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Home - Approfondimenti - Analisi - Debiti da cancellare e tasse da mettere

Debiti da cancellare e tasse da mettere

di Marco Cianca
22 Aprile 2021
in Analisi
Debiti da cancellare e tasse da mettere

Debito e Credito sono figli di Prestito. Il primo scialacqua, per necessità o per vizio, il secondo cerca di recuperare il capitale. La sorella cattiva, Usura, non si accontenta mai e mette sempre più in difficoltà il fratello spendaccione. Il quale, con le spalle al muro, ha solo due alternative: suicidarsi o morire di fame. Il padre, conscio che rischia di perdere tutto, convoca i tre giovani e comunica di voler cambiare nome, rinunciando a ogni pretesa. “Chi dà -spiega agli attoniti rampolli- vuole dire che se lo può permettere. E per vivere non ha bisogno di pretendere nessuna restituzione”. Prestito diviene così Donazione. L’altare del dio Denaro viene distrutto a martellate, sostituito da quello della dea Solidarietà. E l’armonia torna nella casa, consentendo di riprendere il cammino senza ripetere gli errori del passato, forti dell’esperienza vissuta.

Una stupida favoletta che però serve a rendere l’idea della situazione nella quale siamo. Solo nel 2020 il rapporto a livello mondiale tra debito pubblico e Pil è arrivato al 101,5 per cento. Un ulteriore, enorme macigno che va ad aggiungersi ai massi già accumulati dal fiume in piena che ha accelerato la sua furia dopo la crisi finanziaria del 2008. Tanto che il debito complessivo globale, pubblico e privato, viene calcolato al 355 per cento del prodotto lordo, pari a 281 mila miliardi di dollari. Cifre da capogiro.

In Italia siamo abituati ad un livello di vita superiore alle disponibilità, tanto che ora stiamo viaggiando ad una proporzione intorno al 160 per cento. In pratica spendiamo quello che sulla carta è già impegnato. Siamo maestri del funambolismo con il portafoglio vuoto. Ma quando è l’intero pianeta ad avere i bilanci in rosso, potremmo dire con cinismo, se la situazione non fosse tragica, mal comune mezzo gaudio.

Una frase inaccettabile, certo. Però la pandemia ha sovvertito ogni parametro, rendendo ridicole le considerazioni valoriali, in specie di origine protestante, legate alla presunta immoralità degli spendaccioni. Non ci sono più probe formiche e allegre cicale. È tutta l’umanità ad essere messa di fronte ad una situazione che non ha precedenti nemmeno nello sforzo della ricostruzione post-bellica. I governi, tutti i governi, debbono far fronte ad una doppia, colossale sfida: finanziare la sanità pubblica (almeno in questo noi siamo all’avanguardia) per curare e vaccinare la popolazione, dall’altra fronteggiare la recessione aiutando le categorie più colpite dalla crisi.

Ecco che il denaro a disposizione nelle casse statali non basta più a nessuna nazione. E allora si accumulano debiti Ma come si fa quando i debitori, gli Stati, e i creditori, le banche centrali, alla fine sono la stessa cosa? Il possibile fallimento travolgerebbe entrambe le istituzioni, con conseguenze inimmaginabili. Come se l’intero mondo fosse diventato una repubblica di Weimar destinata ad essere inghiottita dal buco nero dell’insolvibilità. La differenza, in positivo, è che non c’è inflazione, almeno per il momento, anche se un pizzico non guasterebbe, e le monete risultano ancora solide, l’euro ancor più del dollaro.

Mario Draghi distingue tra debito buono e debito cattivo. Il primo aiuta la ripresa e contiene già in sé i semi per essere ripagato, il secondo ha i connotati del clientelismo e della ricerca di consenso ed è sterile, una cambiale emessa alle spalle delle generazioni future sapendo che non potrà essere onorata. La differenza, a livello teorico, appare corretta ma poi nei fatti risulta complicato separare il grano dal loglio. Soprattutto in una fase emergenziale che esige interventi a getto continuo.

Lo stesso Fondo monetario internazionale mette in guardia dalla trappola del debito e in un apposito seminario del 6 aprile ha concluso che solo la cooperazione globale può evitare il crollo dell’intero sistema. “Dobbiamo esaminare tutti gli strumenti a nostra disposizione. Serve un’azione tempestiva”, ammonisce Kristalina Georgieva, che dell’Fmi è amministratore delegato. Vera Songwe, sottosegretario delle Nazioni Unite, invita a concentrarsi sui Paesi più vulnerabili, per i quali, afferma, “la vera trappola, raddoppiata, è quella della povertà”.

