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Home - Approfondimenti - Interviste - Lavia (Cisl Calabria): la sanità regionale è in emergenza, 15 anni di commissariamento non hanno risolto nulla. Servono più assunzioni e va rinegoziato il piano di rientro. Positivo il rapporto con Occhiuto: dal dialogo nascono soluzioni concrete

Lavia (Cisl Calabria): la sanità regionale è in emergenza, 15 anni di commissariamento non hanno risolto nulla. Servono più assunzioni e va rinegoziato il piano di rientro. Positivo il rapporto con Occhiuto: dal dialogo nascono soluzioni concrete

di Elettra Raffaela Melucci
19 Febbraio 2026
in Interviste
Al via il tavolo per il rinnovo del contratto pubblico e privato

Il segretario generale della Cisl Calabria, Giuseppe Lavia, analizza le emergenze della sanità regionale: carenze di personale, ritardi nella medicina territoriale e nelle case di comunità, ruolo dei medici cubani e migrazione sanitaria. In questa intervista col Diario del lavoro, Lavia illustra le proposte dal sindacato per invertire la rotta: a partire dal dialogo costante con le istituzioni regionali, per tutelare salute, lavoro e diritti dei cittadini calabresi.

Segretario Lavia, un episodio su tutti: quello del sindaco di Belcastro che ha “vietato” ai cittadini di ammalarsi per denunciare il collasso della sanità locale. Una provocazione o il sistema sanitario in Calabria è davvero al limite? Qual è la situazione?

Purtroppo la Calabria e il suo sistema sanitario continuano a vivere una condizione di emergenza. Le criticità sono molto rilevanti e rispetto a queste c’è bisogno di una reale inversione di tendenza. Registriamo certamente un miglioramento: la Calabria raggiunge la sufficienza in due aree su tre, quella ospedaliera e della prevenzione, pur in presenza di diverse criticità. Nella terza area, la medicina territoriale, restiamo invece sotto la soglia minima. Forti criticità si riscontrano inoltre sul fronte degli screening, con uno scarto molto significativo rispetto alla media italiana.

È di ieri la conferma della proroga del commissariamento della sanità. Perché non si sblocca la situazione?

È l’altra grande questione su cui continuiamo a insistere. Quindici anni di commissariamento non hanno risolto i problemi e, in molti casi, hanno persino contribuito a generarne di nuovi. Ma l’uscita dal commissariamento da sola non basta, noi riteniamo si debba intervenire anche con una rinegoziazione del piano di rientro: una vera e propria spada di Damocle sul futuro della sanità calabrese. Non chiediamo colpi di spugna né di cancellare i sacrifici fatti finora, ma un allentamento di alcuni vincoli e una revisione sul piano finanziario che consenta maggiori margini di manovra e una programmazione più efficace.

Come si giustificano quindici anni di commissariamento?

Sicuramente per evidenti inadempienze della Regione, soprattutto legate al deficit accumulato negli anni, che l’amministrazione sta ancora cercando di ripianare. In Calabria ci sono stati commissari improponibili che hanno finito per aggravare il problema. Alcune aziende sanitarie non hanno approvato i bilanci, mentre negli ultimi due anni si è proceduto regolarmente, consentendo alla Regione di chiudere il bilancio consolidato. Qualche passo in avanti verso un maggiore controllo dei conti nel piano di rientro c’è stato. Il Governo nazionale ha annunciato che ci sono le condizioni per uscire dal commissariamento. Per noi questo significa rinegoziare il piano di rientro, senza cancellare il debito, ma allentando i vincoli per garantire pienamente il diritto alla salute dei cittadini. Le gestioni ordinarie devono diventare la prassi. La Calabria spende circa 4 miliardi di euro per la sanità: se si lavora insieme con serietà e scelte organizzative precise, anche con le risorse attuali si può offrire un servizio migliore ai calabresi.

Quali sarebbero le prime criticità da risolvere attraverso la negoziazione finanziaria?

