A palazzo Chigi il 2026 appena nato è stato battezzato “l’anno molto peggio”. E non per eccesso di pessimismo di qualche cospiratore o per Donald Trump che ha espugnato il Venezuela in spregio al diritto internazionale. Il nome arriva direttamente da una previsione fatta da Giorgia Meloni in occasione del discorso di auguri ai dipendenti della presidenza del Consiglio. Questa: “L’anno trascorso è stato tosto per tutti noi, ma non preoccupatevi perché l’anno prossimo sarà molto peggio”. Da qui, appunto, “l’anno molto peggio”. E la premier non ha tutti i torti. A dispetto dei sondaggi che continuano a darla decisamente popolare, i dodici mesi appena cominciati si annunciano densi di insidie per la leader di Fratelli d’Italia.
Sul fronte interno l’esito delle elezioni regionali di novembre, con le schiaccianti vittorie del Campo largo in Campania e Puglia, ha dimostrato che se Elly Schlein e Giuseppe Conte riusciranno a confermare l’alleanza, alle elezioni della primavera del prossimo anno potrebbero incassare almeno un pareggio. E bye bye, per Meloni, il bis a palazzo Chigi. Da qui l’impellente necessità della premier di cambiare la legge elettorale. Gli ingredienti: un proporzionale con un forte premio di maggioranza (il 15% alla coalizione che ottiene almeno il 40% dei voti), preferenze, soglie di sbarramento e un colpo di spugna sui collegi maggioritari che potrebbero essere facilmente espugnati dal Campo largo. Ma ci sono due problemi. Il primo: mettere mano alle regole elettorali non ha mai portato bene a nessuno. Il secondo: Matteo Salvini resiste, non vuole perdere il potere di interdizione (e di ricatto) che è stata finora la sua fortuna nelle roccaforti del Nord. In molti però scommettono che alla fine il capo della Lega si piegherà. In base a un calcolo di convenienza: in fondo, pur di restare seduto alla tavola ricca e imbandita del governo, si può accettare di avere qualche parlamentare in meno.
Si vedrà. Di certo, un ostacolo maggiore e ben più ravvicinato, è rappresentato dal referendum confermativo della riforma che porta in pancia la separazione delle carriere dei magistrati. Meloni, come un disco rotto, da tempo ripete: “Anche se perdo la consultazione non cambia nulla, resto al mio posto. Il governo andrà avanti fino al 2027”. Vero? Probabile, vista l’assenza (al momento) di una solida alternativa. Se però in primavera dovesse prevalere il “no” alla riforma varata dall’esecutivo di destra e poi approvata a marce forzate in Parlamento, la botta per l’underdog della Garbatella sarebbe comunque brutta. Dura da assorbire. Non a caso nel 2016 Matteo Renzi, poche ore dopo la sconfitta nel suo referendum costituzionale con l’abolizione del Senato, fece le valigie e lascò mestamente la stanza dei bottoni. Se invece a spuntarla fosse il “si”, Meloni ne uscirebbe oggettivamente rafforzata e potrebbe viaggiare verso un nuovo successo alle elezioni politiche del 2027. Quelle che stabiliranno anche i rapporti di forza per decidere, due anni dopo, il successore di Sergio Mattarella. Una sorta di partita della vita.
Di mezzo, però, c’è anche il grosso fardello delle questioni internazionali. Finora, pur sbandando pericolosamente verso Donald Trump (ha giustificato, unica leader europea, perfino l’aggressione al Venezuela), Meloni è rimasta fedele ai vincoli internazionali. Quello storici, quelli che vogliono l’Italia saldamente ancorata all’Unione europea. Così, nonostante le strizzate d’occhio a chi da Washington quell’Unione vorrebbe demolire, Giorgia è rimasta nell’alveo tracciato e vigilato da Mattarella. Ma il richiamo della tribù sovranista (al soldo di Putin e di Trump) è molto forte e lo sarà sempre di più. E per Meloni sarà sempre più arduo tenere a freno Salvini.
Il leader leghista, che fino a poco tempo fa girava con una felpa con impresso il faccione di Putin, fa il matto quando si parla di armi. Ha bloccato il piano per acquistare armamenti americani da girare all’Ucraina. Ha costretto Meloni a varare il nuovo decreto con gli aiuti militari a Kiev, dopo numerosi rinvii, all’ultimo momento utile alla vigilia di Capodanno. E non fa passare giorno senza fare il nemico di Zelensky e la cheerleader di Putin. Perciò se la questione ucraina non troverà al più presto una soluzione, i tormenti di Giorgia lieviteranno. Tanto più perché il rapporto di fiducia con Trump, molto spesso da vanto si trasforma in un boomerang per la presidente del Consiglio. Si sa: i sovranisti, i nazionalisti, non hanno amici. Hanno solo nemici. Con una sola eccezione: fare blocco quando c’è da distruggere l’avversario comune. Che in questo caso, si diceva, è l’Unione europea. La costruzione, ormai settantenne, di pace e benessere che nel quadro attuale Meloni è (costretta) a difendere.
Complessa è anche la partita giocata da Meloni sul fronte economico. La legge di bilancio appena approvata abbassa il rapporto deficit-Pil, riporta i conti in ordine tant’è che lo spread non è così basso da quasi un ventennio, riceve il plauso delle agenzie di rating e della Commissione Ue. Ma non aiuta la crescita, come dimostra il (quasi) dimezzamento delle stime per quest’anno: dallo 0,7% allo 0,4%. E in un Paese dove le imprese arrancano, la povertà aumenta, il potere di acquisto cala, l’economia al palo è un’ulteriore disgrazia. Così c’è da scommettere che sul fronte economico il 2026 sarà davvero l’”anno molto peggio”. Meloni, però, si prepara già al prossimo. E aver riportato anzitempo i conti in ordine, consentirà alla premier di uscire in anticipo dalla procedura d’infrazione. La conclusione: alla vigilia delle elezioni Giorgia potrà travestirsi da Befana, nella calza avrà regali (elettorali) per tutti, riuscendo a soddisfare le promesse finora disilluse. L’obiettivo: fare del 2027 l’”anno molto meglio”. Almeno per lei e i suoi alleati.
Alberto Gentili

