Metà dell’Africa è vicina ad un collasso dal quale non riuscirebbe più ad uscire. In Tanzania mancano acqua e medicine mentre il governo è costretto a versare trecento milioni di dollari l’anno ai creditori. In tale devastante contesto, cresce la spinta ad un condono. Già un anno fa G20, Fmi, Banca Mondiale e Club di Parigi avevano fatto un primo passo in questa direzione. Ora la sospensione del pagamento degli interessi per le 73 nazioni più indigenti (1,7 miliardi di persone) è stata prolungata fino a dicembre di quest’anno.

Ma non basta. Intanto perché la moratoria (le cifre sospese dovranno comunque essere versate entro il 2024) coinvolge solo governi ed istituzioni, cioè circa un terzo del dovuto, mentre i privati fanno orecchie da mercanti, qual sono. E soprattutto perché non si ferma quel processo di nuovo e spietato colonialismo che oltre a depredare le materie prime e a usare la mano d’opera con metodi schiavisti, accaparra enormi apprezzamenti di terra. È il fenomeno del “land grabbing”, cresciuto del mille per cento dal 2008 ad oggi. Gli effetti, denuncia padre Giulio Albanese, comportano “l’allontanamento forzato di decine di migliaia di famiglie dalle loro colture tradizionali. Si è creato così un modello di sviluppo negativo che ha spinto milioni di persone verso l’emigrazione”. Gli usurai internazionali lucrano sulle bancarotte da loro stessi provocate, spesso con la complicità di corrotti governi locali.

Servono decisioni radicali, a battersi per le quali è in prima fila la Chiesa Cattolica, i cui sensori nel Continente Nero registrano il massimo grado di allarme. “Cancellare il debito dei Paesi Africani”, ha titolato qualche giorno fa in prima pagina l’Osservatore Romano. Nessun assegno in bianco, precisa il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, ma assunzione di precise responsabilità reciproche: “Con meccanismi di controllo adeguati si può assicurare che il denaro condonato venga speso per promuovere sanità e istruzione, per garantire quello sviluppo integrale a cui tutti gli uomini e le donne hanno diritto”. Non soldi regalati a fondo perduto ma un investimento sul futuro.

Bisogna rompere “le catene del bisogno”, esorta il saggista Francesco Gesualdi. Il quale, in un documentato editoriale apparso sul quotidiano Avvenire, così conclude: “Per quanto riguarda la parte di debito dovuta ai governi, buona parte dell’annullamento dipende dalla Cina, considerato che detiene il 60% di tutto il debito bilaterale dei 73 paesi più poveri. Segue il Giappone col 15% mentre Germania e Francia si collocano intorno al 5%. Generalmente si invoca il senso di generosità per indurre a comportamenti di rinuncia, ma in questo caso basterebbe appellarsi alla lungimiranza perché l’avarizia non conviene a nessuno in un momento in cui basta un focolaio di non vaccinati per fare divampare di nuovo la pandemia a livello globale”.

Oltre all’Africa, nell’elenco della disperazione figurano America Latina, Asia e Oceania. Intere popolazioni indigene sono a rischio estinzione perché falcidiate dal Covid e abbandonate a se stesse. Vivono in fuga perenne, si inoltrano sempre più nelle giungle, incalzate dal taglio delle foreste, dal traffico del legname, dall’estrazione mineraria e dall’agrobusiness. Le nazioni di appartenenza sono talmente fragili e indebitate da lasciare mano libera ad ogni forma di speculazione. Chi sono i veri selvaggi?

Non è solo una questione etica ma di equilibrio del mondo e di sopravvivenza per l’intera umanità. L’economia non può finire nelle mani di spietati cravattari e unghiuti speculatori. E allora la questione del debito si conferma come prioritaria, assieme alla necessità di una vaccinazione globale. I due temi devono procedere di pari passo. Servono velocità, disponibilità, leggerezza. Ecco perché va tagliata la zavorra di crediti che in realtà sono inesigibili ma il cui peso impedisce ogni cammino virtuoso.

E il problema, come detto, non riguarda solo i Paesi poveri. Gli stati dell’Unione Europea dovrebbero restituire alla Banca Centrale della stessa Ue circa duemila e cinquecento miliardi. Un debito talmente anomalo da spingere numerosi economisti a sottoscrivere un appello per chiederne la cancellazione. Negativa la risposta sulla base dei trattati in vigore. In realtà, a mancare è la volontà politica, non la possibilità tecnica.

