Consentire che le produzioni extra-Ue possano beneficiare del sostegno pubblico riservato al made in Europe significherebbe sovvenzionare la propria deindustrializzazione: è quanto i sindacati europei segnalano agli Stati membri in vista della discussione di domani sull’Industrial accelerator act. La Confederazione europea dei sindacati (Ces) chiede una definizione chiara e credibile: il marchio made in Europe dovrebbe comprendere l’Ue e i Paesi strutturalmente integrati nel mercato unico, inclusi i paesi Efta (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera), i Paesi candidati e il Regno Unito, laddove sia garantito un effettivo allineamento normativo e sociale.
L’obiettivo deve essere chiaro: gli appalti pubblici e il sostegno pubblico devono servire a rafforzare la capacità produttiva europea, accelerare la decarbonizzazione e creare posti di lavoro di qualità.
“Il made in Europe deve essere uno strumento di reindustrializzazione – dice il segretario confederale della Ces, Ludovic Voet – quando il denaro pubblico europeo genera domanda, questa deve tradursi in investimenti, capacità produttiva e posti di lavoro di qualità in Europa. L’Europa può rimanere aperta al commercio internazionale pur mantenendo una definizione chiara del proprio spazio industriale. Il made in Europe dovrebbe includere l’Ue e i Paesi realmente integrati nel nostro quadro economico, normativo e sociale. La prova del nove per l’Industrial accelerator act è semplice: offrirà alle imprese un motivo per investire e produrre in Europa? E’ questo il risultato che la politica industriale europea deve garantire”.

























