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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - E la chiamano estate

E la chiamano estate

di Tommaso Nutarelli
31 Luglio 2020
in L'Editoriale

Sarà un’estate anomala, una sorta di intervallo tra un primo e un secondo tempo all’insegna dell’incertezza. Difficile prevedere quello che potrà accadere in autunno. Certamente i timori sono molti. Timori che accompagnano la tenuta economica e sociale, di fronte a una possibile recrudescenza della pandemia. Guardandoci indietro, ci auguriamo di esserci lasciati alle spalle un primo tempo che ha messo in luce tutte le debolezze e la fragilità del nostro sistema paese. Sono stati giorni dolorosi, scanditi dai funesti bollettini della Protezione civile. Giorni in cui ci siamo affidati a medici e infermieri affinché trovassero il modo di arginare il male che ci aveva colto impreparati. Proprio nella sanità sono emersi, in tutta la loro tragica forza, gli effetti di una politica che per anni ha azzoppato la capacità di risposta del Servizio Sanitario Nazionale, attraverso tagli in termini di risorse e di personale, alimentando un sistema che ha preferito una concorrenzialità tra pubblico e privato, piuttosto che una complementarietà.

Anche il mondo della scuola si è dovuto adeguare alla nuova realtà imposta dal virus, ed e’ stata bistrattata al pari della sanità. La didattica a distanza ha palesato la poca propensione al digitale del sistema scolastico, accentuando il divario tra le famiglie con maggiori possibilità materiali e sociali e quelle con meno. La politica ha dimostrato scarsa attenzione per il futuro della scuola, che tra alunni, insegnati e personale ATA coinvolge 10 milioni di persone. Settembre è dietro l’angolo, e le generiche linee guida del ministero dell’Istruzione non hanno dissipato i dubbi sui comportamenti da seguire per la riapertura. Una scuola che sconta anche un’edilizia ormai obsoleta, poco adatta alle norme di sicurezza e distanziamento vigenti. Sarà sicuramente un banco di prova molto importante, ma il rischio di essere “bocciati” è dietro l’angolo.

Il lockdown ha poi rappresentato un durissimo test per la resilienza dell’economia e del mercato del lavoro. Se guardiamo ai numeri, le ultime stime parlano di un calo del Pil tra il 9 e il 12%. Cifre che potrebbero subire un peggioramento in caso di nuove restrizioni. Da febbraio il numero degli occupati è sceso di 600mila unità, soprattutto tra donne e giovani, con un incremento degli inattivi di oltre 700mila persone. Nei singoli settori la pandemia ha colpito altrettanto duramente, anche se con intensità diverse. L’industria ha registrato, nel mese di aprile, un tracollo nella produzione del 54%, per poi rimbalzare nel mese di maggio. Altro settore messo in ginocchio è stato quello dell’auto che, nei mesi in cui le misure di restrizione sono state più dure, ha visto un azzeramento delle immatricolazioni. Notte fonda per il turismo e i consumi, con il primo che potrebbe chiudere l’anno con una perdita del fatturato del 70%, a causa del mancato afflusso dei turisti stranieri, e una potenziale scomparsa di migliaia di posti di lavoro, e il secondo che a maggio ha segnato una contrazione del 30%. Si iniziano a registrare piccoli segnali di ripresa, di un cambio di tendenza, anche se è troppo presto per dire se la strada intrapresa sia quella giusta.

La pandemia ha obbligato a cambiamenti radicali, non solo nelle nostre singole vite, che difficilmente potranno essere accantonati una volta superata l’eccezionalità del momento. Lo smart working si è imposto con forza, anche in settori, come quello pubblico, che in passato ne erano stati toccati minimamente. Una modalità inizialmente dettata dalle circostanze, per far fronte al contagio e al distanziamento sociale, e che sta diventando sempre più strutturale. Si tratta ora di capire in che modo rendere questa nuova forma di lavoro effettivamente smart, trasformandola in un’opportunità e in un volano per l’incremento della produttività, superando la semplice trasposizione del lavoro svolto in ufficio a casa. C’è, inoltre, da definire una sua più precisa regolamentazione, attraverso la contrattazione e la legge.

