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Home - Rubriche - Giochi di potere - La calamità Trump nel disinteresse americano

La calamità Trump nel disinteresse americano

di Alberto Gentili
28 Luglio 2025
in Giochi di potere
La calamità Trump nel disinteresse americano

“Ho fatto cose mai viste, cose straordinarie”, si è autocelebrato il 20 luglio Donald Trump festeggiando i suoi primi sei mesi alla Casa Bianca. Invece, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, il presidente americano si sta rivelando una calamità per l’intero pianeta. Aveva promesso di fermare le guerre “in una settimana”, ma da quando ha riconquistato la Casa Bianca, al conflitto ucraino si sono aggiunti il massacro di Gaza, la guerra dei dodici giorni tra Israele e Iran, quella di poche ore tra India e Pakistan e adesso tra Cambogia e Tailandia. Tutte figlie e figliastre del ribaltamento del vecchio ordine mondiale impresso dal Tycoon che sta stracciando i valori di democrazia, libertà e civiltà che hanno segnato, pur con numerose pagine buie, l’azione degli Stati Uniti fin dal 1776, anno della loro fondazione. Il leader del mondo libero è diventato, di fatto, il costruttore di un mondo illiberale.

In poco più di cento giorni, Trump ha letteralmente spappolato l’Occidente, stabilendo il principio che non vale più il diritto internazionale ma il potere della forza. La legge della giungla imposta a livello globale. L’aggressione planetaria a colpi di dazi commerciali, l’esclusione dell’Europa dalle trattative per la pace in Ucraina, la minaccia di abbandonare la Nato che ha imposto agli Stati europei una folle corsa al riarmo, provano che per il presidente americano il fronte euro-atlantico non esiste più. Anzi, l’obiettivo di Trump è demolire l’Unione europea come dimostra il forte e smaccato sostegno ai movimenti di ultradestra che minano nelle fondamenta l’Ue: da Alternative fur deutschland in Germania, a Viktor Orban in Ungheria, solo per fare due esempi.

In America va ancora peggio. Da buon autocrate, imitando Adolf Hitler e Benito Mussolini e tanti altri dittatori, The Donald ha cominciato affermando il culto della personalità: memorabili le immagini di lui vestito da Superman, oppure nello studio ovale circondato da predicatori in adorazione o la statua d’oro a Gaza, come se fosse un nuovo Messia. Tant’è che Charles Kupchan, già consigliere di Obama e Clinton, mette a verbale: “La democrazia americana è a rischio, non sono mai stato così preoccupato. Trump è circondato da yes men e la Corte suprema è con lui”.

I segnali della svolta autoritaria negli States sono sempre più numerosi. Migliaia di migranti (anche italiani) prelevati dalle loro case e spediti a Guantanamo. I marines mandati in California per sedare le rivolte in quella che è sembrata la prova generale della guerra civile. Università come Harvard e Columbia, grandi studi legali, network televisivi e i gruppi editoriali non in linea, perseguitati, intimiditi e costretti al silenzio. Le tv ABS e CBS piegate. Paramount, Disney e Meta (Facebook) obbligate a pagare milioni di dollari per la risoluzione di pretestuose azioni legali. Il Washington Post e il New York Times letteralmente silenziati. In più, Trump ha messo sotto assedio anche il fronte giudiziario, l’ultima trincea contro il contro il potere incontrollato dell’esecutivo.

L’azione liberticida di Trump è capillare. Va nel dettaglio. Ha licenziato per mano di Pam Bondi (sua avvocata personale nominata ministra della Giustizia) la procuratrice del caso Epstein e ha bloccato le rivelazioni del Wall Street Journal. Ha fatto chiudere il popolarissimo “The late show” di Stephen Colbert perché considerato “troppo critico”. Ha sbarrato le porte delle università americane agli studenti giudicati “ideologicamente incompatibili” con le politiche sovraniste. Ha fatto respingere alle frontiere i turisti “colpevoli” di avere nei loro smartphone o tablet immagini o meme che irridevano lui o il vicepresidente J.D. Vance. Ha sollecitato, nella sua crociata contro le minoranze, le squadre di football di Washington e quella di baseball di Cleveland a riprendere i loro nomi originali, ossia Redskins e Indians che offendevano i nativi americani. E, come ogni autocrate, The Donald ha in odio chi lo irride: “Rosie O’Donnel è una minaccia, le toglierò la cittadinanza”, ha tuonato contro la comica irlandese.

Nulla sfugge a Trump. E, con lo scudo dei giudici della Corte suprema nominati da lui, ha ormai mano libera.

Il presidente Usa, insomma, sta letteralmente facendo la guerra alla democrazia americana. E ha litigato e litiga, sulla terribile legge di bilancio appena approvata dal Congresso, perfino con chi gli ha spalancato le porte della Casa Bianca grazie all’uso spregiudicato dei social: Elon Musk, trasformatosi in un batter di ciglia da complice a nemico giurato.

Eppure, in base ai sondaggi, non è la stretta sui diritti ad allarmare i cittadini a stelle e a strisce. È vero, l’indice di gradimento di The Donald è al 41%, mai così basso nella storia. Ma a farlo precipitare non è l’attacco alla democrazia, è la crisi economica innescata dai dazi. E, soprattutto, il costo delle uova.

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Alberto Gentili

Giornalista

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