Il piano industriale concordato per Beko nel 2025 non sarebbe pienamente rispettato, con investimenti di prodotto insufficienti, volumi produttivi inferiori agli obiettivi e un ricorso crescente alla cassa integrazione negli stabilimenti italiani. È la denuncia arrivata dai sindacati Fim, Fiom, Uilm e UglM al termine dell’incontro di oggi al ministero delle Imprese e del Made in Italy.
A Cassinetta, in particolare, sono crollate le produzioni del comparto cottura, anche per il rinvio del lancio del nuovo forno. Il sindacato segnala inoltre il timore di una possibile delocalizzazione di alcuni modelli di frigoriferi, con il conseguente aumento del ricorso alla cassa integrazione. Anche a Melano e Comunanza i volumi sarebbero «molto al di sotto dei target previsti», con un ricorso agli ammortizzatori sociali in forte crescita.
La situazione riguarda anche gli uffici, dove prosegue la cassa integrazione per gli impiegati nonostante nel frattempo ci siano state «numerosissime uscite volontarie incentivate». Secondo il sindacato, inoltre, le posizioni strategiche nelle divisioni ricerca e sviluppo, qualità e commerciale non vengono garantite attraverso un normale ricambio del personale. In questa fase, l’unica realtà che sembra risentire meno della crisi è Carinaro.
La direzione di Beko, riferisce il sindacato, ha mantenuto una posizione considerata «meramente formale», limitandosi a rivendicare il rispetto degli accordi per il mantenimento in Italia degli stabilimenti e delle funzioni di staff.
Il sindacato accusa invece l’azienda di rinviare gli investimenti di prodotto necessari per gli stabilimenti italiani e, sul piano commerciale, di privilegiare «una strategia scellerata» fondata sulle produzioni a basso costo, a danno di quelle realizzate in Italia. Da qui la richiesta al Mimit di far valere le garanzie per la salvaguardia delle produzioni italiane che lo stesso ministero aveva assicurato con l’accordo del 2025.
Per il sindacato, il governo dovrebbe intervenire direttamente sulla proprietà turca, richiamandola alle proprie responsabilità e chiedendo «dignità e autonomia» per le realtà e il management italiani. Parallelamente, viene sollecitata una concreta politica di sostegno al settore degli elettrodomestici, giudicato «in oggettiva difficoltà».
Sul caso Siena, invece, non è stata ancora individuata una soluzione precisa di reindustrializzazione. Nel corso dell’incontro il ministro Adolfo Urso ha parlato di un interessamento di Leonardo. Un annuncio che, però, secondo il sindacato non è sufficiente: troppe volte in passato la soluzione per Siena è stata indicata come imminente sulla stampa e poi «smentita e procrastinata».
Per questo viene chiesta al Mimit una convocazione specifica dedicata allo stabilimento senese, che consenta di chiarire «l’effettiva portata dell’interessamento di Leonardo».
Per il sindacato, dunque, sono ancora numerose le questioni aperte, sia a Siena sia negli altri stabilimenti del gruppo. «Consideriamo il tavolo di oggi solo sospeso», conclude, annunciando la disponibilità a nuove mobilitazioni in caso di ulteriori ritardi.



























