Il positivo andamento del confronto tra Confindustria e sindacati fa sperare in un importante e veloce accordo. Al momento tutta l’attenzione si concentra sul tema del salario e si accavallano diverse ipotesi di intervento. Che ci sia bisogno di mettere le mani sul meccanismo di crescita delle retribuzioni è fuori dubbio, tutte le analisi concordano sulla necessità di risistemare l’intero capitolo.
In realtà, non dovrebbe essere difficile capire cosa fare. Se il salario crescesse si metterebbe in moto un meccanismo positivo, che farebbe aumentare la produttività del sistema e questo metterebbe a disposizione le risorse per l’aumento dei salari. Nella realtà ciò non accade. Non essendoci le risorse necessarie, i salari non crescono e, di conseguenza, non cresce nemmeno la produttività. È la buona contrattazione che si scontra con la cattiva contrattazione. Tutti evocano la prima, ma nei fatti si alimenta la seconda.
Le parti sociali potrebbero affrontare – e magari risolvere – diversi punti difficili della contrattazione. Per esempio, intervenendo sui contratti pirata che inquinano i comportamenti e sono oggettivamente una tentazione per tanti. Ma un accordo tra le parti non è sufficiente, esiste già dal 2014 un’intesa ben strutturata, ma mai applicata. Solo una legge valida erga omnes avrebbe il potere di eliminare tale cattiva contrattazione. Ma una legge può nascere solo da un accordo con il governo, che però non è facile da raggiungere dal momento che l’esecutivo non sembra interessato a combattere la pirateria contrattuale. Non a caso ha più volte tentato di sostituire la validità dei “contratti firmati dalle organizzazioni più rappresentative” con quella dei “contratti maggiormente applicati”.
Un altro problema da risolvere sembra essere quello dei ritardi dei rinnovi dei contratti nazionali. In realtà, Michele Tiraboschi ha precisato su Adapt che a subire ritardi non è l’industria, che anzi è abbastanza sollecita, piuttosto il pubblico impiego, problema politico e in quanto tale di difficile soluzione, e buona parte del terziario. Non è facile individuare un sistema che sani questi ritardi, potrebbe essere decisivo un forte aumento dell’indennità di mancato rinnovo, ma l’operazione appare molto complessa e onerosa.
Molto ci sarebbe da fare sul meccanismo di crescita delle retribuzioni. Per esempio, cambiando il sistema dell’Ipca, che fa recuperare l’inflazione, tralasciando però le conseguenze della crescita dei prezzi dei prodotti energetici importati. Le ragioni economiche di questa esclusione permangono, ma oggettivamente questo meccanismo condanna i salari a una perdita del potere di acquisto e ciò non può essere tollerato in un momento in cui i prezzi dell’energia, che è tutta o quasi tutta importata, crescono di continuo e in maniera molto sensibile.
Ancora, ci sarebbe da decidere una volta per tutte se il compito di mantenere il potere di acquisto dei salari debba essere regolato dai contratti nazionali o da quelli di prossimità. Molti degli attori puntano sulla seconda ipotesi: contratti aziendali, di filiera o territoriali che siano. Il problema è che i contratti aziendali interessano minoranze di lavoratori, mentre le imprese non si fidano dei contratti territoriali nel timore che diventino un terzo ordine di contratti cui fare fronte. Forse solo un accordo molto definito potrebbe assicurare che non si verifichino sovrapposizioni.
Confindustria insiste poi sulla necessità di stabilire precisi perimetri contrattuali, chiarendo cioè a chi si applica un contratto nazionale. Le zone grigie sono molte e il pericolo è che la contrattazione nazionale venga utilizzata per fare politica associativa. Non è un mistero che le organizzazioni dell’artigianato proprio per questo non vogliono sentir parlare di perimetri e divieti. Ma gli industriali insistono.
Un’altra suggestione potrebbe essere quella della periodicità della contrattazione nazionale. Maurizio Landini ha recentemente proposto di trattare annualmente la crescita del salario, ipotesi già sostenuta da Innocenzo Cipolletta, che di contratti se ne intende essendo stato direttore generale di Confindustria. Ma Daniela Fumarola si è subito detta contraria e l’ipotesi si è allontanata. Ancora, ci sarebbe da decidere se sia più giusto e utile un meccanismo che recuperi il perduto potere di acquisto dei salari intervenendo ex ante o ex post, ossia prima o dopo che l’incremento dei prezzi sia avvenuto. I metalmeccanici, a differenza di altre categorie, hanno assunto un meccanismo ex post e si sono trovati bene. Forse una scelta univoca risolverebbe qualche problema.
Massimo Mascini

























