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Home - La biblioteca del diario - Fabio Maniscalco, il «custode dell’arte»: nella cultura c’è la via per la pace

Fabio Maniscalco, il «custode dell’arte»: nella cultura c’è la via per la pace

di Elettra Raffaela Melucci
9 Ottobre 2026
in La biblioteca del diario
Fabio Maniscalco, il «custode dell’arte»: nella cultura c’è la via per la pace

C’è un modo di fare la guerra che passa anche dalla distruzione di ciò che un popolo è stato, dei luoghi in cui riconosce la propria storia, delle tracce attraverso cui consegna la propria identità al futuro. Fabio Maniscalco lo aveva capito prima che la comunità internazionale cominciasse a riconoscere pienamente la portata di questo fenomeno. Archeologo e ufficiale dell’esercito, aveva scelto di stare in prima linea per difendere quel patrimonio, guadagnandosi la definizione di «custode dell’arte». È questa la storia raccontata da Laura Sudiro e Giovanni Rispoli in Oro dentro – Un archeologo in trincea: Bosnia, Albania, Kosovo, Medio Oriente, pubblicato da Skira nel 2015: la vicenda di un uomo che aveva fatto della tutela dei beni culturali nelle aree di conflitto una missione, senza separarla dalla difesa dei popoli ai quali quei beni appartengono.

Il libro è anche una porta d’ingresso per tornare a interrogarsi sull’attualità di quella lezione. Diciotto anni dopo la morte di Maniscalco, avvenuta nel 2008, la sua esperienza è al centro del convegno di studi «Custodi di Memoria, Costruttori di Pace», che si è svolto il 9 ottobre in Campidoglio, nella Sala del Carroccio di Palazzo Senatorio. L’iniziativa ha segnato il debutto istituzionale dell’Associazione Fabio Maniscalco APS, nata per raccogliere e soprattutto rimettere in circolo il patrimonio di studi, esperienze e intuizioni dello studioso. Al termine dei lavori è stato lanciato il Premio Internazionale Fabio Maniscalco per il Patrimonio Culturale e la Pace.

Non si tratta, nelle intenzioni della presidente Mariarosaria Ruggiero Maniscalco, storica dell’arte, presidente dell’APS e moglie di Fabio, di aggiungere una celebrazione alle tante che accompagnano la memoria di chi non c’è più. «Quello di oggi non è un esercizio di memoria», ha sottolineato, indicando piuttosto la necessità di riprendere, aggiornare e mettere alla prova un’eredità che non può restare confinata nelle testimonianze di chi ha conosciuto Maniscalco. L’associazione nasce proprio per darle una casa, un luogo in cui la memoria diventi conoscenza condivisa, formazione e capacità di intervento.

È una distinzione tutt’altro che formale. Perché la tutela del patrimonio culturale, nella prospettiva di Maniscalco, non comincia quando le bombe hanno già distrutto un monumento o quando un reperto è stato sottratto e immesso nel mercato clandestino. Comincia molto prima, con lo studio, la prevenzione, la conoscenza dei luoghi e il coinvolgimento delle comunità. È un lavoro che richiede competenze scientifiche, certo, ma anche istituzioni capaci di agire, cooperazione internazionale e una cittadinanza consapevole. «Nessun patrimonio è soltanto degli altri», è il principio che attraversa questa visione: ciò che una comunità riconosce come parte della propria storia riguarda anche chi quella storia non la condivide direttamente.

