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Home - Approfondimenti - Interviste - Pensioni: Loy, una manovra ”patchwork” per uscire da quota 100 senza strappi

Pensioni: Loy, una manovra ”patchwork” per uscire da quota 100 senza strappi

di Nunzia Penelope
14 Maggio 2021
in Interviste
Loy, con questa crisi si rischia di perdere il valore del lavoro

Come si esce da quota 100? Cgil, Cisl e Uil, dopo due mesi di pressing, giovedì 13 maggio hanno ufficialmente inviato la loro piattaforma ai governo, chiedendo al ministro Orlando l’immediata apertura di un tavolo di confronto per rivedere la riforma Fornero. Una richiesta molto esplicita, a cui il governo, al momento, non ha ancora risposto. Intanto, Il Diario del Lavoro ha chiesto a Guglielmo Loy, presidente del Civ Inps, la sua opinione sulle richieste dei sindacati, e sulla possibilità che si arrivi a una soluzione nei tempi giusti. Che sono sempre più stretti.

Innanzi tutto, Loy: un nuovo intervento sulle pensioni in direzione di un allargamento delle maglie rispetto all’attuale regime previsto dalla riforma Fornero, è sostenibile dal punto di vista nudo e crudo dei conti? Come la vede dal suo osservatorio Inps?

Premessa: che sulle pensioni, nella storia, ci sia spesso stato un cointeressamento della fiscalità generale è indubbio. Nel bene e nel male. Quindi, che lo Stato possa intervenire, normativamente e finanziariamente, sulle pensioni, è acclarato. Che questo sia sostenibile, dipende da diversi elementi. Ape sociale, quota cento, opzione donna: sono state scelte politiche per garantire una diversa uscita dal lavoro. Ora la domanda è: la politica vuole fare nuovamente una scelta? E questa scelta, come si colloca nel quadro della finanza pubblica?

Me lo dica lei. Il governo per ora non si è esposto.

Il governo ha intanto insediato due commissioni, una per la separazione tra previdenza e assistenza, l’altra sui lavori gravosi, per valutare l’impatto della spesa rispetto al Pil. Quanto alla piattaforma dei sindacati, che sarà chiaramente oggetto di trattativa, non mi sembra una posizione ”estrema”, è plasmata sul concetto di flessibilità. Poi c’è da fare un discorso diverso per le categorie che hanno la necessità di accedere in anticipo al pensionamento. Gli strumenti in questo caso già ci sono: lo schema dell’Ape sociale si può allargare, si può ampliare la platea dei lavori gravosi, si può considerare il lavoro di cura delle donne, tenere conto chi ha perso il lavoro e non ha possibilità di ritrovarne uno, eccetera.

Comunque non più una norma generalista come lo era quota 100.

Non credo che sarà questo lo schema. Il nodo è quanto può impegnare lo Stato in questa partita, finanziariamente parlando. Tre, 10, 50 miliardi? Il controllo Ue è rigido, non si può pensare di destrutturare il sistema. Quindi penso si lavorerà sulle ”eccezioni”. La flessibilità,  del resto, se è controllata è sostenibile.

C’è anche il tema donne. Penalizzate anni fa dalla decisione di equiparare l’età del pensionamento a quella degli uomini.  Va ripristinato un equilibrio che tenga conto della cruda realtà quotidiana, oltre che dei ”principi”?

Nel nostro rendiconto sociale Civ Inps  2019 abbiamo fotografato la questione di genere ed escono dati drammatici sulla penalizzazione per le donne. Il tema, quindi,  è urgente affrontarlo passando per la conciliazione tra vita e lavoro, cura e lavoro. Il principio di partenza era giusto, siamo tutti uguali; ma sappiamo benissimo che non è cosi. Le donne sopportano un peso di cura. L’ipotesi di cui si parla, prevedere un anno di sconto previdenziale per ogni figlio, o del carico dei genitori anziani, non tiene conto della cosiddetta parità, ma, appunto, del fatto, evidentissimo, che non siamo tutti uguali.