Il coronavirus ci ha gettati dunque in una crisi senza precedenti, la peggiore dal secondo dopoguerra, solo lontanamente paragonabile a quelle del 2008 e del 2011. Un’emergenza che il governo sta cercando di tamponare attraverso una continua proroga della Cassa integrazione, accompagnata dalle critiche per i ritardi nell’erogazione o per essere finita ad aziende che non hanno riscontrato un reale calo del fatturato, e un blocco dei licenziamenti fino a fine anno. In vista della ripartenza è stata istituita la task force guidata da Vittorio Colao, esaltato e lodato dal premier Conte, salvo poi mettere in scena una timida accoglienza una volta presentato il piano, una sorta di menù dal quale scegliere tra le oltre cento proposte per rimettere in moto il paese. Certamente un documento non rivoluzionario, ma neanche così malvagio in alcuni passaggi.  Abbiamo poi assistito agli Stati Generali dell’Economia, la kermesse di Villa Pamphilj voluta con forza sempre da Conte, alla quale il presidente del Consiglio ha invitato la presidente della Bce, Christine Lagarde, e della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, le parti sociali e “singole menti brillanti”. Le opposizioni hanno declinato l’invito, ritenendo l’evento un’inutile passerella.

E se, secondo la cronologia imposta dalla pandemia, ci troviamo oggi con i piedi nella fase 3, quella della rinascita e della ripresa, è il momento di attuare quelle riforme indispensabili per sanare le pecche storiche dell’Italia. Le risorse ci sono, come mai prima d’ora. Dall’Europa sono in arrivo 209 miliardi, 40 in più rispetto ai 170 della prima stesura del Recovery Fund. Ora bisogna saperli spendere nel modo più appropriato, operazione nella quale l’Italia non ha mai eccelso. Si tratta dunque di dare concretezza e contenuti a quel nuovo patto sociale, indispensabile per disinnescare la miccia della pandemia sociale. Il pericolo che la nostra comunità sta correndo non è di poco conto. L’accrescimento delle diseguaglianze, una perdita massiccia di posti di lavoro, una volta finita la droga del blocco dei licenziamenti, un crescente divario tra zone ricche e meno ricche, sono scenari più che probabili. Le contingenze ci impongono di riscrivere una nuova pagina della storia presente e futura del paese. Un compito di certo non facile, che richiede una visione ampia e lungimirante, nel quale sindacati e imprese possono dare un contributo significativo.

La nuova Confindustria, targata Carlo Bonomi, ha assunto, sin dall’inizio, un atteggiamento muscolare nei confronti delle controparti e del governo. A quest’ultimo ha imputato, a più riprese, una lentezza decisionale e scelte in materia di economia e lavoro più nocive della pandemia stessa. Il nuovo modello pensato dal neo presidente si può riassumere nell’espressione “democrazia negoziale”. Forse una formula nuova per indicare la concertazione triangolare che portò all’accordo interconfederale del 1993? Il punto è capire in che modo il confronto tra la nuova Confindustria, Cgil, Cisl e Uil e Governo potrà svilupparsi. Bonomi ha denunciato un impiego estremamente assistenzialista delle risorse, con scarsa attenzione alle politiche attive. Anche sul versante contrattuale, il numero uno degli industriali ha più volte messo in discussione la centralità rivestita, per i sindacati, dal contratto nazionale, spostando sul lato aziendale la definizione dei livelli salariali, da ancorare a una produttività che continua a rimanere un miraggio per le nostre imprese.

Dal canto loro Cgil, Cisl e Uil hanno più volte chiesto all’esecutivo un pieno coinvolgimento nel mettere a frutto i denari provenienti da Bruxelles e ridisegnare gli assetti futuri del paese. In quest’ottica, si sono aperti i tavoli che dovrebbero portare a una riforma degli ammortizzatori sociali e delle pensioni, i cui esiti sono ancora tutti da definire. Con Confindustria non mancano, di certo, gli elementi per il confronto. C’è, in sospeso, il Patto per la Fabbrica, che potrebbe trasformarsi in un Patto per il Paese, che attende di essere attuato, così come è ancora aperto il capitolo sulla misurazione della rappresentanza. Quel che è certo è che il covid ha agito come un acceleratore dei processi già in atto nel mondo del lavoro, e tutto questo richiede strumenti innovativi. La vera sfida si giocherà sulle competenze, sulla capacità di lavoratori e imprese di aggiornarle e rimodularle, attraverso percorsi di formazione continua.

E la chiamano estate, cantava Bruno Martino nel 1965. Oggi è difficile dare persino un nome alle stagioni, complici il covid e un clima che abbiamo reso estremamente mutevole. Non ci sono più le mezze stagioni ripeteva sconsolato il Trio Marchesini, Solenghi, Lopez. Le certezze si contano sulla punta delle dita. Una delle poche è che sarà la prima estate con lo stato di emergenza. Forse in autunno, senza i miraggi della canicola estiva, sapremo un po’ meglio che paese vorremo essere. O almeno la speranza è questa.

Tommaso Nutarelli

 

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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