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Home - Approfondimenti - Interviste - Anelli, 9 miliardi sono insufficienti. Il sistema a colori ha funzionato solo nelle zone rosse

Anelli, 9 miliardi sono insufficienti. Il sistema a colori ha funzionato solo nelle zone rosse

di Tommaso Nutarelli
18 Dicembre 2020
in Interviste
Anelli, 9 miliardi sono insufficienti. Il sistema a colori ha funzionato solo nelle zone rosse

Per Il presidente di FNOMCeO, la Federazione nazionale dell’ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri, Filippo Anelli, le esigue risorse presenti nel Recovery Plan potrebbe essere un segnale che si prenderanno i soldi del Mes, ma rimane sempre il veto dei 5 Stelle. Intanto, afferma Anelli, le criticità su cui intervenire sono molte, dalle infrastrutture alla medicina territoriale. Il Titolo V va riformato nuovamente. Senza restrizioni più severe una terza ondata è inevitabile e non si potrà tornare a scuola in presenza. Gennaio e febbraio saranno mesi durissimi

Presidente Anelli, il governo ha destinato, nella bozza del Recovery Plan, 9 miliardi al capitolo sanità. Sono sufficienti?

I nove miliardi non sono affatto sufficienti. Non si tratta semplicemente di accaparrare maggiori risorse, ma di riformare, dalle fondamenta, il sistema sanitario. Veniamo da vent’anni di tagli e di diseguaglianze territoriali profonde. Tutto questo non è accettabile. La riforma della sanità è un dovere, richiamato dall’articolo 2 della Costituzione, che sancisce il diritto alla solidarietà, e dall’articolo 32, che contempla la tutela della salute per ogni cittadino.

Che cosa serve secondo lei?

Serve un piano di rilancio di ampio respiro. La situazione del nostro paese è estremamente complicata rispetto, ad esempio, alla Germania, dove si spende il 9% del Pil per la sanità, mentre da qui siamo al di sotto del 7%. E soprattutto abbiamo un numero di morti che non è accettabile.

In questi mesi si è enfatizzato molto il ruolo e l’importanza della sanità. Un tema ribadito anche nella bozza, accanto alle difficoltà e le lacune del sistema sanitario, che la pandemia ha accentuato. Perché, alla fine, solo 9 miliardi vengono riservati a questo capitolo di spesa?

Ci sono due aspetti da considerare. Il ministro Speranza ha detto che i 9 miliardi potranno essere portati a 20-25, reperendo risorse da altre braccia del Recovery Plan, legate al tema della digitalizzazione. Sempre nelle intenzioni del ministro c’è la volontà di realizzare un piano pluriennale di rilancio della sanità, che potrebbe coinvolgere 60 miliardi. Il secondo è relativo all’ipotesi che, alla fine, si prenderanno le risorse del Mes. Certo permane sempre l’ostracismo dei 5 Stelle su questo punto. Va comunque riconosciuto a questo governo il merito di avere investito lo scorso anno 4 miliardi nel fondo del sistema sanitario, che poi dovevano essere portati a 10. Ovviamente la pandemia ha sparigliato tutte le carte.

Quali sono le priorità della nostra sanità?

Prima di tutto non è solo importante la quantità di risorse, ma anche come vengono spese. Un ammodernamento delle infrastrutture è imprescindibile. Molti ospedali risalgono alla seconda metà del secolo scorso, e alcuni sono ancora più datati. Questo impedisce un’adeguata assistenza alle persone, e genera molti problemi sul fronte della sicurezza. In nosocomi vetusti difficilmente si riesce a garantire una corretta separazione tra area covid e zona pulita.

Un limite, evidenziato dalla pandemia, è l’organizzazione della medicina territoriale. Come va ristrutturata?

Sul territorio abbiamo un modello che è fermo agli anni ’50, con la figura del medico condotto che si occupava un po’ di tutto. Naturalmente questa impostazione non è vincente, e non possiamo pensare che i medici di famiglia possano, da soli, assistere un paziente covid. Quello che secondo noi serve è una rete territoriale animata da molteplici professionalità, che devono seguire i pazienti, evitando, magari, di andare sempre al secondo livello, ossia alle specializzazioni.

Altro tema è la mancanza di personale, tanto che in molti casi si è parlato di una vera e propria chiamata alle armi per far fronte a questa crisi. Quali errori si sono commessi?

Il personale per molto tempo è stato visto come un costo da tagliare e non come un investimento. Con il covid ci siamo trovati in una penuria terribile di anestesisti. Ora un macchinario lo si può comprare, non un anestesista. In questo senso non c’è stata nessun tipo di programmazione, come non si è vista per la formazione. Su 9mila laureati all’anno in medicina, le borse di specializzazione disponibili sono 6mila. Questo genera un imbuto che taglia fuori 3mila medici, che non sanno cosa fare e magari se ne vanno all’estero.

FONMOCeO ha proposto la creazione di un fondo per contrastare la frammentazione territoriale della sanità. Perché?

Perché la frammentazione della sanità in venti sistemi diversi è un grande ostacolo al diritto alla solidarietà e alla salute. Da quando è stato riformato il Titolo V, le regioni non hanno saputo far fronte a questi due diritti. Non è ammissibile il fatto che chi è nato in Calabria abbia un accesso e una qualità delle cure infinitamente inferiore a un veneto. Serve uniformità su tutto il territorio nazionale.

Dunque ritiene necessaria una nuova rifomra del Titolo V?

Va approntata un’analisi del Titolo V e poi una sua riforma.

Nelle settimane scorse lei è stato portavoce di una linea molto rigorista, che chiedeva, sostanzialmente, un lockdown generalizzato. Poi è stata introdotta la classificazione a colori, a seconda dei diversi livelli di rischio. Secondo lei ha funzionato?

No, o meglio ha funzionato unicamente il colore rosso. I dati dimostrano che nelle zone con maggiori restrizioni la curva del contagio ha subito una flessione più significativa rispetto alle aree gialle o arancioni. Quindi ribadisco la posizione che tutta l’Italia doveva essere rossa.

Dunque immagino che le restrizioni che il governo dovrebbe approntare per il periodo natalizio non la soddisfino.

Credo, viste le condizioni, che una terza ondata sia inevitabile. Inoltre tra gennaio e febbraio avremo anche il picco dell’influenza, che in combinato con il covid comporterà una pressione notevolissima sul tessuto sanitario. Inoltre non dobbiamo dimenticarci dei malati oncologici, di chi ha patologie croniche. Anche loro devo poter accedere alle cure. Le restrizioni servono per tutelare anche loro e per non mettere medici e infermieri nella condizione terribile di scegliere chi salvare.

Si potrà ritornare a scuola il 7 gennaio?

Lo si potrà fare con una chiusura totale, altrimenti è molto difficile. Il problema non è la scuola, dove ci sono protocolli rigidi e funzionanti, ma tutto il resto. Se si allentasse la pressione sul trasporto pubblico, se si riducessero le possibilità di interazione fuori dall’ambiente scolastico, allora ritengo che un ritorno in presenza possa essere fattibile.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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