Innanzitutto occorre un piano straordinario di assunzioni. Secondo i dati della Corte dei conti, già nel 2024, rispetto all’anno precedente, si è registrato un saldo positivo sul personale: tra cessazioni e nuove assunzioni abbiamo circa 445 unità in più. Tuttavia permangono carenze significative: mancano medici in alcune aree specialistiche e, soprattutto, la Calabria sconta una forte insufficienza di personale infermieristico, pari a circa il 18% in meno rispetto alla media nazionale. Negli ultimi due anni sono state avviate nuove assunzioni, importanti ma ancora non sufficienti. Nelle linee programmatiche di mandato, il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, ha annunciato circa 1.300 assunzioni nella sanità. A quelle dichiarazioni sono seguiti tre atti concreti: una manifestazione di interesse per il reclutamento di medici – italiani, UE ed extra UE – con misure di sostegno, come contributi per l’alloggio, per attrarre professionisti nelle aree interne più disagiate; una procedura concorsuale per 349 nuovi infermieri, preceduta dalla mobilità; e infine l’avvio del reclutamento di circa 170 operatori socio-sanitari. Sono segnali che vanno nella direzione di rafforzare il personale, ma serve uno sforzo ulteriore per colmare i divari ancora esistenti.

Oltre al personale, quali sono le altre urgenze a cui fare fronte?

Sicuramente la necessità di riorganizzare la sanità calabrese, a partire da un management all’altezza delle sfide. Serve poi un’operazione di verità sulle liste d’attesa, tema che riguarda l’intero Paese. Dai monitoraggi a campione su alcune prestazioni emerge che per determinati esami strumentali complessi esistono oggettive difficoltà. In altri casi, invece, le prestazioni vengono formalmente garantite, ma a molti chilometri di distanza. Non pretendiamo che siano erogate sotto casa, ma almeno in ambito distrettuale. La normativa prevede che la prestazione sia assicurata su base regionale; tuttavia, se un cittadino deve percorrere distanze considerevoli per raggiungere la struttura, di fatto è come se non fosse garantita. Nel corso di un incontro unitario, il presidente Occhiuto ha ipotizzato il ricorso al cosiddetto “taxi sanitario”, uno strumento di mobilità sociale che possa assicurare la piena esigibilità delle prestazioni.

Viene da pensare che anche in Calabria la medicina territoriale sia carente…

Lo dicono chiaramente i dati LEA. In assenza di una medicina territoriale solida, i pazienti si riversano nei pronto soccorso: in Calabria quasi un accesso su due è improprio. Mancano medici di medicina generale, pediatri di libera scelta; le guardie mediche funzionano a singhiozzo e ci sono zone completamente scoperte. L’attrattività e il reclutamento di queste figure rappresentano un problema nazionale, ma qui il divario è ancora più evidente.

Le case e gli ospedali di comunità non dovevano rappresentare la svolta?

Sulla carta sì. In Calabria sono previste 61 case di comunità, a cui se ne aggiungono 2 extra PNRR, e 20 ospedali di comunità. Tuttavia, risultano attivi solo due servizi in due case di comunità e nessun servizio negli ospedali di comunità. Laa priorità è completare e rendere operative queste strutture. Anche alla luce dei dati Regis e della scadenza di giugno del PNRR, siamo in grave ritardo, con un evidente disallineamento tra quanto caricato nei sistemi e lo stato reale di avanzamento dei lavori. Realizzare contenitori senza contenuti non serve. In Calabria abbiamo già vissuto l’esperienza fallimentare delle Case della salute, che a differenza di altre regioni non sono mai realmente partite. Non possiamo permetterci di replicare quell’errore. Rafforzare la medicina territoriale è decisivo. Un altro nodo è l’assistenza domiciliare. Oggi i target fissati sono soprattutto quantitativi: quante persone over 65 vengono prese in carico con l’assistenza domiciliare. Ma non basta considerare assistita una persona se riceve, ad esempio, solo due ore di assistenza al mese, la qualità dell’intervento deve essere parte integrante della valutazione: per noi questo è un aspetto fondamentale.

Anche perché il territorio è composto da una vasta porzione di aree interne.

Il nostro sistema è organizzato in aziende pubbliche di servizio alla persona e aziende ospedaliere che, però, devono essere maggiormente integrate per costruire una rete realmente diffusa ed efficiente. Solo così si possono garantire servizi adeguati anche nelle aree interne, che in Calabria sono estese e spesso difficilmente raggiungibili. Serve una strategia organica: rendere operative le case di comunità, rafforzare i poliambulatori e assicurare la presenza di ambulanze medicalizzate h24.