E i 62 anni che i sindacati pongono co me base di partenza per accedere alla pensione? non sono troppo pochi, in una società che – pandemie a parte – vede l’età media della popolazione e l’aspettativa di vita costantemente in aumento?

Io credo occorra riguardo per determinate fette di popolazione. Noi dobbiamo garantire anche la dignità delle persone: ci sono persone che a 62 anni sono estremamente a disagio nel mondo del lavoro – perché sono anziane e “acciaccate”, diciamo – rispetto al mestiere che fanno. Un manovale, per esempio. Davvero pensiamo che in età avanzata possa arrampicarsi, portare pesi? E se non sei più in grado di lavorare, cosa fai? Un anno di Naspi, e dopo? Per tornare alla domanda, allora: è giusto andare in pensione a 62 anni? In linea generale, no. Considerando i diversi casi, si.

Ma è davvero possibile calcolare con esattezza quanti sono i diversi casi? quanti i lavori defatiganti, quante le persone che non sono in grado di proseguire, e per quali ragioni?

Il “quanto” e il “quanti” dipende dalle compatibilità economiche e da determinati parametri. Al momento c’è un elenco di patologie certificate, ora si deve decidere come allargare questa platea oltre alle casistiche previste dalle tabelle Inail. Anche qui, il confine è sempre labile: non è detto che un edile anziano, anche se non ha la scoliosi conclamata, possa comunque tirar su il secchio del cemento.

E’ giusto che siano previste penalizzazioni per chi accede a corsie più rapide per la pensione?

C’è già una penalizzazione di fatto: prima vai in pensione, meno contributi hai, dunque la pensione sarà più bassa.  Ovviamente, più si penalizza, più si rende inaccettabile la misura per chi deve accedervi. Ma bisogna rendersi conto che non esiste l’operaio massa: oggi c’è una grande soggettività, e inventare la coperta che copre tutti non è possibile. Occorre realizzare piuttosto una sorta di patchwork, ricorrendo a diverse misure che inglobino casi diversi.

La separazione tra previdenza e assistenza è un altro tema di cui si discute da decenni e non se ne viene a capo, perché?

E’ un tema molto delicato e complesso. Oltre ai due poli base, di qua previdenza, di là assistenza, c’è anche un “mondo di mezzo” composto da misure diverse, difficili da collocare in uno schema binario: misure che nascono come previdenza ma poi sono integrate attraverso la fiscalità generale, dalle pensioni al minimo, alla 14esima per i pensionati, per esempio. Hanno un costo rilevante. Ma in quale settore collocarle? Di qua o di là? E’ un terreno su cui occorre muoversi con grande cautela.

Insomma, lei dice che intervenire sulla previdenza richiede calma e molta riflessione. Però siamo già a metà maggio, i tempi sono stretti. A dicembre quota 100 scade.

Occorre decidere ben prima di dicembre. A ottobre le misure che hanno dei costi dovranno essere inserite nella legge di stabilità. Per cui si, i tempi sono molto stretti.

E il confronto dei sindacati col governo, intanto, non è ancora nemmeno iniziato…

Non mi pare che il governo voglia andare allo scontro sulle pensioni. Il confronto ci sarà.

Ma soldi per finanziare il tutto, secondo lei, ci sono?

Qualcosa in dote c’è, penso anche ai risparmi di quota 100. Non sarebbe sconvolgente se un po’ di queste risorse venissero usate per un sistema previdenziale diverso. Anche collegando il tutto con la riforma degli ammortizzatori sociali, con l’isopensione, col contratto di espansione, che è stato appena allargato alle aziende fino a 100 dipendenti, rendendo la platea che ne potrà usufruire assai più ampia. Il contratto di espansione, tra l’altro, va incontro anche alle esigenze delle imprese, consentendo un ricambio generazionale. Nessuno strumento è univoco, ma c’è una pluralità di leve che si possono utilizzare per dare respiro a una manovra sulla previdenza.

Quindi è ottimista che si riuscirà a uscire da quota 100 senza strappi e senza panico?

Si, direi di si.

Nunzia Penelope

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