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Home - Rubriche - Giochi di potere - Meloni, l’underdog dal consenso inossidabile ottenuto rinnegando sé stessa

Meloni, l’underdog dal consenso inossidabile ottenuto rinnegando sé stessa

di Alberto Gentili
13 Ottobre 2025
in Giochi di potere
Meloni, l’underdog dal consenso inossidabile ottenuto rinnegando sé stessa

GIORGIA MELONI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Giorgia Meloni deve avere sua una buona stella. Tanto buona da farle conservare un ampio consenso nonostante le mille promesse non mantenute, la mancanza di ricette per rilanciare l’economia e un malessere sociale montante. Le strade e le piazze stracolme di gente indignata per come la premier, a rimorchio di Donald Trump, ha gestito la questione palestinese prima che arrivasse l’agognata tregua (è presto per parlare di pace: sarebbe un azzardo) dovrebbero far pensare che il Paese è in rivolta e scalpita per mandare a casa il governo dopo tre anni di sostanziale galleggiamento. Tanto più che, come insegna la storia patria, dopo tre anni qualsiasi esecutivo paga un prezzo in termini di consenso e monta il malcontento nell’opinione pubblica.

È sempre stato così. Archiviata la luna di miele con il Paese, i governi arrancano, l’indice di popolarità crolla, esplodono i maldipancia. È accaduto a Silvio Berlusconi, che pure il consenso sapeva conquistarlo con la seduzione e le trovate a effetto. È successo lo stesso a Romano Prodi, Matteo Renzi, Mario Draghi. Alle speranze che ne avevano accompagnato l’avvento, sono sempre seguite le disillusioni. E l’eclissi della popolarità.

Perciò, mettendo insieme le piazze stracolme, le promesse disattese, il difficile quadro economico e sociale con la produzione industriale al palo, il crollo del potere d’acquisto e i danni prodotti dai dazi imposti dal suo amico Trump, ci sarebbe da aspettarsi una Meloni decotta. Invece, in base all’ultima Supermedia di YouTrend, Fratelli d’Italia veleggia attorno al 30% dei voti, oltre 4 punti in più del 2022 quando l’underdog della Garbatella espugnò palazzo Chigi con il 25,9%. Non solo. La crescita dei Fratelli sta trainando tutto il centrodestra che si attesterebbe, sempre secondo YouTrend, intorno al 48%, a un passo dalla maggioranza assoluta.

Ciò che accade, si diceva, non ha precedenti. Perfino un premier popolare e super partes come Draghi dopo qualche mese vide assottigliarsi la propria popolarità. E allora perché Meloni invece non subisce il logoramento? Perché non paga il prezzo delle riforme promesse e non realizzate? Per quale ragione gli italiani la premiano, anche se non è riuscita neppure a fermare l’immigrazione clandestina e sta buttando decine di miliardi pubblici nei centri-farsa in Albania? Tanto più che mentre gli stipendi rimangono bassi, l’occupazione cresce solo tra gli over cinquanta e anche la prossima legge di bilancio sarà senza anima e senza spinte per la crescita, il solo merito di Meloni è quello di aver rispettato i parametri contabili europei. Quelli che quando era all’opposizione Giorgia voleva bruciare con il napalm.

Una spiegazione, come ha scritto Ugo Magri su Huffpost, arriva da un’analisi dell’Handelsblatt, il principale quotidiano economico tedesco, che sviluppa questa tesi: contro ogni aspettativa, la premier si è moderata. Da minaccia populista qual era agli esordi, oggi incarna una forza conservatrice. Non ha rimesso in piedi il fascismo, non ha nemmeno sfasciato l’Europa come si temeva e, pur senza rinunciare agli eccessi verbali, ha costruito il proprio capitale politico sulla prudenza. Sul non fare passi più lunghi della gamba. Addirittura, esagerando, Handelsblatt paragona Meloni alla Merkel, sostiene che abbia tratti di equilibrio comuni all’ex cancelliera. Un prodigio di pragmatismo.

Ecco perché in barba al temperamento battagliero, alla divisione costante del Paese tra “noi” e “voi”, Meloni riesce a rasserenare la parte maggioritaria del Paese. Quella che ama il quieto vivere, rifugge le avventure, pensa agli affari suoi, se ne infischia della solidarietà sociale e dell’attenzione agli ultimi. Soprattutto, ragiona con la pancia ed è avvinghiata ai propri piccoli privilegi. Tant’è, che il blocco sociale che l’ha portata a palazzo Chigi è rimasto immutato. Anzi, si è rafforzato. Se poi a tutto questo si aggiunge la latitanza di un’alternativa credibile di governo, il quadro è ancora più chiaro. E c’è da temere che per Meloni nel 2027 si apriranno le porte del bis e poi, due anni dopo, quelle del Quirinale.

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Giornalista

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