La Calabria, come tutto il Sud Italia, patisce anche una forte emigrazione sanitaria. Qual è il ruolo delle strutture private?

Nel 2024 la migrazione sanitaria ha raggiunto un valore di quasi 330 milioni di euro, una cifra rilevante che però non racconta tutto il costo reale della sanità. Un fenomeno altrettanto importante in Calabria è l’out of pocket, cioè le spese dirette sostenute dai cittadini per le prestazioni. Per noi, la sanità deve avere una governance pubblica, con il settore pubblico al centro dell’offerta. Questo non significa demonizzare il privato, che però non può “prendersi la polpa e lasciare le ossa”: deve concentrarsi sulle aree di reale carenza e non soltanto dove il rapporto introiti-costi è più favorevole. In ogni caso, serve sempre una governance pubblica che determini i livelli di integrazione dell’offerta privata rispetto a quella pubblica. Anche su questo fronte ci sono tentativi di riorganizzazione, e valuteremo con attenzione gli effetti che produrranno.

A tal proposito, l’accordo Calabria–Emilia Romagna sulla mobilità sanitaria parla di “governare i flussi” e tagliare i costi. Nella pratica, non rischia di trasformarsi in un modo per negare ai cittadini il diritto di curarsi dove si vive?

Non ci dovrebbe essere alcun atto che leda questo diritto. Non so se quell’accordo sia lo strumento migliore, ma l’obiettivo di fondo è ridurre i 330 milioni di euro di migrazione sanitaria. Per gli interventi ad alta complessità non ci sono limiti; per gli altri si stabilisce un budget. Un altro obiettivo è evitare che medici di altre regioni vengano in Calabria solo per fare visite, per poi portare i pazienti al Nord per gli interventi.

Come si può conciliare questa esigenza con il diritto dei cittadini?

È chiaro che per alcune prestazioni più complesse questo continuerà a succedere, ma per altre più semplici bisogna lavorare sulla reputazione delle nostre strutture. La valutazione di questi accordi sarà sempre guidata dalla salvaguardia del diritto universale dei cittadini di poter scegliere dove curarsi.

Dal Covid in poi, circa 400 medici cubani rappresentano oggi un pilastro della sanità calabrese, soprattutto nei reparti critici. Quali sarebbero le conseguenze se dovessero lasciare la regione a causa delle pressioni e delle sanzioni minacciate dagli Stati Uniti?

Il ricorso ai medici cubani è stata la risposta provvisoria a un’emergenza contingente. Si tratta di professionisti che hanno dato un contributo fondamentale: senza di loro la sanità calabrese sarebbe precipitata. Tuttavia, restano soluzioni tampone, come l’emendamento che consente ai medici di rimanere in servizio fino al settantaduesimo anno di età. Noi guardiamo pragmaticamente a quanto accade sul territorio: è chiaro che servono soluzioni strutturali, non interventi temporanei, per garantire la continuità e la qualità delle cure.

Ad esempio?

Attendiamo che venga superato l’imbuto formativo che limita l’ingresso di nuovi medici, causato dal mix tra numero chiuso, ridotti accessi e difficoltà sulle specializzazioni. Le previsioni indicano che entro cinque anni si potrà iniziare a invertire questa tendenza. La Regione sta aprendo una nuova facoltà di Medicina all’Università della Calabria e un ulteriore corso di laurea a Crotone. Formare medici direttamente sul territorio aumenta le possibilità di trattenerli nella regione, contribuendo così a ridurre le carenze strutturali.

L’ultimo rapporto Svimez sottolinea proprio l’alto tasso di emigrazione dei laureati meridionali, così come di chi si appresta al percorso universitario, verso le regioni del centro-nord. I contenitori da riempire, di cui parlava, rischiano di restare vuoti.

Sul tema dell’emigrazione dei laureati, la Calabria ha compiuto alcune scelte positive. Gli iscritti alle università del territorio idonei per le borse di studio ricevono il sostegno anche se restano fuori dalle graduatorie a causa della scarsità di risorse. È un aspetto positivo che va rimarcato. Come osserva lo scrittore e antropologo Vito Teti, bisogna lavorare per costruire appigli concreti alla “restanza”, cioè il diritto di scegliere se restare o partire. Oggi questo diritto in Calabria non viene garantito. Ciò che spinge all’emigrazione riguarda soprattutto la possibilità di un lavoro dignitoso, non solo per i giovani, ma anche per genitori e persone più anziane.

