nella semplicità, mai nella confusione” ammoniva Isaac Newton. Una  frase che oggi, dopo le elezioni inglesi, convalida il detto che nessuno è profeta in casa propria. L’Europa di oggi è l’immagine della confusione, lontana mille miglia da quella semplicità che ti fa rimettere con i piedi per terra le questioni più importanti, quelle che conducono al futuro.

Per farlo, forse, dovremmo davvero tornare ai valori di fondo dell’idea di Europa. Valori che ci riportano assai indietro nel tempo, quando nel ’700 spiriti liberi della cultura di allora si riunivano attorno a Madame De Stael nel castello svizzero  di Coppet e vagheggiavano di un’Europa nella quale l’uguaglianza fosse un obiettivo di politica sociale e la crescita economica uno strumento di lotta alla povertà.

Per passare poi al Manifesto di Ventotene ed all’Europa pacifica e federale, un testo molto celebrato ma anche molto disatteso dalle politiche attuali dei Governi e dalle ambizioni risorgenti dei nazionalismi.

Del resto l’Europa del secolo scorso è riuscita a risorgere da due guerre devastanti e tremende puntando su assetti democratici, su scelte  sociali precise ed inclusive, con il supporto del piano Marshall che sanciva un legame fra le due sponde dell’Atlantico che andava oltre le convenienze della guerra fredda per assumere un ruolo propulsivo.  E’ l’Europa che ha creato benessere e progresso, l’Europa che ha spinto al tramonto le ultime vandee fasciste in Spagna, Portogallo, Grecia, che ha creato le condizioni per superare vecchie e più recenti divisioni fino alla riunificazione della Germania ed alla apertura ai Paesi dell’est tornati a vivere esperienze, sia pur faticosamente, di democrazia.

Dai valori originari, alla strada compiuta in questi decenni si può comprendere come sarebbe un errore fatale farci oggi guidare dalla confusione e da un ripiegamento generale del Vecchio continente su se stesso. E questo pericolo insidia non solo le forme della politica ma anche le rappresentanze sociali che mai come adesso dovrebbero essere in grado di sviluppare  una strategia capace di condizionare le scelte degli Stati.

Eppure ci sono le condizioni per ripartire. In Francia il populismo è stato battuto, in Gran Bretagna le posizioni che sostengono la Brexit hanno fatto passi indietro, May in testa. In Italia chi ha occhi per vedere si dovrebbe rendere conto che Italia first sarebbe un imbroglio che potremmo pagare a caro prezzo. Inoltre tengono alcune esperienze che hanno in sé tracce indiscutibili del riformismo socialista e che possono essere l’avvio di una diversa stagione delle sinistre in Europa.

Ed è ancor più importante recuperare un progetto europeo osservando il tempestoso scenario internazionale dove i giochi si fanno in assenza di un protagonismo dell’Unione europea. Non sarà comunque facile negoziare la Brexit anche con un governo inglese meno forte.  Certo si scontano errori del più vicino passato come l’atteggiamento verso il Medio Oriente ed il fiancheggiamento alla incerta e contraddittoria politica di Obama. E come l’oscillante rapporto con la Russia di Putin, per non parlare delle indecisioni o delle omissioni in materia di immigrazione.

Con l’avvento di Trump, inoltre, questa Europa è chiamata ad una serie di sfide che nelle condizioni attuali difficilmente appare in grado di sostenere. Di qui quello che, per ora, più che un convincimento appare una sorta di lamento non privo però di conseguenze problematiche. Il riferimento è alla frase della Merkel “ora dobbiamo fare da soli”.

Fare da soli che vuol dire? Colpisce il disinteresse per le possibili prospettive di questa dichiarazione da parte dei nostri politici che pure dovrebbero essere attenti agli equilibri che potranno profilarsi in Europa. Perché se fare da soli significa perpetuare l’egemonia tedesca con quel mix di rigore a senso unico, burocrazia, mantenimento dell’abnorme surplus tedesco, francamente c’è da temere non solo per la crescita di Paesi come il nostro ma anche per l’allargarsi delle diseguaglianze ovunque in Europa con il rischio di tensioni sociali fortissime.

Occorre invece focalizzarsi sui contenuti di questo probabilmente inevitabile “far da soli”. Partendo da cosa possiamo costruire insieme. Sapendo che abbiamo dei nodi da sciogliere insieme e delle opportunità da cogliere insieme. In primo luogo occorre pensare a ridurre il peso del clima di incertezza che grava sui nostri popoli dal punto di vista economico e sociale: rilanciare la domanda interna, riorganizzare le politiche di inclusione e di accoglienza tenendo conto del bisogno vero di sicurezza che esiste ed a cui va data risposta.

In secondo luogo ci svuole una maggiore coesione delle politiche economiche come da tempo chiede la Bce di Draghi che si appresta inevitabilmente a ridurre il ruolo di supplenza della politica monetaria rispetto a quella economica e del contenimento dei debiti sovrani.

Draghi non a caso ammonisce che finora l’inflazione segnala ancora una ripresa con molte ombre. Una ripresa che si nutre di prezzi di tariffe e degli andamenti di quelli del petrolio (probabilmente in fase ascensionale), ma che non vede la presenza di quella inflazione da salari che sola può ridare una spinta ai consumi in maniera durevole.

E questa claudicante ripresa, che si consolida ma non riesce a determinare migliori certezze per il futuro, trascina con sé quel grande problema della precarietà del lavoro che non è solo peculiarità italiana, come testimoniano i 6 milioni di minijobs tedeschi.

L’Europa che deve fare da sola, non può ignorare che deve fare e molto in questa direzione. Così come non si può assistere ad una evoluzione tecnologica ed infrastrutturale troppo diseguale e troppo disomogenea.

Verrebbe da dire che ci vorrebbe un nuovo piano Delhors dopo il fallimento prevedibile di quello propagandato da Junker. Il primo aveva un’anima, quella che teneva insieme lavoro e promozione sociale. Il secondo era solo un manifesto di grandi numeri senza il supporto di vere convinzioni.

In questo contesto come fanno le forze sindacali a rimanere alla finestra?  Intanto non possono accettare il “fare da soli” ad impronta tedesca, senza dover poi subire i contraccolpi delle politiche che quella frase sottintende.

In secondo luogo è chiaro che quella frase contiene una verità inoppugnabile: l’Europa per non franare deve andare avanti. E senza un’Europa sociale specialmente oggi non si va da nessuna parte. 

Deve essere chiaro allora che siamo di fronte ad un periodo dove anche le forze sindacali, più in generale quelle sociali, dovranno assumersi nuove responsabilità. Faremo sempre più fatica ad affrontare e risolvere i nostri problemi interni in assenza di questo nuovo impegno europeo. E ci sarà bisogno di attrezzarsi per essere all’altezza di questi più onerosi, ma fondamentali compiti che  non si possono eludere. E quindi siamo costretti a dotarci di strategie aggiornate e comuni, di scelte in grado di confrontarsi con i Governi e con l’Unione Europea ma anche con le rappresentanze imprenditoriali in modo del tutto nuovo e più incisivo che nel passato. Fare da soli, insomma, significa ancora una volta saper cambiare per non rischiare di essere cambiati. 

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Paolo Pirani

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