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Home - Approfondimenti - Interviste - La Uil lancia l’Ufficio Sport. Primo obiettivo: “rappresentare chi non ha tutele e fermare l’escalation contro gli arbitri, anche bloccando i campionati”. Intervista col segretario organizzativo di via Lucullo Emanuele Ronzoni

La Uil lancia l’Ufficio Sport. Primo obiettivo: “rappresentare chi non ha tutele e fermare l’escalation contro gli arbitri, anche bloccando i campionati”. Intervista col segretario organizzativo di via Lucullo Emanuele Ronzoni

di Tommaso Nutarelli
20 Febbraio 2026
in Interviste
La Uil lancia l’Ufficio Sport. Primo obiettivo: “rappresentare chi non ha tutele e fermare l’escalation contro gli arbitri, anche bloccando i campionati”. Intervista col segretario organizzativo di via Lucullo Emanuele Ronzoni

EMANUELE RONZONI, SEGRETARIO ORGANIZZATIVO UIL

Accendere un faro su quella parte del mondo dello sport che è anche un mondo del lavoro, ma che ancora non ha alcuna rappresentanza sindacale. È questo lo scopo del neonato Ufficio dello sport della Uil: uno sportello dove i lavoratori del settore, per la maggior parte privi di tutele contrattuali, potranno trovare attenzione. Emanuele Ronzoni, segretario organizzativo del sindacato di Via Lucullo, in questa intervista al Diario del lavoro spiega le ragioni dell’iniziativa: che ha preso spunto, soprattutto, dalla preoccupante escalation di violenze nei confronti degli arbitri: “Nelle categorie minori – afferma Ronzoni– c’è un grande malumore. Ci chiedono di intervenire, anche fermando i campionati”.

Segretario Ronzoni come nasce l’idea di creare un Ufficio per lo sport?

L’ufficio dello sport, da poco operativo, è uno dei frutti della nostra scelta, risalente al congresso di quattro anni fa, di fare della Uil il sindacato delle persone, e non solo dei lavoratori e dei cittadini. Nel nostro paese ci sono tante persone che non hanno diritti, non hanno nessuno che possa far sentire la loro voce rappresentandole, sia nella vita lavorativa ma anche al di fuori, nella loro dimensione sociale, e quindi anche nello sport.

Dal vostro osservatorio, qual è attualmente la condizione dei lavoratori del settore sportivo?

Sono lavoratori che non hanno nessuna forma contrattuale di tutela, che vengono pagati attraverso prestazioni occasionali o, nella migliore delle ipotesi, sono partite Iva. A queste persone manca una copertura sanitaria, manca la previdenza. Per colmare tutte queste mancanze è nato l’Ufficio per lo sport, al quale le persone possono rivolgersi per avere informazioni sulla propria condizione, denunciare situazioni irregolari e soprattutto avere un luogo di rappresentanza, un punto di riferimento.

Quali sono i problemi maggiori con in quali vi state confrontando?

Tra i tanti, abbiamo dovuto constatare un numero crescente di episodi di violenza nei confronti di chi, per passione, si dedica all’arbitraggio nel calcio. Persone che non hanno una qualifica e un inquadramento ben definiti.

Come siete entrati in contatto con il mondo arbitrale?

Molti dirigenti territoriali della Uil per passione fanno gli arbitri. È stato questo il primo contatto. Hanno fatto da capofila, e ora molti arbitri si stanno iscrivendo alla nostra organizzazione. Ma ci stiamo muovendo anche con altri settori dello sport, a partire dalla pallavolo: un settore dove non esiste il professionismo, non ci sono tutele, non c’è nessuna rappresentanza. I più fortunati sono pagati a prestazione. Siamo in contatto anche con il mondo della palla a mano. Al momento abbiamo affiliati oltre 500 arbitri, mentre nella pallavolo è stata creata un’associazione che poi si unita alla Uil, che conta più di 300 atleti.

L’escalation di violenze nei confronti degli arbitri è stata la molla che vi ha indotto a muovervi sullo sport. Che situazione avete trovato?