In questo quadro, la riforma dell’autonomia differenziata, se e quando verrà attuata, acutizzerà le problematiche?

La nostra segretaria generale, Daniela Fumarola, ha chiesto che vengano bloccate iniziative affrettate, sia per le materie LEP sia per quelle non LEP, perché anche queste ultime hanno integrazioni con i LEP. Serve un momento di confronto serio, senza fughe in avanti. Non abbiamo mai avuto una posizione pregiudiziale sull’autonomia differenziata, purché lo strumento realizzi la perequazione e non aumenti la forbice tra territori. In sanità, l’autonomia differenziata esiste già da quando è stato riformato il Servizio Sanitario: lo Stato stabilisce i LEA, assegna la quota capitaria in base a criteri che possono cambiare e stanzia le risorse, dopodiché ogni regione è autonoma nella gestione.

Occhiuto è stato riconfermato governatore. Come sono stati (e sono) i rapporti con il sindacato?

Il dialogo c’è: proprio ieri abbiamo avuto un incontro unitario con il presidente Occhiuto sui temi del lavoro e del precariato. Abbiamo appena iniziato a creare momenti di confronto regolari su diverse questioni. Il nostro obiettivo è portare ai tavoli problemi concreti. La settimana scorsa si è tenuto un incontro sulle politiche sociali, per avviare la co-progettazione delle strategie di intervento e analizzare gli elementi di criticità. Un mese fa abbiamo avuto un incontro specifico sulla sanità. Facciamo periodici recap sugli impegni assunti. Resta il fatto che per problemi complessi non esistono soluzioni semplici. Noi continuiamo a lavorare fino all’ultimo per raggiungere i risultati e, alla fine, li valuteremo con oggettività.

Ci porta qualche esempio?

Prendiamo i 3.757 precari per i quali è stato sottoscritto un accordo specifico. Tra le misure previste, agli over 60 coinvolti spetterà una sorta di assegno di inclusione, mentre i Comuni avvieranno procedure per l’assunzione a tempo indeterminato in part-time di 1.800 persone su 2.600. È comunque un passo avanti rispetto a un tirocinio lungo 15 anni senza alcun contributo. Anche sui call center si sono raggiunti risultati condivisi con la Regione. Ad esempio, la Abramo, che impiegava 1.000 dipendenti, stava per chiudere; per salvaguardare questi lavoratori la Regione ha bandito una gara che assegna al soggetto vincitore l’obbligo di riassumerli e di occuparsi della digitalizzazione delle cartelle sanitarie, uno degli obiettivi del PNRR. Ecco a cosa serve il dialogo: a dare risposte concrete. Il cuore dell’azione sindacale è il lavoro, e in Calabria questo è un problema cruciale. Abbiamo il record di part-time involontari e, per questo, abbiamo proposto alla Regione un piano per incentivare le aziende a trasformarli in full-time. Non abbiamo ancora raggiunto il risultato, ma ci stiamo lavorando.

E a proposito di lavoro povero, in campagna elettorale il candidato del campo largo, Pasquale Tridico, aveva rilanciato l’idea di un reddito di dignità regionale. Una soluzione percorribile o un’altra misura tampone?

I lavoratori che rappresentiamo chiedono innanzitutto lavoro dignitoso: inquadramenti contrattuali a norma, applicazione dei contratti, possibilità di vivere dignitosamente e sostenere le proprie famiglie. Raramente sento rivendicare una misura assistenziale. A livello nazionale esiste l’assegno di inclusione, che però presenta aspetti da migliorare. In Calabria, le richieste principali riguardano concrete opportunità di lavoro, senza trascurare il tema della povertà: chi è part-time è comunque povero, anche se lavora. I cittadini non chiedono il salario minimo, ma soprattutto il rispetto delle tabelle contrattuali che garantiscono dignità. Fermo restando che per le aree di disagio si possono attivare strumenti mirati, più che dare soldi occorre offrire servizi efficaci tramite politiche attive del lavoro, su cui stiamo già provando a mettere in campo misure concrete dialogando con la Regione.

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

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