Maniscalco aveva maturato questa convinzione sul campo. Nel gennaio 1996 era arrivato a Sarajevo come ufficiale in ferma breve dell’Esercito italiano, assegnato alla cellula di Pubblica informazione della Brigata Garibaldi. Aveva trovato una città ancora devastata dall’assedio, con i suoi simboli feriti, a cominciare dalla Vijećnica, la storica Biblioteca nazionale. Fu allora che decise di proporre ai superiori un monitoraggio sistematico del patrimonio culturale, mobile e immobile, richiamando l’articolo 7 della Convenzione dell’Aia del 1954, che prevede la presenza di personale specializzato nelle forze armate per la protezione dei beni culturali. Le ricognizioni a Sarajevo, avviate in condizioni di rischio, proseguirono nel 1997 in Albania, dove Maniscalco organizzò un team dedicato durante la crisi del Paese.  Nel 1998 fondò e assunse la direzione dell’Osservatorio per la Protezione dei Beni Culturali in Area di Crisi, affiancando alla ricerca sopralluoghi, ricognizioni, denunce e appelli alle autorità internazionali. La sua avventura nell’Esercito, però, non ebbe lo sbocco sperato: non superò il concorso per entrare in servizio permanente effettivo e non riuscì a realizzare il sogno di entrare nel Nucleo dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale.

L’esperienza in est Europa segna la sua vita tanto sul piano professionale che su quello privato. Come ha ricordato il fratello Mauro, docente della Facoltà di Medicina dell’Università Federico II di Napoli, Fabio si ammalò di un tumore al pancreas come probabile conseguenza della cosiddetta “sindrome dei Balcani” e anche se il nesso di causalità tra malattia e uso dei proiettili all’uranio impoverito non è mai stato definitivamente accertato, lo stesso Maniscalco, in un’intervista del 2007, aveva ipotizzato una possibile correlazione tra la forma rara e anomala di adenocarcinoma pancreatico da cui era affetto e l’esposizione all’uranio impoverito e/o a metalli pesanti durante le missioni. Di quell’esperienza, però, Fabio non si pentì mai e continuò a provare gratitudine per l’Esercito fino alla fine. Nel 2007, oltre 150 esponenti del mondo politico e accademico sostennero la sua candidatura al Nobel per la Pace e due anni dopo, nel 2009, gli fu riconosciuto dal Ministero della Difesa lo status di «vittima del dovere».

Il suo nome, poi, sarebbe stato ricordato anche a Washington. Nel 2016, l’Ambasciata italiana e l’Istituto Italiano di Cultura organizzarono un concerto della Banda dell’Arma dei Carabinieri nell’ambito del programma «Protecting our Heritage», dedicato a quanti avevano rischiato la vita per salvaguardare il patrimonio culturale dell’umanità. In quell’occasione, Maniscalco fu ricordato insieme a Khaled al-Asaad, l’archeologo siriano che diresse il sito archeologico e il museo di Palmira dal 1963 al 2003 e che fu ucciso dall’ISIS il 18 agosto 2015. Il tributo li accostò idealmente ai Monuments Men, gli uomini che durante la Seconda guerra mondiale si impegnarono nel recupero e nella protezione delle opere d’arte minacciate dal conflitto. Storie diverse, unite dal tentativo di impedire che la guerra cancellasse le tracce materiali della storia.

A raccontare la concretezza di quell’impegno è anche la vicenda degli «scudi blu», i contrassegni utilizzati per segnalare i beni culturali da proteggere in caso di conflitto. Maniscalco si era speso per individuare e contrassegnare i monumenti a rischio, nella consapevolezza che la protezione non potesse essere affidata soltanto a dichiarazioni di principio. La Convenzione dell’Aia del 1954, dedicata alla salvaguardia dei beni culturali in caso di conflitto armato, offriva già un quadro di riferimento: il problema, allora come oggi, era tradurre le norme in comportamenti e responsabilità effettive.

Nel corso del convegno è tornato anche il tema dello ius praedae, il cosiddetto diritto di preda, ossia la pretesa di appropriarsi dei beni del vinto. Nei suoi studi ed esperienza, Maniscalco aveva affrontato il saccheggio e il traffico illecito di reperti come fenomeni che non riguardano soltanto la sottrazione di oggetti di valore, ma anche la possibilità di manipolare la memoria storica, alimentare mercati clandestini e privare le comunità delle testimonianze della propria identità. Un problema che investe anche le grandi istituzioni museali, chiamate a fare i conti con la provenienza delle opere conservate nelle proprie collezioni.

