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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Col nuovo contratto finisce nel cassetto il sogno della sinistra anni ‘70

Col nuovo contratto finisce nel cassetto il sogno della sinistra anni ‘70

di Maurizio Ricci
28 Novembre 2016
in Poveri e ricchi, Analisi
Col nuovo contratto finisce nel cassetto il sogno della sinistra anni ‘70

Il contratto appena siglato dai metalmeccanici chiude un’epoca, archivia un mito, seppellisce un modo di intendere la società, fa tabula rasa, nel bene o nel male, dell’anima della sinistra come l’abbiamo conosciuta. Non è poco. Ma i sindacalisti che hanno materialmente firmato l’accordo non  c’entrano. Il pregio di un sindacato è di sapersi muovere secondo una realistica rappresentazione dei rapporti di forza, con l’obiettivo di ottenere il massimo dei benefici possibili per i lavoratori. Sotto questo profilo, il nuovo contratto di lavoro è, probabilmente, un ottimo contratto, sottoscritto, per la prima volta da secoli, da tutt’e tre i sindacati insieme. O forse non è ottimo, ma qui non importa: il punto non è il giudizio sull’accordo. Il punto è il terreno che è stato scelto, o che è stato obbligatorio scegliere, per chiudere il contratto. E questo è il frutto di un processo storico che va al di là di Fiom, Fim, Uilm e anche Federmeccanica: il tramonto dell’idea che esistano diritti sociali universali, controfaccia immarcescibile dei diritti politici, come la libertà di stampa, di religione, di riunione eccetera, una sorta di dotazione di ognuno,  connaturata con l’essere cittadino, se non anche solo un essere umano. E’ un’idea che è durata meno di cinquant’anni.

Il diritto alla sanità per tutti arriva in Italia fra il 1968 e il 1978, con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. Il principio è che chiunque ha diritto – gratis – al massimo dell’assistenza sanitaria possibile, a prescindere dalla sua condizione sociale. L’anziano di borgata come Gianni Agnelli. Se poi il padrone della Fiat vuole farsi curare, a proprie spese, in Svizzera, affari suoi. Ma se si presenta alle Molinette (come e’ effettivamente accaduto) o dal medico di fiducia non deve sborsare un soldo, oltre alle tasse sul reddito che – si spera – paga come tutti. Curarlo è compito dello Stato.

Più o meno negli stessi anni, fra il 1962 e il 1970, viene abbattuta la scuola di classe: scuola media unificata e liberalizzazione degli accessi all’università. Il principio è che chiunque, per il solo fatto di essere un cittadino italiano, ha diritto all’istruzione fino al massimo livello, sostanzialmente a carico dello Stato e fornita, come per gli ospedali, attraverso strumenti pubblici. A ridosso – o a cavallo, gli anni sono sempre quelli fra la metà degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 – arriva una riforma del sistema pensionistico che allarga a tutti i lavoratori il trattamento dei lavoratori dipendenti e, attraverso le pensioni sociali, vuole assicurare un reddito minimo a qualsiasi anziano.

Diritto universale alla salute, diritto universale all’istruzione, diritto universale a una vecchiaia serena. Almeno in linea di principio. Ma sono questi obiettivi e questi principi che, sull’onda del dopoguerra, la cultura di sinistra, allora egemone, consegna al paese. I decenni successivi ne hanno salvato lo scheletro, ma non il principio. Ticket, ritardi, inadempienze, inefficienze, una cronica mancanza di fondi hanno via via ridimensionato la sanità pubblica, allargando sempre più la sfera del privato. A pagamento: chi può, può, gli altri si arrangino con quel che resta della sanità pubblica. La scuola di Stato è stata via via smangiata da un eccesso di riforme, la sensazione crescente di impotenza e confusione, una percezione di abbandono che spinge sempre più chi può verso un numero ristretto di scuole private esclusive di prestigio o a studiare all’estero. I normali contributi per la pensione non bastano più e bisogna rimpinguarli con l’assistenza della previdenza privata.

Dietro ognuna di queste svolte strategiche ci sono interessi e affari. Ma, soprattutto, una scelta di fondo. Fra tagliare la spesa e aumentare le entrate, rincarando le tasse o facendole pagare a chi non le paga, si è scelta la prima strada. Il processo va avanti da tempo, almeno dagli anni ’90.

I metalmeccanici non hanno inventato niente, anzi arrivano buoni ultimi. Ma mi sento di considerarlo compiuto in questi giorni, proprio perché anche la forza sociale che, di quegli anni ’70, è stata un simbolo – i metalmeccanici – mostra di essersi adeguata. Il nuovo contratto allarga, infatti, lo spazio alla previdenza integrativa, apre la porta alla sanità privata, offre asili nido e libri scolastici.

Forse era una scelta obbligata. Di sicuro, l’ha fatta propria da tempo anche la sinistra, rimettendo nel cassetto il sogno degli anni ’70, non solo in Italia, del resto. Non è stata capace, però, di proporne un altro e queste carenze, in politica, si pagano. Il problema è che non finisce qui e che la questione dei diritti sociali universali rischiamo di vedercela riproposta, moltiplicata per mille, a stretto giro di posta, a partire proprio dai luoghi di lavoro.

Il futuro è duro da prevedere, ma i processi in corso ci dicono che, presto, il grosso della produzione di massa (e di molti servizi) sarà affare di intelligenza artificiale, software, automi. Dal fondo della recessione economica italiana, magari, è difficile vederlo, ma questo ci dicono economie più avanzate. Il principio che ci sia, in fondo, un lavoro (e un salario) per tutti rischia di essere sempre meno vero. Gli economisti ne stanno dibattendo animatamente. Ma chi mi dà da mangiare se lavoro non c’è, perché non esiste più? E, se io non ho busta paga e soldi, chi compra i prodotti che sfornano i robot? Presto il diritto sociale universale di cui discutere potrebbe essere  un reddito sociale universale, pena l’implosione della società. “La società non esiste, esistono solo gli individui” amava dire una profetessa dei tempi nuovi, come Margaret Thatcher. Forse. Ditelo a un robot.

 Maurizio Ricci

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