In Italia ci sono 33mila arbitri rappresentati dall’Aia, l’Associazione italiana arbitri, che è una costola della Federcalcio. Ma di questi, il 99,9% lo fa solo per passione: l’essere arbitri non è una professione, non produce reddito. Il restante 0,1% è l’élite cioè i direttori di gara di serie A, serie B e gli internazionali. Già dalla serie C le cose peggiorano. Un arbitro di prima fascia può arrivare, come reddito annuo, anche a 200mila euro, se ha una certa continuità nella direzione di gara e fa i match internazionali. Dalla serie D in giù il rimborso a partita per gli arbitri è di 47,50 euro a partita. E sono proprio questi gli arbitri che vanno nei contesti più difficili, nei campi di periferia dove subiscono aggressione fisiche e psicologie, intimidazioni e a volte si ritrovano con l’auto bruciata. Se poi l’aggressione impedisce loro di andare a svolgere ciò che fanno per vivere, come vengono tutelati? I dati ci dicono che nella stagione calcistica ancora in corso, al 31 gennaio 2026, sono già 479 gli episodi di violenza, con un incremento, rispetto alla passata stagione, del 26,39%. Per chi fa l’interregionale quei 47 euro e 50 centesimi non sono neanche sufficienti a coprire le spese. I giovanissimi che coltivano questa passione sono sostenuti dalle loro famiglie. Sono persone totalmente abbandonate e per le quali non viene garantita neanche la sicurezza.

Come si potrebbe intervenire?

Siamo consapevoli che, data l’estensione del fenomeno, è impossibile posizionare una volante in ogni campo da calcio. Ma chiediamo a chi amministra il gioco, e penso in particolare alla Federcalcio, di assumersi le proprie responsabilità. Il presidente Gravina, invece di pensare di contrattualizzare l’élite dei fischietti, che sono una minoranza, e di dirottare i più bravi all’interno di un’associazione da lui gestita e parallela all’Aia, dovrebbe occuparsi anche degli altri. Un arbitro come diventa bravo? Qual è il percorso professionale? Chi lo decide? Se pensiamo che spetti solo alla Lega di serie A decidere i criteri, come può emergere chi non entra mai in contatto con quel mondo? Se un arbitro, cosa non molto frequente da noi, dirige una partita di Coppa Italia tra una squadra del maggior campionato e una di livello inferiore, ed è la prima che può influenzare le carriere del direttore di gara, siamo sicuri che l’imparzialità nella conduzione del match sarebbe comunque garantita? È chiaro che c’è qualcosa che non funziona in tutto il sistema. Devono poi venir meno atteggiamenti nocivi che giocatori e allenatori più blasonati commettono nei confronti degli arbitri. Questi fanno notizia, e ci sono dei filtri che tutelano il direttore di gara. Ma quando questi comportamenti vengono emulati e traslati nelle serie minori, si arriva subito alla violenza.

Come misure concrete che cosa chiedete?

Le squadre, di tutte le categorie, per potersi iscrivere a rispettivi campionati devono garantire la sicurezza quando giocano in casa. Se questa condizione non è rispettata le società non possono partecipare ai campionati. Deve esserci una responsabilità oggettiva e soggettiva delle società sportive, un inasprimento delle e la squalifica, se non la radiazione, per chiunque aggredisca un arbitro.

Come vi state muovendo?

Abbiamo scritto al ministro dello sport Abodi e alla Federcalcio, ma non abbiamo avuto ancora nessuna risposta. Ma nelle serie minori il malumore è molto forte. Ci aspettiamo risposte e soluzioni. Se così non dovesse essere, non sono da escludere azioni forti, come lo stop ai campionati, con tutte le perdite che ne verrebbero dietro in termini di incassi e sponsor. Siamo consapevoli che non è una strada facile, che deve essere pensata bene perché c’è il rischio di essere deferiti alla procura sportiva, e che è praticamente impossibile bloccare i campionati maggiori per le ragioni prima dette, ma la violenza nei confronti degli arbitri deve finire, in tutte le categorie.

Che valutazione date della riforma dello sport, che introdotto la figura del lavoratore sportivo?

La riforma non ha risolto i problemi, anche perché di fatto è del tutto inapplicata. Inoltre, doveva far emergere il lavoro nero, una realtà diffusissima nel mondo dello sport. È un fenomeno che è molto difficile da quantificare, ma i numeri non sono di certo esegui, ed è fortemente presente al livello dilettantistico. Non soltanto nelle società calcistiche delle categorie più basse, ma anche in altre discipline. Molti atleti che vediamo gareggiare nelle discipline olimpiche, fanno parte delle forze dell’ordine: e solo questo permette loro di allenarsi e di avere anche tutta una serie di tutele.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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