Ma alla fine, chi deve pagare il conto della pandemia? Non sarebbe giusto presentarlo al tavolo di chi ha aumentato vertiginosamente le proprie ricchezze proprio sull’onda del virus? Quanto incasseranno le grandi case farmaceutiche dalla vendita dei vaccini e dai continui guadagni in borsa? E gli introiti realizzati dai colossi del Web, da Apple a Facebook, da Google a Microsoft, come vanno calcolati? Il commercio tradizionale è in crisi ma Amazon macina guadagni su guadagni. Lo stesso Fmi, nel Fiscal Report di aprile, prospetta la possibilità di tassare gli utili aziendali “in eccesso”. E all’ipotesi di attingere ai fondi dei più ricchi, ancor più arricchitisi, viene affiancata quella di un aumento della progressività delle imposte sui redditi.

Una patrimoniale, per dirla in modo brutale. Ma che però, nelle considerazioni del Fondo Monetario, avrebbe una valenza straordinaria e non strutturale. Qualcosa di stabile è invece nei progetti del presidente degli Stati Uniti. Joe Biden propone infatti ai 135 Paesi dell’Ocse una generale riforma del fisco che impedisca alle multinazionali di scrollarsi di dosso gli obblighi impositivi stabilendo di volta in volta la propria sede dove possono ottenere maggiori vantaggi. Una tassa unica globale, minima ma inaggirabile. Una vera e propria digital tax, con apposite aliquote, più incisiva, magari calcolata anche sul numero di clienti e utenti, risulta al momento di difficile realizzazione. Meglio poco che niente. Poi si vedrà.

I liberisti impenitenti sostengono che alla fine il mercato aggiusterà tutto. Ma pensare che, superata la pandemia, la ripresa dei consumi e della produzione sarà in grado di rimettere a posto i conti dissestati, rappresenta un’illusione pericolosa. Ciechi o in malafede. La ferita è troppo profonda per rimarginarsi da sola. Anche ricette di austerità sono inapplicabili mentre pochi plutocrati riempiono i forzieri e miliardi di presone vuotano le tasche.

La considerazione essenziale dalla quale partire è che non stiamo vivendo in una parentesi destinata comunque a chiudersi. Nulla sarà più come prima. La transizione verso l’ignoto va guidata con coraggio e intelligenza.

Il professor Alessandro Volpi, nell’interessantissimo libro “Viaggio al termine della crisi”, ammonisce che in questa navigazione non ci si può affidare alle vecchie carte nautiche. Servono idee straordinarie. E in tale ottica ribadisce la necessità di considerare in modo nuovo il debito pubblico, “anche come preliminare e insostituibile ammortizzatore sociale”, e l’esigenza di imporre una radicale riforma fiscale “che colpisca i nuovi modi di produzione dei redditi e delle ricchezze immateriali”.  Senza operare nella doppia direzione indicata non sarà possibile “evitare la trasformazione della rabbia in odio collettivo, destinato a travolgere le democrazie”.

 Lo studioso ritiene che “la cancellazione del debito pubblico legato alla crisi sanitaria, sociale ed economica non può più essere considerata un’eresia”. A suo dire l’ipotesi più semplice, almeno per quanto riguarda la zona euro “che già dispone di una politica monetaria fatta di acquisti da parte della Bce di titoli degli stati a cui retrocede gli interessi, sarebbe quello di trasformare il debito necessario alla ripresa in titoli irredimibili a tasso zero. “Si eviterebbe così -spiega- di gravare in termini finanziari sulle future generazioni e si fornirebbero alla comunità dei cittadini europei i mezzi per affrontare la più grande trasformazione sociale degli ultimi decenni”.

Può funzionare? Il dibattito è aperto. In ogni caso nessuno può restituire soldi che non ha quando al contrario ne servirebbero altrettanti, se non di più, per vaccinare tutti, garantire ad ognuno la copertura sanitaria, assicurare ammortizzatori universali, incentivare la produzione, aumentare i salari, creare lavoro, aiutare i giovani, proteggere gli anziani, pensare all’ambiente, investire nell’istruzione, promuovere opere pubbliche. C’è un nuovo mondo da costruire e da difendere. E non a scopo di lucro.

Intanto, la fiducia nella capacità delle istituzioni statali resiste alla tempesta. L’Italia ha emesso un Btp a 50 anni, trovando subito compratori interessati. Scade a marzo 2072. La scommessa è che possa essere una delle ultime rate da pagare lungo il cammino di una crescita sostenibile. Catene di monti coperte di neve saranno confine a foreste di abeti e mai mano d’uomo le toccherà.  Ma noi, cantavano i Nomadi, non ci saremo.

Marco Cianca

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