Da qui l’importanza della prevenzione, richiamata da Tsao Cevoli, archeologo e vicepresidente dell’APS, che ha invitato a superare la rappresentazione romantica dei «tombaroli»: dietro l’immagine pittoresca di chi cerca tesori si nasconde spesso un’attività criminale, con ramificazioni che possono arrivare alle organizzazioni mafiose. La tutela, dunque, non può esaurirsi nella repressione dei furti o nella sanzione di chi li commette. Deve comprendere la conoscenza del territorio, la formazione, il controllo della circolazione dei reperti e la capacità di rendere riconoscibile il valore collettivo di ciò che viene sottratto.

Il punto in cui queste questioni si fanno più urgenti è quello delle guerre contemporanee. Nel libro World Heritage and War, Maniscalco aveva messo a fuoco una contraddizione che oggi appare sempre più evidente: il patrimonio culturale non è necessariamente un danno collaterale dei combattimenti, ma può diventare esso stesso un bersaglio, proprio per il suo valore simbolico. Distruggere monumenti, luoghi di culto e testimonianze storiche significa colpire anche il legame tra una popolazione e il proprio passato. Non a caso, la Palestina è stata richiamata nel corso dell’incontro come uno dei luoghi in cui questa riflessione assume un significato particolarmente drammatico. Ludovico Maniscalco, segretario dell’APS e figlio di Fabio, ha ricondotto la distruzione del patrimonio culturale da parte dell’IDF alla cancellazione della memoria e dell’identità palestinese, leggendo in questa dinamica una forma di damnatio memoriae. È una chiave che riporta al centro una delle intuizioni più forti del lavoro di Fabio: proteggere un monumento non significa difendere soltanto una testimonianza materiale, ma anche le persone che in quella testimonianza riconoscono la propria storia. Nel suo percorso, la Palestina occupava un posto importante anche per l’impegno a favore del riconoscimento internazionale del suo patrimonio culturale.

Il riconoscimento giuridico della distruzione deliberata dei beni culturali come crimine di guerra ha compiuto un passaggio significativo nel 2016, quando la Corte penale internazionale ha condannato Ahmad al-Faqi al-Mahdi per gli attacchi contro monumenti storici e religiosi a Timbuctù, in Mali. L’anno successivo il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione 2347, dedicata alla protezione del patrimonio culturale nei conflitti armati. Due passaggi importanti, che non hanno però cancellato la distanza tra le norme e la loro applicazione nei teatri di guerra.

È proprio in questa distanza che si colloca l’eredità di Maniscalco. Come ha ricordato Massimo Carcione, ricercatore del Centro studi a lui dedicato, più che una scuola formalmente costituita, Maniscalco ha lasciato un metodo: fondato sull’etica, sull’autonomia dei soggetti coinvolti, sull’interdisciplinarità, sull’informazione e sul coinvolgimento delle autorità locali. Un patrimonio di conoscenze che non può essere trasmesso soltanto attraverso la pubblicazione degli studi, ma che richiede di essere messo alla prova nelle esperienze concrete e nei percorsi di formazione.

Ora la sfida è fare in modo che quella storia non resti soltanto la testimonianza di una dedizione eccezionale. Il Premio Internazionale Fabio Maniscalco e il lavoro della nuova associazione si propongono di tenere insieme ricerca, divulgazione e formazione, mettendo in relazione chi studia il patrimonio culturale con chi è chiamato a proteggerlo e con le comunità che lo custodiscono. Perché, se la distruzione della memoria può diventare uno strumento di guerra, la sua difesa non può essere considerata una questione riservata agli specialisti. È una responsabilità collettiva, e riguarda anche il modo in cui immaginiamo la pace.

Elettra Raffaela Melucci

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